Softball

Una stagione di fede assoluta

L’Angelini di Chieti, siede sonnolento appena oltre il mio sguardo. Una pigra giornata di un Aprile qualsiasi. Mi hanno detto che da qualche parte, qui intorno c’è un campo da baseball. Sembra addirittura che in questo angolo d’Abruzzo, il “national past time” americano, sia giocato e celebrato da sempre. In questa storia, come in molte altre è sufficiente voltare un angolo, uscire dall’ombra per ritrovarsi con il sole in faccia, piantato negli occhi e una storia che si conficca in mezzo al cuore. C’è un campo vero, uno stadio del baseball, uno da minor league, ma c’è tutto, tabellone segnapunti gigante compreso. In un angolo, gioca la squadra femminile locale, a softball. Tornando a casa un amico mi chiede se ho conosciuto Chiara, rispondo candidamente che non ho idea di chi sia, ne avevo sentito parlare perché aveva provato per un breve periodo con la squadra femminile di football americano. “Ma come, le hai fatto, un milione di foto”, stupito rispondo: “Ho fatto le foto solo alla più forte in campo”. Tre anni dopo, conosco Chiara certamente meglio, come atleta e come donna. Questa è la sua stagione, io l’accompagno solo tra le parole, faccio da voce narrante, da spettatore coinvolto e partecipe, da cantastorie. Niente promozione in ISL, la sua squadra rimane in A2. Seguo le ultime partite, c’è quell’aria strana, di fine impero. Le conclusioni dei cicli sportivi si somigliano un po’ tutti. Una squadra costruita per vincere se non lo fa, si sfalda. I saluti non sono mai facili, quando conta vincere, si va ognuno per la sua strada, ovunque essa porti. Quella di Chiara finisce sulle pendici morbide delle colline marchigiane, sempre in A2, a lottare per essere la migliore.

È ora di partire destinazione Montegranaro, un’oretta di treno e poi subito al campo.
Il penultimo allenamento prima dell’inizio del campionato.
Sabato è arrivato così in fretta, ancora non riesco a rendermene conto, troppo vicino, troppo pochi allenamenti.
L’anno scorso in questo stesso periodo ero persa in una delle mie lunghe pause di riflessioni. Escludevo in maniera categorica di essere pronta ad affrontare un turno di battuta in maniera decente.
Allora avevo sei lunghissimi mesi di preparazione scolpiti addosso.
Quest’anno no, sono tranquilla, fin troppo.

Affermazione davvero strana. Chiara è competitiva per qualsiasi cosa, l’ho vista rinunciare a un concorso di cosplayers perché a suo dire non si era preparata adeguatamente, quando si partecipa lo si fa per vincere.

Quelli che mi conoscono sanno quanto tutto questo sia strano.
Squadra nuova.
Lontana da casa.
Decisione presa tardi, meno allenamenti sul campo, eppure non sono in preda al panico a ragionare su tutti i miei difetti di giocatrice.
Forse semplicemente non hanno avuto il tempo di prendere il sopravvento, di impossessarsi dei miei pensieri e lasciare che comprendessi che non sono pronta, sento di aver fatto molto meno dello scorso anno. Forse è un bene, potrei essere più sicura e più consapevole delle mie capacità.

Eccola l’atleta che non mi aspetto, ha mezzi fisici straordinari, una cultura del lavoro e una passione per il gioco davvero ammirevole, forse per la prima volta da quando la conosco, l’atleta che è e quella che dovrebbe essere, si sono trovate. Ci sono donne come lei, che possono riuscire in qualsiasi sport decidano di praticare, l’anno scorso c’era un’altra atleta qui come lei. Sì. è malinconia quella che leggete.

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All’allenamento ci siamo tutte, breve riunione prima di iniziare.
Corro a prendere il mio posto in campo. Difesa, prima base e poi interbase.
Ho sempre avuto mille insicurezze quando sono in un posto del campo che conosco bene, figuratevi quando mi hanno piazzato in prima base.
Sorrido, è una bella sfida.
In fondo è softball, è tutto fantastico.
Turni di battuta e poi un po’ di parte atletica.
Non è stato uno dei miei migliori allenamenti, fisicamente non mi sento ancora al top, ma tutto sommato non pessimo.
Venerdì è dietro l’angolo.
L’ultimo allenamento.

