Final Eight

Il parquet nero è per sempre

L’avete mai ascoltato il silenzio prima delle partite ad eliminazione diretta? L’interminabile spazio di tempo che separa dal primo fischio dell’arbitro, dal pallone che rotola in avanti e dalla partita, quella vera. È pieno di paura e di speranza, è il paradosso del gatto di schrödinger, tutto è ancora possibile e anche il contrario di tutto.
Undici ore di futsal femminile, sembrano interminabili eppure sono velocissime se m’impegno a togliere il superfluo e a lasciare l’essenziale.
Appunti a caso presi da un taccuino scarabocchiato rubacchiando il tempo, senza nessun ordine cronologico.
I sentimenti sono così, entrano nel cuore e si fermano accatastandosi.

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C’è quella tristezza di fine impero nel guardare le biancoazzurre giocare, una squadra che fu e che non riesce più ad essere, stretta tra l’obbligo di giocare e il desiderio che questa stagione finisca il più presto possibile. Una stagione fatta di bugie raccontate mille volte nella speranza che diventino verità, storie di fughe, storie d’inganni e delusioni. Storie di donne ferite nell’orgoglio e storie di donne spaventante. Guardarle negli occhi l’otto marzo è più difficile, perché la verità che le spaventa non posso raccontarla da solo.

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Del calcio a cinque femminile adoro soprattutto la possibilità di “amare” molte donne senza che Federica abbia nulla da ridire, anzi sorride un po’ sconsolata, come fanno le mamme con i bimbi davanti allo scaffale dei loro giocattoli preferiti.
Marta è una forza della natura, usa il destro, il sinistro e strappa via il pallone per correre verso la porta avversaria. Il suo è un piede pesante e una testa pensante, una combinazione letale in uno sport di squadra. Gioca con Peque, una delle colonne della Furie Rosse, vederla sovrastare il talento della iberica è uno spettacolo che ti lascia nella mente e nel cuore il sapore dell’ovetto kinder. La guardo giocare e temo sempre che si trasformi in George Weah e arrivando sulla linea laterale mi chieda “Tutto Bene?”
Il sorriso di Ersilia che poi si trasforma, come Clark Kent nella sua cabina, diventa Superman e inizia trasforma il campo da futsal nel suo personalissimo campo da battaglia: “Eh Eh non le usa lei le mani?”, “Stia calmo numero 5”. Sei diventata il tuo numero, oppure quel numero è diventato tuo anche se a stento riesce a contenerti.

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Araceli. La puoi amare o la puoi odiare, le porti sempre però rispetto. Avesse raggiunto anche solo questo nella sua vita potrebbe dire di aver “vinto” molto più di tanti altri. La ragazza coi capelli corti cresciuta con la maglia del Gremio. Ho scelto di amarla senza chiedermi perché, anzi il perché me lo ricorda più spesso fuori dal campo che in campo ma questa è una storia per un tempo diverso. Avanza con l’eleganza di Paulo Roberto Falcao,  guida la squadra con l’autorità di Andreas Inesta e la forza di Fernando Redondo.
Ogni volta che incrocio il suo sguardo prima di una partita importante, ho l’impressione di sentire Giampiero Boniperti ripetere che alla Juventus l’importante non è vincere, è l’unica cosa che conta.
Gol dell’Olimpus e la corsa verso la balaustra ad abbracciare qualcuno sugli spalti.

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La Final Eight di Coppa Italia femminile è quella manifestazione nella quale alla fine segna sempre Dayane Rocha. Con la stessa arroganza tecnica e fisica di Alan Shearer, vede la porta e punisce ogni singolo errore, ogni maledetta volta che le lasci una occasione, andrai a recuperare il pallone in fondo alla rete.
Avete mai notato le sopracciglia di Aida Xhaxho prima e durante una partita di futsal, s’inarcano in maniera innaturale e le conferiscono una espressione demoniaca, vi giuro, controllate.
La sera è diventata notte e porto via dal PalaFiorio di Bari la consapevolezza di aver visto finalmente dal vivo Debora Vanin.

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È forte, forte con quell’accezione che usavamo da bambini al campetto per definire quel giocatore che non puoi contenere. Calcia dalla sua linea difensiva un pallonetto che si spegne nella parte bassa della traversa con una naturalezza e una semplicità da farti credere di poterlo fare anche tu. No, impossibile anche aiutandomi con le mani. Debora ha i piedi di Lucileia e la fisicità di Dayane Rocha, porta il 2 sulla schiena che nel futsal femminile sembra il numero dell’arroganza sportiva, quella che piace a me.
Difende e attacca e quando lo fa sembra sempre sul punto di spaccare la partita da sola se ne dovessero esistere due dovrebbero vietare di utilizzarle in campo insieme.
Siamo oltre la mezzanotte e dobbiamo ancora cenare. I locali del sud, le cucine aperte fino a tarda notte, le birre, i panini vegani vegani che sopportiamo con stoica abnegazione e alla fine posso russare, liberamente e finalmente.

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