Storie

Il cuore oltre l’ostacolo

E’ forse la frase più inflazionata, quasi demagogica, della retorica sportiva, ma non conosco due immagini migliori che possano esprimere così efficacemente il mio rapporto ambivalente con il calcio: il cuore e l’ostacolo.

Per quanto riguarda il cuore, è indubbiamente e universalmente riconosciuto da millenni a questa parte come il motore di ogni cosa, fonte di ispirazione e occasione di sublimazione per il proprio spirito. E lo affermo così, senza argomentare, come fosse un assioma, perché prima di me gente da niente tipo Platone ne ha discusso ampiamente e non mi pare che questa sia la sede per mollare un pippone sull’importanza dell’amore nella vita di ogni essere senziente che voglia dare un minimo di significato alla propria esistenza.

Stateci e basta.

Dunque, senza la passione per qualcosa (o per qualcuno) non ci alzeremmo nemmeno dal letto. Ma la passione, come una macchina, ha bisogno di carburante, e il carburante della passione è la forza di volontà. Soltanto che qui la questione si incasina perché c’è un piccolo problema: la forza di volontà, da sola, non basta. Lei non è autosufficiente, non campa da sola, è una mantenuta, non vive senza sfide da superare, senza competizioni in cui ha l’occasione per mettersi alla prova e spingersi oltre.

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Ecco allora che subentra l’ostacolo, il secondo elemento della metafora. L’ostacolo è ciò che di volta in volta ci permette di crescere o di rimanere fermi, di migliorare o di attaccarci ostinatamente alle nostre sicurezze. Di essere contenti di noi stessi oppure di avere coscienza della nostra inettitudine. Certo, gettare il cuore oltre l’ostacolo implica una vera e propria scommessa con la vita e quindi la possibilità del successo o del fallimento. Ma nessuno ha mai ottenuto nulla rimanendo fermo.

La stasi è il preludio della dipartita finale.

Direi di ritardarla il più possibile, quantomeno per dare un senso teleologico al travaglio di nostra madre.

Dicevo che è un rapporto ambivalente, il mio. Cuore e ostacolo, nella mia storia, non sono mai mancati. Io sin da piccola (e tante come me) ho dovuto combattere con lo stereotipo plurisecolare che non mi lasciava libera di essere semplicemente quello che volevo essere, cioè una bambina che pretendeva di praticare un’attività giudicata esclusivamente maschile: giocare a pallone.

“Sei una femmina, non puoi giocare!”

è stata la mia prima (e, per fortuna, unica) esperienza di violenza psicologica, di volontà di predominio.

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Eppure ne sono uscita. Forse, chissà. Vabbè ma chi se ne importa, questo è argomento per psicoanalisti, a noi non interessa. In ogni caso fatemi credere che io sia stata una femminista precoce che a nove anni ha compreso l’importanza di una continua militante lotta socio-culturale contro i cliché e i ruoli precostituiti. Ero una bambina ma volevo avere lo stesso diritto dei miei fratelli bianchi occidentali maschi alpha di giocare a pallone. E anche di indossare le Nike e non le Lelly Kelly, a dire il vero.

Per fortuna mio padre comprese sin da subito questa mia istanza di ribellione (e non mi comprò mai le lellykellyletuescarpineohyeah), anche perché non credo che avrebbe potuto fare altrimenti. Avevo letteralmente puntato i piedi (le mani, le braccia, la testa, gli occhi, le Nike).
Una volta ottenuto il mio sacrosanto diritto di giocare a calcio in una società patriarcale fallocentrica, le cose non è che siano andate sempre bene. Lo sport è fatto di alti e bassi, spesso più bassi che alti. E quindi crescendo ho capito che non tutto corrisponde a quell’idea meravigliosa e romantica che mi ero fatta da bambina, che ci sono anche cose brutte, anche persone brutte, che anche nello sport si può sperimentare quello che si sperimenta quotidianamente nel mondo: odio, ignoranza, cattiveria, falsità, ingiustizia, dolore.
Quello che puoi fare è solo adottare man mano il giusto atteggiamento per fronteggiare al meglio la difficoltà e magari, qualche volta, uscirne vittoriosa.

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Ho compreso quindi che il mio cuore avrebbe dovuto superare ancora tantissimi ostacoli e che molto spesso quegli ostacoli avrebbero assunto la forma di persone. “Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo” è una frase di qualche santone random (Gandhi) che mi è capitato spesso di leggere, molto bella, sisi, assolutamente, non c’è dubbio. Ma continuo a sostenere che se nel frattempo che io cambio certe persone si togliessero autonomamente dalle balle, non sarebbe poi così male.
Non è detto che una storia debba avere per forza un lieto fine. Una storia è una storia e basta, a prescindere da come comincia e da come finisce. E’ come un telefilm o una saga che non la vuole sapere di giungere alla fine, perché nessuna conclusione potrebbe far contenti tutti e perché nessuno accetterebbe mai l’idea che non ci sia ancora un’altra puntata da guardare o un altro libro da sfogliare (c’è gente che non ha mai accettato la fine di Harry Potter e che per questo avrebbe anche potuto ammazzarsi o ammazzare J. K. Rowling).

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Il finale della mia storia non esiste semplicemente perché la mia storia non è finita. E questa storia è sempre stata, è e sempre sarà scandita dal battito incessante di un cuore che tenta di superare un ostacolo, inciampando, cadendo, rovesciandosi su sé stesso, sbucciandosi le ginocchia.
Una storia è vera non se racconta qualcosa di bello e perfetto, con una conclusione sorprendente, che lascia tutti a bocca aperta, ma se racconta qualcosa che fa parte VERAMENTE della vita di ognuno, che tocca indistintamente le corde dell’animo umano. E la vita di ognuno è fatta di gioia nella stessa misura in cui è fatta di dolore. E’ fatta di soddisfazioni ma anche di tante ginocchia sbucciate.
Quindi racconto l’unica verità che conosco. E la mia è la verità di un ginocchio sbucciato.

Com’era quella storia della freccia e dell’arco? Se la vita ti trascina indietro significa che sta per lanciarti verso qualcosa di grande.
Allora speriamo che davanti non ci sia un muro.

Per aspera ad astra

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