Arriva il sole a svegliare Chiara, intorno una città che odora di storia romana. Le sue chiese, le piccole vie appoggiate sulle pendici della collina. Se il vento è giusto, l’odore del mare arriva fino a qui. Dieci chilometri non sono poi molti. Questa è stata terra di basket, poi di baseball e di softball. Terra di sport che definiscono minori quella marchigiana. Terra di Volley, solo a pochi chilometri da qui.

Mi sveglio con comodo nella piccola cittadina nella quale ho scelto di giocare.
Caffè. Colazione e un po’ di relax, tutto tranquillo.
Nel pomeriggio andrò al campo, vado ad aiutare il nostro primo lanciatore, mi sono offerta volontaria per fare un allenamento in più, aveva bisogno di una compagna alla quale lanciare.
D’accordo, vero ho mentito ma solo un pochino, una bugia innocente. Se penso alla partita il cuore mi batte all’impazzata, non è ansia, è qualcosa di più. Come si fa, non sono pronta, mi mancano miliardi di swing da fare, devo correggere il movimento, devo correre, ho il fiatone dopo un giro di campo, devo fare addominali, a Pasqua ho mangiato troppo.
Prendo fiato, mi siedo.
Sul diamante avrò occasione di guardare un po’ di lanci e un po’di effetti, si si è un’ ottima idea.
Ecco, vi presento “le mie pippe mentali”, fedelissime compagne di allenamenti e partite.
Questa è la vera Chiara, la tranquillità di ieri non era destinata a durare a lungo: “pensi troppo”, “non puoi essere perfetta” me lo sento ripetere spesso, troppo.
Non è un aspetto di me che ignoro, spendo tante energie mentali così, sono cosciente di di pretendere molto da me stessa.
La mia teoria è: se il mio scopo è non sbagliare mai, se mi va male sbaglierò pochissime volte, più che teoria questa è una speranza, ma che differenza c’è?

Vi rivelo un segreto. Chiara ha scritto il suo nome con la lettera minuscola, perché? Sta parlando del grande amore della sua vita, di una passione che ha attraversato ogni secondo della sua vita, ogni pensiero, la sua ossessione più grande. Il Softball merita la lettera maiuscola, la passione di una innamorata e il rispetto per qualcosa che è più grande di noi. L’ho incontrata che andava a ballare, vestita da Maleficent al Lucca Comics, sempre attenta ad essere la migliore, se la guardi bene però, non le brillano gli occhi, non ha “quello sguardo”, quello del softball, quello della competizione. Ha un rispetto totale per lo sport che adora, per la competizione, per quella vocina interiore che ti ripete che puoi farlo, che puoi essere la migliore.

Devo andare al campo, mi prestano una macchina.
“Che fiducia” penso, non conosco nemmeno la strada, non ho mai guidato quel modello di macchina, avventuriamoci.
Arrivo sana e salva e senza navigatore.
Ormai sono proprio di Montegranaro.

Al campo arrivo mezz’ora prima dell’appuntamento stabilito.
corro, ho bisogno di rifare il fiato, corsa lunga, poi scatti, addominali e squat, in fine affondi.
Si inizia a ragionare, il fisico risponde come dovrebbe fare sempre.
Arriva la mia compagna e iniziamo a lanciare, lancia lei ovviamente.
Le do il cambio per un po’.
Già quest’anno probabilmente, salire sul monte di lancio, il posto più solitario di tutto il baseball.
Non sono un lanciatore, io voglio essere un interbase, cazzo!

L’ha fatto di nuovo, Chiara, ha scritto interbase con la I maiuscola e lanciatore con la lettera minuscola. Ci sono tanti ruoli nel baseball, quello che occupa Chiara è quello che gli americani chiamano shortstop. Occupano quella posizione, considerata tra le più delicate e difficili difensivamente, degli autentici specialisti. Solitamente pessimi in battuta. Chiara vuol essere la migliore, in attacco quanto in difesa. Perché è una posizione così difficile? Molti degli atleti che vanno in battuta sono “destri” e quindi tendono a battere verso la sinistra del campo, dove appunto tra la seconda e la terza base, li attende il guanto dell’interbase. Ci vuole un braccio davvero potente per scagliare la palla da quella posizione direttamente in prima base e far fuori il corridore avversario. L’ho visto quel braccio in azione, in un assolato pomeriggio al parco. Me ne avevano parlato come di una leggenda metropolitana. Ho portato con me il pallone da football e uno dei ricevitori delle Lobsters Pescara. Qualche istante per rinfrescare i rudimenti del movimento da quarterback e poi ho visto quello di cui mi avevano parlato, il cannone infilato nel braccio destro. Ho visto un bel po’ di quarterback italiani che non posseggono la sua potenza e la sua velocità.


