Futsal

Oranje Droom

oranje

“We will all fall. We must carry this in our hearts… that what we have is special. That it can be taken from us, and when it is taken from us, we will be tested. We will be tested to our very souls. We will not all be tested. It is these times, it is this pain, that allows us to look inside ourselves.”

Per te Giulia, per il dolore che abbiamo provato insieme, tutti, anche se era il tuo ginocchio ad urlare insieme a te. Per le lacrime, per il silenzio nel palazzetto, per le tue compagne intorno e per le avversarie, tutte tranne una, intorno a te anche a fine partita.

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Il tabellone segna 3 a 7. Il Benfica vola in finale.
Le disamine su diagonali, i movimenti, le scelte tecniche e quelle tattiche le lascio ai tecnici, agli esperti di campo e da tastiera.
Vorrei invece, provare a raccontare una storia a Sofia, una di quelle capaci di trovare un filo tra i suoi disegni improvvisati. Aiutarla come ho fatto oggi a scrivere il suo nome, un pezzo della sua storia e ricordarle che c’è sempre una favola che l’attende, come una pentola piena di dobloni d’oro alla fine dell’arcobaleno.
Piove, forte.
All’esterno i ragazzi del Korfbal si preparano per la loro partita di playoff. Lasciano lo spazio al chiuso, costruito per loro alle ragazze del futsal.
Non è una partita come tutte le altre, piccoli dettagli segnano il tono della serata.

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Gilberto Gayardo non è seduto accanto alla moglie come nelle partite precedenti. Lo trovo sulla balaustra in alto ai lati degli spalti vicino alle telecamere. Si sistema almeno un paio di volte il berretto, poi la giacca pesante, perché l’estate carioca è una espressione diametralmente opposta alla primavera olandese.
Nel mezzo della tribuna opposta, sventola un enorme bandiera del Benfica, di quelle che solitamente vedo in una curva di uno stadio, ci sono i tamburi e una decina di chiassosissimi tifosi portoghesi che vivono in zona, chiamati a raccolta con una intelligentissima operazione social.
Quando il tabellone segnava 2 a 0 e le ragazze in blu sembravano dominare l’incontro ho creduto che fosse possibile. Una squadra italiana per la seconda volta pronta a contendere il trofeo alle iberiche del Futsi.

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In alto Gilberto esultava non solo per l’orgoglio di un papà che vede la sua bimba controllare la partita, mettere a segno un gol e giocare come una campionessa. Esultava perché la finale sembrava alla portata di questa squadra. Poi il buio nelle gambe, le martellate delle lusitane ad infrangere il sogno di cristallo. Capitalizzano quattro tiri in porta, quattro.
La partita sembra affondare nelle sabbie mobili. Le ragazze in blu cercano di fare qualcosa, di raddrizzare l’incontro ma come nel mezzo di una palude malefica più si agitano e più vanno a fondo.
Il Benfica si compatta, gestisce il tempo, il vero nemico delle italiane. In possesso di una fisicità notevole le portoghesi si prendono di forza la finale.
Sirena. È finita.
Il dolore, gli antidolorifici, le bende strette forte, il ghiaccio onnipresente su ogni parte sofferente, sembrano un inutile calvario. L’occasione di strizzare l’occhio alla storia svanisce.
Silenzio.

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Ferme con i vostri pensieri, sedute in panchina, a bordo campo o nello spogliatoio.
Il silenzio della cena con la squadra sconfitta è più assordante di una curva nel mezzo di un derby cittadino.

“Every man at some point in his life is gonna lose a battle. He’s gonna fight and he’s gonna lose. But what makes him a man, is that in the midst of that battle he does not lose himself.”

Le vittorie si dice curino tutto, siano capaci di seppellire sotto la cenere rivalità, rancori, problemi e dissapori.
In un punto della vostra vita perderete una battaglia. Combatterete e perderete, quello che vi rende delle donne è che nel mezzo di quella battaglia non perdete voi stesse.
Tenete questo nel cuore, almeno per oggi, almeno per un po’.
Sarà più difficile allacciarsi gli scarpini, andare al campo, sopportare il dolore, le compagne di squadra, il traffico in città, la pioggia e il mondo intero.
Perdere fa così male che quasi ti spezza il cuore, perdere è odioso.

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Ti resta nella mente quella sensazione di non aver fatto abbastanza, di aver lasciato il campo con un rimpianto, non aver speso fisicamente e mentalmente tutto quello che potevi. Questi pensieri non andranno via per un po’, rimarranno ad occupare un angolo della mente, accade così.
Vincere è l’unica opzione quando si scende in campo, altrimenti perché competere. Giochi per vincere, per dominare ad ogni costo e per non lasciarti nulla alle spalle.

“I hate losing. I hate it. I hate losing more than I even wanna win.”

Post Scriptum
Con Gabriel sono riuscito a farmi offrire da bere dai tifosi portoghesi che festeggiavano. Lia e Roby imparate dai maestri.

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