Storie

Eva e Pablo

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“Dovrei cambiare nome, qualcosa di più sudamericano, forse brasilero. Evinha? Dai Mauro non fare quella faccia, trovami un soprannome”.
Passano così quelle strane serate tra il marrone del tavolo di questo pub, il biondo della birra, il fracasso di tante parole e risate messe insieme e la nostalgia di casa.
“Ci penso”.
L’ho fatto davvero.
Chi mi ricorda Eva?
Eva Maria Ortega.
E’ stata innanzitutto una voce, con il suono della lingua spagnola che cerca di piegare l’italiano in una musica comune. Giocava a Taranto, insomma un po’ più a sud di dove si trova ora.
“Il tunnel è una soluzione di gioco”.
Così mi ha detto in quella intervista radiofonica, da allora m’è sempre rimasta quell’impressione indelebile che mi stesse prendendo per il culo. Ho scoperto che ci crede davvero anche se accompagna quella frase con un sorriso ammiccante.
Non l’ho mai capita davvero Eva Maria Ortega.

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Con il naso perennemente infilato in qualche libro e poi lo sguardo rivolto lontano. Ha sempre una opinione ragionata di quelle che sono frutto di una riflessione. Le condisce con quel cinismo precoce che non si dovrebbe accompagnare alla sua età, allora ti fermi un attimo prima d’avvicinarti troppo per il timore di trovare sotto l’apparenza una storia, che fa male a essere raccontata.
Quando indossa gli occhiali sembra ancora più seria, poi guardo lo schermo scheggiato del suo smartphone tenuto insieme da una pellicola e penso che non è diversa dalle adolescenti come Anthea.

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Anthea gioca a football americano con Federica, ha un atletismo non comune ma entrambe non appartengono direttamente a questa storia. Si sono intrufolate per caso.
Torniamo alla ragazza di Saragozza.
Conservo in bella vista la sua maglia numero 11 con i colori del Real Statte e la sua firma sopra.
Calcisticamente c’innamoriamo sempre di quei giocatori capaci di rendere meravigliosa e stupefacente la normalità. Quelli che “valgono il prezzo del biglietto” anche se nel futsal femminile di solito non si paga per accedere agli incontri.
Sono quei giocatori che alla fine non è che non vincono nulla, ma vincono meno di quello che la loro classe avrebbe potuto fargli raggiungere. Sempre perseguitati dagli infortuni come se le divinità del calcio si divertissero a togliere un po’ di quello che hanno concesso.
Eva Maria è così. Se c’è un passaggio laterale semplice, lei attende l’avversario per fare quello stesso passaggio ma con un tunnel. Una “busta” come si dice a Roma.
“Mi devo divertire, ho bisogno di libertà”.
Le piace ripetere questa frase, un concetto che si estende a tutta la sua vita.
A quale calciatore mi fa pensare?
Pablo César Aimar Giordano.

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Eccolo, si è lui.
El Payaso non è mai stato un giocatore “normale”.
Esordisce a sedici anni nel River Plate in un freddo agosto argentino l’11 del 1996, in Colon Santa Fe-River Plate (1-0). Arrivato al River grazie a Daniel Passarella che lo scopre in un campetto di Rio Cuarto a Cordoba mentre milita nelle file dell’Estudiantes. Troppo giovane per la cantera biancorossa è proprio Passerella a convincere il padre a lasciarlo partire e ad abbandonare il sogno di vedere il figlio diventare un medico. Lo lancia in prima squadra uno dei monumenti del calcio albiceleste, Ramon Diaz.
Il primo gol arriva solo a febbraio, contro il Rosario Central.
Al Monumental fa coppia con Javier Saviola, altro giovane prodigio dell’immensa cantera del River.
Li guardo con l’ammirazione che hanno i bimbi il giorno di natale quando scartano i regali  e allo stesso tempo però c’è quella sorta di rassegnata ineluttabilità, come quando t’innamori la prima volta di quella fighissima sotto l’ombrellone vicino al tuo e lei limona invece con quel subumano della 3C.
A vent’anni ci s’innamora così, senza una ragione e senza ritorno.

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Eva mi ricorda Pablo.
Eva la ragazza nata in riva all’Ebro e proprio nel capoluogo d’Aragona e con la camiseta bianco blu ha giocato il ragazzo di Rio Cuarto. Scopro che lei possiede proprio la maglia di Aimar, non so se provare invidia oppure abbracciarla forte.
Eccolo il tuo soprannome, El Payaso.
L’unico giocatore per il quale Diego Armando Maradona era disposto a pagare pur di vederlo giocare. L’idolo d’infanzia di Lionel Messi. Maestro della rabona con la quale passava e crossava indifferentemente. Vince un mondiale under 20 da protagonista assoluto e tra i compagni di squadra ci sono ragazzi come Riquelme, D’Alessandro, Saviola e Coloccini. Quattro titoli argentini, due Liga, una Coppa Uefa con il Valencia di Rafa Benitez. Il tecnico spagnolo al termine dell’incontro definì così il ragazzo: “avevo chiesto un sofà, mi hanno dato una lampada”.
Quella con un genio dentro, la strofini e salta Beckam come se fosse un giocatore di terza categoria, oppure danza dentro l’area del Betis cambia piede con un palleggio raffinato e sbatte la palla nel sette. Ridicolizza da solo il Manchester United di Ser Alex Ferguson che urla dalla panchina: “abbattetelo” e l’avrebbero anche fatto se fossero riusciti a prenderlo.
Quando s’è ritirato dal calcio è sparito il ricordo di quello stupore, della sorpresa nel vederlo giocare, ogni tanto torna però, su un parquet perso nella provincia italiana, quella del sud che s’innamora così senza pensare troppo anche delle sue figlie adottive.
Eva come Pablo.

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Prendi una birra e ordina da Pinillo, quello vero però quello sotto il cavalcavia della ferrovia perso nella notte di una città al confine tra il mare e la montagna.
Ci vediamo lì, a parlare di vita, di birra e di sogni.

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