Voglio giocare, voglio aiutare la squadra, il sacrificio è anche questo, si sacrifica sempre qualcosa per il softball.
Ci siamo solo io e lei sul campo, la terra rossa e verde, sudiamo e soffriamo, lo facciamo insieme, potente questa parola “insieme”, se la mescoli al sudore diventa cemento.
Sono contenta, abbiamo l’occasione di parlare e di conoscerci meglio.
Scopro di avere molte cose in comune con lei, a dirla tutta, loro non sono proprio male come squadra, sono forti, mie coetanee e mi sono trovata davvero bene in loro compagnia.
Sono bastati pochi giorni e ho sentito la loro fiducia nei miei confronti crescere.
Mi sento, un po’ alla volta, parte del gruppo.
Condividono come me le loro confidenze, in quel momento capisco che sono una di loro, una sorella con la quale condividere i segreti, questo mi rende felicissima.

Allenamento finito, c’è un giocatore di baseball che milita nel Macerata, si è allenato con noi qui sul campo. Non lo vedo da due anni. Un nerd anche lui, appassionato di fumetti, cultore di film. Lo chiamo Spiderman, è un mito. Interbase anche lui, ovviamente.
Si torna a casa.
Nonostante il buio, ritrovo la strada di casa, l’ho detto che ormai mi sento di Montegranaro?
Mangio qualcosa e poi mi aspettano i libri.
Lunedì ho un parziale che mi aspetta in facoltà, nemmeno l’università mi concede una tregua.

Venerdì 1 aprile

Vigilia del campionato!
Oggi sono tranquilla, mi preparo già mentalmente alla partita, chissà come andrà.
Pronunciare la parola “domani” e avvertire un vuoto allo stomaco sono i due sintomi che è arrivato il giorno. Opening Day alle porte. Ogni anno, ogni stagione, lo stesso incredibile effetto, sorrido allo specchio. Sono di nuovo in anticipo sull’orario di allenamento. Il campo è deserto, poco male, inizio a correre per conto mio, devo essere il più preparata possibile, certo un giorno in più, il giorno prima non farà alcuna differenza.
Mentalmente mi aiuta però tantissimo.
Ripeto la mia routine, soliti scatti, affondi e addominali.
Quando arrivano tutte, John, il nostro allenatore decide di farci provare un po’ la difesa, un allenamento leggero per non appesantirci prima di domani.
Sembra procedere tutto bene.
All’improvviso sbaglio due palle facilissime.
Come ho fatto? Mi viene da ridere, sono palle che prendo senza problemi.
Se lascio che l’agitazione prenda il sopravvento mi distraggo e accade di fare la figura di quella capitata in campo per caso.

Ho avuto la fortuna di vedere giocare Chiara. L’ho vista giocare benissimo, ogni giocata accompagnata dal sorriso splendente della sua mamma e dallo sguardo attento del suo papà sistemato esattamente dietro a casa base. L’ho vista giocare male, come se il corpo in campo non le appartenesse. Ho visto la frustrazione della sua mamma e lo sguardo preoccupato del suo papà. Mi è capitato di arrivare tardi al campo, ho imparato a non guardare il tabellone elettronico per sapere il risultato. Cercavo con lo sguardo la mamma di Chiara, Aura. Se era voltata verso il campo, la sua bimba stava giocando bene e probabilmente la squadra era in vantaggio. Se dava le spalle al campo, Chiara stava sicuramente giocando al di sotto delle sue possibilità, aveva visto qualche errore di troppo, qualche indecisione. Dura avere la mamma che ha praticato il tuo sport e può capire immediatamente quando hai fatto una cazzata.

