Serie A

Tikitaka, il “colore del grano” di Duda: “Con fiducia e libertà è possibile affrontare anche il CdF”

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Antoine de Saint – Exupery alla volpe e al suo Piccolo Principe, fa pronunciare uno dei passaggi più belli e commoventi della letteratura -non solo- per ragazzi dell’ultimo secolo:

“Cosa vuol dire addomesticare?”.
“E’ una cosa da molto dimenticata, vuol dire creare dei legami; fino ad ora non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini, ma se tu mi addomestichi noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Se tu mi addomestichi la mia vita sarà come illuminata. Conoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. E poi vedi laggiù dei campi di grano? Io non mangio il pane ed il grano per me è inutile. I campi di grano non mi ricordano nulla. Ma tu hai dei capelli colore dell’oro. Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticato. Il grano che è dorato mi farà pensare a te. E amerò il rumore del vento nel grano … e quando andrai via io piangerò!”
“E allora cosa ci guadagni?”
“Ci guadagno il colore del grano!”

Relazioni e legami. Questo è ciò che ci sta guadagnando Duda, al secolo Eduarda Caroline Suchek, nella sua prima esperienza fuori dal Brasile. Oltre ad un campionato di alto profilo e la chance di giocarsi un posto in finale scudetto. “Eravamo a cena qualche sera fa, con Martina Merlenghi e Jonny, il nostro preparatore. Una cena di reparto insomma. È stata l’occasione per rendersi conto, ancora una volta in questa stagione, di aver creato un rapporto speciale con la mia compagna di reparto. È una cosa che non mi è mai capitata, è la prima volta che vivo un’esperienza simile è sono felicissima. Potrei tornare a casa con mille titoli ma ciò che davvero conta e resta, sono i legami che creiamo. Rientrerò in Brasile con tantissime storie da raccontare nei due mesi di vacanza. Poi tornerò per poter fare di nuovo il pieno di esperienze“.
La volontà è chiara: rimanere in Italia. “È la prima volta che mi allontano così tanto da casa. Mi mancano i miei affetti, soprattutto mio nipote, ma qui ho scoperto un mondo totalmente nuovo, che mi piace“.

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Come se vivesse una stagione nella stagione, Duda. Arrivata a settembre sconosciuta ai più, con una sola parola di italiano all’attivo. “Grazie. Sapevo dire solo questo. Per il resto non sapevo niente e non è stato per nulla facile all’inizio. Trovarsi ad essere la giocatrice con la visione di gioco più completa eppure non riuscire a comunicare bene come avrei voluto“.
Poi, la svolta. ” Vivere con Chiara e Ludovica mi ha aiutato tantissimo ad imparare la lingua. Da quando riesco a padroneggiarla meglio, è tutto cambiato, migliorato”. Un nuovo campionato, appunto, come quando gli occhi e il cervello riescono a vedere le immagini nascoste negli stereogrami. “E sia la mia squadra che i sostenitori del Tikitaka stanno imparando a conoscermi“.

Le prestazioni della numero 1 giallorossa parlano per lei. Giovane di età, ma di certo non scevra da esperienze di alto livello. Eppure Duda, non nasce come portiere. “Ho iniziato a giocare a 7 anni, come pivot. E’ stato alle superiori che ho scoperto il ruolo del portiere, per necessità, e mi sono innamorata. Per un torneo scolastico, serviva un portiere e noi non ne avevamo. Tra le mie compagne, ero l’unica che non aveva paura della palla e la più coraggiosa nell’accettare di difendere i pali della nostra squadra. Da li, non sono più uscita dalla porta“. Ciò che si evince, però, è la consapevolezza di essere si a guardia della porta, ma con i piedi educati.

Ce ne siamo resi conto, tutti, nella semifinale di Coppa Italia quando è toccato anche a lei posizionarsi sul dischetto dei calci di rigore e guardare negli occhi la sua compagna di reparto avversaria. “Per gioco, in allenamento, calciavo sempre i rigori. Non è quasi mai contemplato che un portiere debba tirarne. Tutto però è tornato utile quando mi è toccato davvero. Ho calciato come sempre fatto, senza pensarci troppo. “Fai quello che sai fare” mi ha detto Brenda e così ho fatto. E’ stato tutto una grandissima emozione e non vedo l’ora di giocare le semifinali scudetto. E’ per partite come questa che ci alleniamo duramente durante tutto l’anno, cercando di migliorare sempre di più“.

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Andare avanti, prendendo la migliore prestazione come punto di partenza. “Non si può tornare indietro, anche se ci sono partite più difficili di altre. Magari in una giornata non si è al top della forma, o l’avversario ti mette costantemente alla prova. Quello che esigo da me è proprio questo, la costanza tendente al miglioramento. E chissà, magari un giorno non si avrà più bisogno di una giocatrice diversa dal portiere per giocare con il quinto di movimento“. Potrebbe sembrare ironica, ma non lo è per nulla. Si legge nei suoi occhi scuri, e nel sorriso candido che la accompagna, mentre condividiamo un asciugamano, il mare, la spiaggia e il gioco di luce e ombra che fa il sole. La fortuna di vivere nella stessa città…

Forse non è ancora il tempo di vedere Duda uscire dalla porta palla al piede, di sicurò però è il tempo di vederla concentrata, assieme alle sue compagne, in una semifinale scudetto ad altissimo livello. “Giocare contro squadre così forti è uno stimolo in più per fare bene, per crescere“. Soprattutto se la squadra in questione ha già messo in bacheca due titoli stagionali e non ha nessuna intenzione di cedere terreno nella corsa Scudetto. “Il Città di Falconara non devo certo presentarlo io. Lo fa benissimo da sola. Noi siamo una neo promossa che sta andando oltre tutte le aspettative.

Nonostante ciò, ci crediamo e tanto. Sappiamo che se scendiamo in campo concentrate e libere di testa, possiamo fare cose grandi. Sarà così che affronteremo le sfide contro le campionesse di Coppa: con estremo rispetto, ma serene e sicure. Ci divertiremo e credo proprio si divertiranno anche tutti quelli che assisteranno alle partite. Quindi non mi resta che invitare tutti al PalaRoma domenica – conclude la brasiliana – Sono certa che non rimarranno delusi“.

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