Caffè Corretto

Sono atleti migliori ma fragili

Si sono appena accese le luci della città, è notte ma non ancora quella buia che fa paura.
Ho un vecchio portatile di quelli che se ancora funzionano allora tanto vale continuare ad usarli, un po’ come quei giocatori che non s’arrendono all’età che avanza, provano a dare il loro contributo, anche minimo.
Già gli atleti di questo sport, di altri sport non importa davvero quali, sono atleticamente superiori a quelli che li hanno preceduti, spesso anche tecnicamente superiori.
Eppure sono infinitamente più fragili mentalmente.
Ricordo Buffon parlare di depressione, avventurarsi in quella che è una questione moderna, quella della salute mentale, che non può essere liquidata con un qualunque “ai miei tempi”.
Non funziona la vecchia pedagogia dello schiaffo, della semplicità dei tempi che furono, di quelle educazione agricolo-matriarcale che ha pervaso la penisola italiana per quasi 70 anni.
No, questi atleti sono sottoposti a uno stress, a uno scrutinio che solo quindici anni fa era impensabile. Nei cari e bei vecchi tempi, di quelli che li inneggiano e ai quali sono purtroppo sopravvissuti, un calciatore professionista se la cavava con una intervista alla domenica se era particolarmente famoso, qualche gossip qui è là, nulla al confronto della pressione attuale.
La necessità di nutrire il feed delle notizie per ventiquattro ore al giorno, trecentosessantacinque giorni l’anno, ha dato vita all’info-tainment, l’informazione che diventa intrattenimento.
Nel suo piccolo anche il futsal s’è adeguato, siamo pieni di notizie marginali ma va bene così, questo non è certo lo sport più bello del mondo, visto che ne esistono almeno altri 32 esaltati esattamente allo stesso modo dai propri appassionati di riferimento.
Non c’è rischio quindi che un giocatore di futsal possa soffrire la pressione di uno scrutinio minuzioso della sua prestazione sportiva, della sua vita privata. Si trova ancora per sua fortuna all’interno di una bolla temporale, prigioniero degli anni 50. Può tranquillamente trincerarsi dietro ad una miriade di luoghi comuni, dietro ad una società sportiva così provinciale da non essere in condizione nemmeno di gestire un contraddittorio che non sfoci in un flame da comare di paese sui social.

Com’è che ho pensato di scrivere di salute mentale, di giocatori e di argomento dei quali in un momento come questo dove regna il pensiero unico “del prima la pagnotta”?
Perché non è andato tutto bene, non siamo migliori di prima, probabilmente peggiori e perché negli ultimi giorni sono accaduti due fatti.
Il ritorno di “Kungen” sulla scena del gaming e il suicidio di “Rokful”.
Userò i loro nick e non ii loro nomi, perché questo non uno di quegli articoli acchiappa click nel quale si fa leva sulla pancia di chi legge, sull’emozione primordiale.
Questa è una riflessione, per tutti quelli che vivono, operano anche professionalmente in ambiente e culture che favoriscono atteggiamenti che ledono le fragilità degli altri.
I due personaggi che vi ho citato sono stati estremamente popolari,  hanno avuto un grande successo nel loro ambito professionale.
Kungen ha costruito intorno al successo dei suoi Nihilium una impresa commerciale tra le più remunerative dell’ambiente. Piegato e piagato da una affezione clinica che non comprendeva a scoperto di essere “bipolare”, la diagnosi e poi la cura che non segue alla lettera, l’hanno aiutato a ritornare sulle scene. L’ultimo episodio psicotico durante il lancio di World of Warcraft Classic, in diretta mondiale, l’ha finalmente indotto a prendersi cura della sua condizione.
Rokful invece era uno di quei ragazzini odiosi con le sinapsi a palla, troppo bravo sulla scena nascente del PVP di WoW. E’ rimasto così incastrato in quell’età per chi l’ha visto giocare quando non era ancora diventato campione di Heartstone, pilastro fondante di Twitch e volto storico della comunità Blizzard. Ora, trentenne, con una relazione stabile eterosessuale, con una valanga di soldi, una enorme casa appena acquista ad Austin in Texas, così grande da chiedere agli amici di abitarla con lui per non lasciarlo solo.
Si è impiccato.
Sedici ore dopo aver chiesto alla sua storica compagna di sposarlo.

Perché i social lasciano una traccia, che scava un solco che amplifica quello che provate e non sempre l’immagine che ritrae corrisponde alla realtà.
Come spettatori, come fruitori, abbiamo obbligato queste figure ad esporsi ad una brutalità sociale che abbiamo pensato di combattere con una pletora di luoghi comuni.
Guardate, osservate bene i vostri “stream” social, se escludete i boomer che confondono un “cuore” con una dichiarazione d’amore, quello che vi vedrete restituita è l’immagine nella quale sono tutti perfetti, gli atleti tutti straordinariamente dotati, felici di trovarsi in quella squadra anche se sono arrivati nell’ultimo giorno di mercato e perché non avevano altra destinazione.
Li stiamo avviando sulla strada del fallimento, senza prepararli alla possibilità concreta che questo accada. Li stiamo incoraggiando a fallire, consci che le loro capacità non potranno mai condurli in una direzione diversa.
Non siamo tutti uguali, eppure ci viene chiesto di trattare gli atleti come se lo fossero, attribuiamo importanza eguale al giocatore di livello internazionale e a quello che fatica ad allacciarsi gli scarpini.
Ci guardiamo allo specchio ma in uno distorto, in cui siamo bellissimi, sul punto di essere lo sport più seguito, bello, di successo al mondo.
Non lo siamo, dovremmo imparare a guardare i nostri difetti e a considerarli opportunità, considerare con onestà il percorso da intraprendere senza guardare con nostalgia spesso revisionista il passato.

Dovremmo trattare gli altri come vorremmo essere trattati noi e invece ci ritroviamo con le barricate, i nemici e le parole che non possiamo sostenere, le promesse che non possiamo mantenere.
L’odore dell’estate, il vociale lontano, l’odore della carne di pecora cucinata male.
Le parole che non volete leggere, quelle scomode da digerire, quelle che a scriverle fanno male due volte, perché le ho pensate prima e poi scritte.
C’è chi russa forte sul divano, un televisore con l’audio a tutto volume con l’ennesimo talk fatto di urla e odio.
Gay picchiati per strada, nella mia città, nella provincia del meridione d’Italia.
Doveva andare tutto bene, non è cambiato nulla, siamo peggiori di prima, nutriti delle nostre paure da scagliare contro altri e siamo senza storie da raccontare, di quelle che vale la pena ascoltare eppure ci sono, se si ha la voglia di ascoltarle.
Sono stanco, metto via questo taccuino digitale.

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