Ormai ne sono cosciente. È uno degli aspetti del mio gioco al quale sto lavorando.
Domani andrà tutto bene. Lo ripeto per convincermi che sarà così, che non può andare diversamente.
Turni di battuta.
Ho la mazza nuova, regalo del presidente a tutte le giocatrici, è ottima, molto elastica.
Mi sembra di aver finito presto, è già ora di cena.
Con Anna e Gioia decidiamo di mantenere il nostro rito prepartita, si va a cena “da Patrizia”, ogni venerdì sera, puntualissime, siamo li.
Decido di concedermi una pizza per stasera, una margherita con il prosciutto cotto.
Ovviamente me ne pento un attimo dopo averla finita.
Tornata a casa cerco di prepararmi al meglio alla partita.
Guardo qualche video di softball su youtube, leggo qualche frase motivazionale, ma è meglio riposare, domani è il grande giorno.
Inizia il campionato di A2, in casa, contro la Pro Roma.

 

Sabato 2 aprile.
Game Day.
È arrivato IL GIORNO, scritto così, tutto maiuscolo.
Alle 11 dobbiamo essere in comune, per presentazione alle autorità e alla stampa locale.
Alcune di noi hanno deciso di pranzare al campo.
Pronte per il pre game alle 15:30.
Riassumo mentalmente.
Appuntamento al campo alle 10 45.
Sono le 8, sono già sveglia, voglio fare tutto con calma.
La mattina prima della partita è sacra, tutto deve andare perfettamente.
Posso schiacciare un altro pisolino, un’oretta, sono andata a dormire tardi, ne ho bisogno.
Il mio inconscio non deve essersi rammentato che avevo un impegno, quindi decide di rimandare la sveglia e addirittura disattivarla.
Un colpo di adrenalina sparato direttamente nel cervello e sono le 9 e 40, mi sveglio in preda al panico, dovrò fare tutto in fretta, dannazione!
Organizzazione, c’è bisogno di organizzazione.

Foto_Chiara_Trucco

Decido di preparare il borsone, rimango a mangiare al campo con altre 4 ragazze, così poi ci prepariamo lì, ottimizzo i tempi.
Andiamo in campo, giochiamo e ritorno a casa subito dopo le partite.
Chiudo il borsone e solo le 10, mi vesto, indosso la tuta di rappresentanza nuova che ci è stata data ieri, bella, bianca.
Peccato che sia un po’ grande la felpa e un po’ stretti i pantaloni, il solito problema.
Sono le 10:10.
Posso farcela, ho ancora venti minuti a disposizione per sistemare le ultime cose, in fondo sono in perfetto orario.
Colazione, il rito del caffè, d’obbligo e due fette di Pan Bauletto con la nutella, 2 come il mio nuovo numero di casacca, non sono scaramantica, così per precisare.
Mangio e nel mentre cerco su Facebook qualche notizia della squadra che affronteremo, nel pomeriggio.
10:25.
Vado in bagno, devo piastrarmi i capelli e truccarmi in 5 minuti, dannazione, dovrei stare calma se solo ne fossi capace!
Come mi è saltato in mente di svegliarmi così tardi?
Mentre aspetto che la piastra si scaldi cerco di rendermi presentabile con un po’ di trucco.
Piastra calda, capelli fatti.
Raccolgo tutto, i due borsoni e una sacca e scendo come una discesista i 3 piani di scale.
Arrivo alla macchina, 10:40, Chiara sei in ritardo.
Come se non bastasse non riesco a far entrare il borsone nel bagagliaio della Citroen, faccio svariati tentativi poi decido di lasciarlo sul sedile del passeggero, accanto a me.
La felpa era bianca ricordate?
Bene. Ora, davanti, è leopardata, bianca e nera.
Perfetto.
Attacco l’iPod in macchina, reggaeton, cerchiamo di caricarci che ne dite?
Arrivo al campo alle 10:50.
Scopro che incredibilmente sono in orario, anzi c’è anche da aspettare; potrei sclerare, qualcuno più in ritardo di me, inconcepibile.
Finisco di truccarmi per strada in piedi con uno specchietto che avevo nella sacca rosa della Nike.
Saliamo in macchina per andare in comune, il sindaco ci accoglie e vengo presentata come “la straniera”, tutto sommato, l’idea mi piace.
Dura poco, alle 12 siamo fuori.
Io e Sese in compagnia di Elly facciamo una fermata da Eurospin, compriamo le ultime cose per il pranzo al campo, compresa una bevanda energetica, chissà che non funzioni davvero, proviamo.
Andiamo al campo.
Abbiamo ordinato un primo da portare via da Patrizia, il nostro ristorante fisso.
Avrà cucinato 1 kg di basta per cinque persone.
Pennette fumè, uno spettacolo, poi lei è davvero adorabile.
Ne mangio 2 piatti.
Stuzzico dei wurstel presi al supermercato, caffè e ci siamo.
È quasi ora.
A turno andiamo tutte e 5 in bagno, sarà l’ ansia.

