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Diario di Coppa – Chi vince, chi riparte

Il concierge, ieri sera m’ha visto con una faccia stravolta. Pensava ripartissimo oggi, che quello appena trascorso fosse l’ultimo giorno di lavoro. No, oggi. Si riparte al termine della finale femminile. Quella di cui scriverò qui sotto, immediatamente dopo questa breve introduzione. I precedenti in campionato sono abbastanza eloquenti. Falconara due vittorie. Uno a zero in casa della Lazio, 3-1 tra le mura amiche. Le biancocelesti partono senza i favori del pronostico. La retorica dei momenti topici nello sport impone uno schema comunicativo collaudato. “Sarà una battaglia”, “Nulla è scontato”, varianti di questi due terreni di conversazione.
Dobbiamo liberare le camere entro le 9.30, massimo le 10.00, quindi oggi, niente corsivo a penna. Tastiera, direttamente.

Le ragazze della under 19 si guardano intorno, in un misto di incredulità e felicità. Questo è il palcoscenico dei grandi, anche se è il giorno dopo e tutti s’aggirano con quell’aria indaffarata di chi deve smontare. La kermesse dell’A2 è temporalmente già qui. Come in quelle tournee musicali nelle quali si smonta e rimonta il palco a ritmi vertiginosi. Ogni volta in una citàà diversa.

Ciao “paponi” verdi, abbiamo condiviso il bagno per due giorni. Non è stato piacevole.
Gente indaffarata nei centri commerciali, zona gialla. Lunedì. L’aria della festa è un po’ smarrita, niente cartonati sugli spalti. Già mi mancano. Finali, Finale, il finale.
Forse già scritto, di quelli che succede ma se non succede?
Penso al suono che deve avere questo palazzetto pieno con la curva che ti canta in testa, nella testa.
La maglia del Bergamo, mi piace. Forse per quel rosa che mi ricorda la maglia della Juventus. C’è una doppia categoria di differenza, d’esperienza. Cinque gol, dopo 20 minuti di futsal, fine. Coppa. Pronti con le foto.
Otto a uno. 5.56.
Il secondo tempo che scorre in un limbo tra la festa che aspetta d’esplodere e il calvario di chi si trova ad inseguire nel punteggio.
Finisce con un risultato, tondo. C’è chi festeggia, chi cerca di capire cos’è successo. Ci sarà tanto tempo davanti per tornare a festeggiare. Alzare le braccia al cielo ed abbracciarsi. Stringersi tra le braccia, di questi tempi,  è un lusso che vi potete permettere solo voi. Che calcate il campo, quello blu. Finisce così che faccio sempre il tifo per quelli che perdono, per quelli che perdono anche male.

Questa è la foto della mia Final Eight. Otto gol dopo, ancora un sorriso. Dopo le lacrime, perché le sconfitte fanno male, perché tu ne abbia un ricordo. Perché tu metta l’impegno massimo per fare si che non accada ancora. Questo però è uno sport di squadra, non sei sola. Non prima, non sul campo e nemmeno dopo. Solo quindici anni alle spalle, una intera vita sportiva d’avanti. Con i guanti ma anche senza. Con tutti i sogni e nessun cassetto dove riporli. Tutto possibile, anche l’impossibile. Le sorprese migliori arrivano sempre quando non le cerco. Come quel fiore bellissimo che cresce ostinato tra l’asfalto e il marciapiede. Grazie per il ricordo, Aurora.

Alessia Marzo, l’ho trovata la ragazza che saluta con le braccia al cielo le squadre che entrano in campo. Lode a lei.
Si consuma in fretta l’attesa della finale. Nell’aria quel misto di fine della festa. C’è chi smonta per rimontare, chi smonta e basta.
Musica, sipario.
Si va in scena.
Applausi,

Entrano le squadre, c’è la macchina del fumo, giochi di luce ma solo se siete attenti.
La Coppa assegnata al Pesaro è più bella, decisamente. Se ne può avere una uguale per entrambe le competizioni? Come per la panchina, dello stesso materiale pregiato.
Partita che dura quattordici minuti. Isa Pereira anticipa e brucia una trama offensiva della Lazio. Serve Nona sulla fascia, palla nel mezzo. Sfiora Taty e palla che carambola in rete. Il Falconara mette il becco avanti e la partita finisce così. Arriva anche il raddoppio, di Marta. Senza Vanessa così diventa difficile. Mascia è fuori dai pali, Taty disegna la traiettoria giusta e infilia un gol che giustifica l’attesa della premiazione.
Intervallo, premiazioni,

Gli applausi delle ragazze in gialloblu, alle loro avversarie, mi distraggono per un lungo attimo da quelle riflessioni su competitività, prodotti, monopoli editoriali. Corollari necessari per permettere a tutti gli sport di attirare pubblico e sopravvivere.

Rientrano le squadre. Le tende s’aprono sul palco.
Un racconto sportivo al quale è bastato un tempo. Indiscusso dominio della squadra più forte, costruita per vincere, con uno sforzo del tessuto economico della Città di Falconara e della dirigenza “citizen”.
Diventano anche quattro, il divario s’incrementa. Per le biancocelesti, la prospettiva più che concreta di una nuova finale persa.
Espulsione e vantaggio numerico in campo. Il Falconara non si fa pregare e sono cinque, a zero. Arriva il gol della bandiera. Valentina Siclari sigilla l’unico acuto.
Premiazione, siparo. Inizia l’era delle Galacticos in bianco blu.

Risistemavo le mie cose, aspettavo di poter chiudere questo pezzo. Riflettevo sulla fatica, sulla difficoltà oggettiva per me di produrre qualcosa di originale. All’improvviso sento uno scoppio di pianto. Avete presente quando vi danno una notizia terribile? Ecco quel genere di pianto che ho sempre collegato ai corridoi e alle stanze di un ospedale.
Mi volto, a caso cercando un viso. Temendo qualche notizia grave, di vita. Non di sporto. Trovo quello di Alessia Grieco.
Seminascosto dall’abbraccio del suo allenatore.
Non mi abituerò mai, perché non voglio che diventi una abitudine.  Le donne che piangono sono una immagine che non riesco a tenere lontano dal cuore. Sarà colpa dei libri di Garcia Lorca, quelli di poesie con le rose appassite dentro. Le donne che piangono così, come Alessia dimostrano quanto visceralmente vivano la loro passione.
Non passerà mai questo momento. Mai.

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