No Chiara, il “cagotto” è probabilmente da imputare ai wurstel pessimi dell’Eurospin, aggiunti all’esserti ingozzata per fame chimica con un chilogrammo di pasta in prossimità della partita. Volevi soffocare il tuo inconscio con il cibo, ci sei quasi riuscita.

Giusto il tempo di farci qualche selfie e arriva il presidente.
Ci comunica che il corriere con le nostre divise nuove sta arrivando.
Già, progettate il mercoledì, realizzate e consegnate al sabato.
Siamo tutte, entusiaste!
Non vediamo l’ora di vederle.
Arrivano le scatole, le apriamo come fanno i bimbi con i regali a natale. Cerchiami i nostri numeri e poi una volta trovati, le voltiamo per poter leggere i nostri cognomi.
Ecco la mia, l’ultima in fondo allo scatolone, bella, con il 2, come Derek Jeter, il più grande interbase di sempre.
Iniziamo a cambiarci per la partita, indossiamo i calzettoni blu, i pantaloni blu, la sottomaglia blu e la casacca bianca con i bottoni.
Fa freddo, prima di rimanere solo in divisa ci copriamo con la felpa di rappresentanza bianca che sappiamo già di dover lavare stasera.
Non a caso l’hashtag della giornata su facebook è #candide.
Siamo in cinque ora, dobbiamo sistemarci i capelli, c’è chi si fa la coda, chi la treccia, la nostra parrucchiera di squadra è Sese; ognuna poi ha la sua fascetta personale, chi arancione, abbinata alla divisa dello scorso anno, chi blu e argento e chi gialla fluorescente, come il nostro primo lanciatore.
Il giallo non c’entra niente con il resto, ma si sa, i lanciatori sono tutti fatti a modo loro.
Alla fine anche lei è stata fortunata, quest’anno perché le rifiniture della divisa sono gialle.
Siamo “acchittatissime”, non ci prepariamo con la stessa attenzione nemmeno per andare a ballare, truccate pettinate e abbinate alla perfezione.

Già dovete vederle le giocatrici di softball, truccate come dame al ballo di gala, con tutti gli accessori al punto giusto, con quella cura maniacale del dettaglio, perché si va in scena e bisogna essere bellissime. Le ritrovi a fine partita, piene di lividi, sporche di terra rossa, con i capelli impiastricciati di sudore e terra, con l’erba sulle gambe ma il sorriso ancora più grande di quello che hanno sfoderato all’inizio della gara, se hanno vinto. Chiara è così, con una particolarità, è femminile un attimo prima e un attimo dopo aver terminato il gesto atletico. Va in battuta con tutta la femminilità di cui è capace, si sposta la coda all’indietro come se fosse un gesto distratto ed invece è misurato e attento. La palla lascia la mano del lanciatore e al piatto troverà non la ballerina di latinoamericano ma uno dei battitori più potenti della lega che al primo errore ti punisce con un doppio e vola tra le basi. Arrivata in seconda, l’atleta è raggiunta dalla donna. Si sistema i calzettoni, si guarda la maglia da gioco, controlla il laccetto per i capelli. Qualche instante e lo sguardo cambia, torna ad aggredire la partita.

Prima di entrare in panchina ricevo gli in bocca al lupo dei miei amici, per messaggio, li sento vicini.
Piano piano arrivano le altre ragazze e iniziamo il riscaldamento.
Non so cosa mi prende, sono in ansia, sono agitatissima, cerco conforto nello sguardo e nelle parole di Anna, lei ha giocato fino allo scorso anno, ora si è dovuta fermare per un’operazione alla schiena.
Riesce a tranquillizzarmi, ha provato le stesse cose quando era in campo.
Quando sei fuori è più facile, arrivano le parole giuste.
Arriva la formazione, nella prima partita giocherò in prima.
Lo sguardo corre al lineup, batto sesta.
Va bene, per ora, ma punto a migliorare quella posizione nell’ordine di battuta.
Voglio battere quarta, so benissimo che devo guadagnarmela.

Il quarto in battuta è chiamato il “cleanup hitter”, il battitore migliore, quello più potente, quello che è li per pulire le basi, per punire il lanciatore, per mettere i punti sul tabellone. Non ci gioca un atleta qualsiasi, ci gioca quello che si definisce un “natural”, rubando la definizione al famoso film con Robert Redford. Se giochi li alzi le statistiche, se giochi li lo sanno tutti che sei forte, come giocare con il numero dieci nel calcio, non lo possono portare tutti, è per pochi. Ne parliamo spesso io e Chiara, il baseball è democratico, il baseball lo puoi misurare, i numeri, quelli non mentono mai.

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Dovrei essere calma e non accade, non va bene.
In battuta nel pregame sono un disastro.
Nessun controllo del movimento, non sento il braccio sciolto, forzo il tiro.
Inizio a sentire scomoda la divisa, la maglia è larga, le maniche sono lunghe, la sottocasacca sale, i calzettoni sono leggeri, il reggiseno è scomodo.
Pessimo segno, la divisa è quella, è comoda e se inizio a sentirla scomoda non sto decisamente mantenendo la calma.
Così non va assolutamente bene.
Chiara che ti prende?
E’ il tuo undicesimo campionato, ormai dovresti aver imparato a gestire l’ansia, no?
NO.
Mi prendo una pausa, vado a sedermi in panchina, cerco di tranquillizzarmi, arrivano mia madre e mio padre, lei mi porta una busta con delle cose da casa.
La apro e dentro c’è un tesoro, ci sono i MIEI calzettoni, il MIO reggiseno sportivo e il MIO nastrino per i capelli.
Mollo tutto e corro a cambiarmi, quando esco respiro profondamente.
Ci siamo.
E’ tutto al proprio posto, allaccio le scarpe dell’under armour al punto giusto, non strette, non larghe, la caviglia non deve muoversi, ma non devono bloccarmi il piede, è tutto meticolosamente calcolato.
Arrivano gli arbitri.

PLAY BALL.

Oggi negli Stati Uniti, come in tutti i paesi in cui si pratica questo sport, è OPENING DAY. Un giorno sacro, un weekend per i fedeli del baseball, che hanno atteso un lungo inverno per potersi accomodare chi sugli spalti chi davanti al televisore e attendere che l’arbitro dietro casa base faccia segno con la mano al lanciare come a dirgli “tira pure quella palla” e pronunci solenne il primo “Play Ball” della stagione. Nota per tutti i lettori che giocano a Fantacalcio, se avete questo meraviglioso passatempo che vi accompagna da anni, lo dovete al baseball, così perché voi lo sappiate.

Come squadra di casa, partiamo in difesa. Sul monte di lancio c’è Luana, è lei la partente. Una ottima prestazione la sua, solida.
In difesa rompo subito il ghiaccio e finalmente faccio il primo out con questa squadra nuova, prendo il tiro di Sese che gioca in terza.
In attacco affrontiamo uno dei lanciatori migliori del girone.
Primo turno in battuta per me.
Conosco i suoi lanci, purtroppo non basta per battere un lanciatore, finisco strike out, dopo qualche foul ball e due ball incassati.
Ok, il peggio che potevo fare l’ho fatto, primo turno, primo strike out.
Da qui posso solo migliorare!
La partita rimane bloccata sullo 0 a 0 fino al quarto inning.
Un out e tocca a me uscire dal dugout e andare in battuta.
Mi carico di 2 strike, di nuovo.
In questa serie cambia qualcosa, batto deciso un foul che vola all’esterno sinistro.
Glielo leggo negli occhi, lo sa, se mi mette di nuovo al palla li, la sbatto fuori dalla recinzione.
Mi arrivano solo palle sporche, sul filo.
Ho la pazienza e la disciplina di aspettare.
Butto via la mazza, non la guardo nemmeno, mi prendo la mia base ball.
Sale in battuta, Sabrina.
Sento il rumore è un “legnone” al volo, vola sull’esterno sinistro.
Mi stacco dalla base, mi volto per vedere cosa accade alla palla, dovrebbe cadere, passano i secondi. Sento urlare.
“VAI! VAI!”. La voce di John, il nostro allenatore.
L’istinto prende il controllo e metto il turbo, brucio la terra e sono oltre la seconda, la terza base e a pochi passi alzo lo sguardo e vedo l’allenatore che ruota il braccio. È il segnale, vado a prendermi il punto. Non ho idea di dove abbia trovato l’energia per spingere più forte. Casa base sto arrivando.
Sento urlare dalle compagne “GIU’!”.
Vado in scivolate, siamo io e il catcher, solo noi due e qui conta solo chi ci crede di più, chi è disposto a rischiare tutto. Allungo la gamba e mi accorgo in quel momento che la mia avversaria sta saltando per arrivare sulla palla. Probabilmente l’esterno ha lanciato leggermente largo e alto, non c’è nessuno sul piatto di casa base.
Sono salva.
1 a 0 per noi.
Sono contenta, abbiamo sbloccato la partita!
Voci confuse arrivano dalla panchina, riesco a distinguere: “Il primo punto dell’anno l’ha fatto la straniera!”, sorrido.
La partita prosegue e con Sabrina in terza, Ilaria mette giù un grande “squeeze”.
2 a 0.
Da quel momento la partita è a senso unico.
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Luana tiene a bada benissimo le avversarie e le contiene al piatto, al sesto inning allunghiamo sul 4 a 0. Vinciamo Gara 1.
Grande inizio.
Abbiamo una mezzoretta prima di rientrare in campo per la seconda partita.
Punto decisa verso i miei genitori, mi raccontano di avermi vista tranquilla in campo, è una buona impressione, considerando com’era iniziata la giornata.
Il ghiaccio è rotto, siamo pronte per iniziare gara 2.
E’ venuto il momento per me di fischiare la mazza.
Sono pronti lineup e formazione per la seconda partita.
Gioco interbase, alla grande, ma in battuta resto al settimo posto.
Evidentemente non ho convinto l’allenatore durante gara 1.
Partiamo in difesa.
Due out subito.
Uno a terra e un line drive del loro quarto in battuta, al volo vicino al sacchetto di seconda base. Questo è il mio territorio, questo è il mio ruolo.
Bellissimo!
Nel primo turno in attacco mettiamo subito due punti sul tabellone, tocca a me.
Primo lancio, non ci penso e giro.
Line drive all’esterno centro, doppio e 2 punti battuti a casa, that’s the way!
4 a 0.
In difesa, lavoro duro e metto a segno altri out. Una presa al volo correndo all’indietro verso l’esterno centro e sono solida sulle palle a terra, corridore out.
Così deve andare, così devo giocare.
Parte alta del quinto inning, 8 a 0.
Siamo in controllo, forse possiamo rilassarci un attimo. Nello stesso istante in cui questa idea mi percorre la mente Roma incomincia la rimonta.
Commetto due errori di tiro in difesa.
Altri errori della difesa, valide degli avversari e prendiamo 3 punti.
Poco male penso, siamo 8 a 3, manteniamo un buon vantaggio.
Il mio secondo turno in battuta, finisce con un singolo tra l’interbase e la terza base ma non produce punti battuti a casa.
Restiamo in vantaggio e al al quinto inning torno di nuovo ad affrontare il lanciatore, uno nuovo questa volta.
Questo è il terzo e anche stavolta giro il primo lancio, devo essermi fatta prendere dalla fame di battere, si alza un campanile altissimo sul seconda base. Non so come lasciano cadere la palla in terra, mi costruisco una valida che non meritavo.

Devo aver letto da qualche parte che non si gira mai la prima, a meno di non essere sicuri di sbatterla fuori, le uniche palle che puoi girare al primo lancio sono quelle in mezzo al piatto, già ricordo di averlo sentito dire da qualche parte. Gli dei del softball ti sono stati propizi questa volta, non sfidarli ancora.

Le ragazze continuano a suon di valide e la partita si conclude in anticipo sul 14 a 4, per manifesta superiorità.
Un esordio con 2 vittorie, ottimo lavoro.
Sono contenta!
Non rimango a cena con le ragazze, riparto per Pescara, vado a salutare il presidente, è soddisfatto.

La polvere rossa si posa, le linee iniziano a sbiadire, si inizia di giorno nel softball italiano e si finisce sempre a tarda notte. Ci sono storie probabilmente uguali a questa in tutti i diamanti sparsi in Italia, con ragazze che coltivano il loro sogno di un oro olimpico, di un posto in un college americano. Grazie Chiara per aver diviso un pezzo di questo viaggio con me, la strada e ancora lunga, l’A2 forse è un posto stretto per il tuo talento, per la tua voglia di competere, forse racconteremo una storia a lieto fine insieme.

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