Storie

Se Fossi un Mister – La Fenice

L’Araba Fenice è un uccello mitologico che rinasce dalle proprie ceneri dopo la morte e proprio per questo motivo, simboleggia anche il potere della resilienza, ovvero la capacità di far fronte in maniera positiva alle avversità, coltivando le risorse che si trovano dentro di noi.

Hai mai osservato un gioiello insieme a tanti altri, uno di quelli che non brilla come dovrebbe, un gioiello raro ed in quanto raro difficile da collocare?
Lo guardi ed all’apparenza sembra come gli altri poi ti accorgi che non riesce a brillare alla pari, la soluzione più facile ed immediata è quello di lucidarlo e di solito l’ovvietà è anche la strada più efficace.

La sfida di ogni allenatore, di ogni uomo di sport in un mondo povero come il nostro, intendo il calcio a 5, forse dovrebbe volgere verso la valorizzazione, l’ingegno, la nuova possibilità nei confronti di chi possibilità ne ha avute poche, la ricerca di una nuova via per chi la via l’ha smarrita.

Il sole illumina un palazzo bianco che ricorda il pallore delle guance di questa ragazza, arrivata da qualche anno, ci parlo, la ricordo piccolina ora è una donna, cresciuta fisicamente ma che è rimasta a metà strada ,la bambina non è riuscita a correre dietro l’adulta e l’adulta non ha avuto la pazienza di aspettare la bambina.

fenice

Dentro di me penso, è meraviglioso!
Manca un pezzo, devo farle ricongiungere, devo ripercorrere la strada a ritroso, trovare dove si sono fermati i sogni della bambina e che strada ha preso l’adulta?
Quando  ha lasciato la mano della bambina ed ha deciso che poteva farcela anche senza di lei?

Prima di tutto ciò però devo chiedere aiuto alla bambina ed all’adulta e capire se sono disposte a venirsi incontro, altrimenti non ce la farò mai, mi servono informazioni, mi serve il suo cuore, mi servono le motivazioni e devo capire che sapore hanno le sue lacrime, le sue paure, le sue emozioni, i suoi sorrisi, devo aiutarla a ricordare quando ha deciso di essere ciò che oggi l’ha portata a chiudersi in se.

Difficile, ai limiti dell’impresa se chi hai davanti non è più abituato a spogliarsi, ovvio non in senso fisico che si sa tra l’altro è fatica molto meno ardua del mettere a nudo la propria anima.
Forse è maschilismo considerare intima la biancheria che una donna indossa, sono quasi sicuro che una donna associ molto più le sue ferite alla parola intimo.
Sono quasi sicuro che una donna se dovesse scegliere ti darebbe più il corpo della sua anima, così come sono convito che le donne le puoi avvicinare solo con la testa, eccola spiegata la fatica degli uomini che una testa per ragionare non ce l’hanno.

Bene ci siamo, la Fenice è morta, questa è la prima sensazione che ho dal campo.

fenice

Urlo, strepito, alterno una carezza, una parola di conforto a dei rimproveri che la fanno diventare minuscola ma non c’è reazione, visivamente vedo le sue spalle chiudersi, la sua comunicazione non verbale incassare i miei colpi con rassegnazione, non me lo dice ma più o meno è come dirmi:

con me non attacca più nulla

Non ci sto, non mi piace, anche se non sono sicuro di avere le forze per condurre questa battaglia, mi sento un professore di geometria che cerca di insegnare la bellezza dell’arte, uno che cerca di coniugare diagonali, pressing in prima linea e tempi di gioco con sogni, ambizioni e traiettorie del cuore difficili da percorrere, lei chiusa nelle sue convinzioni, lei con il mare negli occhi sembra volersi fermare a riva.

Fosse solo per etica professionale voglio provarci, la fenice deve rinascere dalle sue ceneri, d’altronde spetta anche a me il canto del cigno, l’ultima magia poi il pubblico stupito ti dedicherà un applauso e tu uscirai tra gli applausi mentre affoghi nelle lacrime del mai più.
Tutto molto romantico ma se buchiamo l’esibizione ce ne andremo entrambi di spalle senza guardarci, senza dirci quello che è sospeso nei nostri sguardi, guardo il blu del mare nei suoi occhi e soffio forte nella barca che deve per forza farle ricominciare il viaggio.

E’ un pomeriggio buio, la convoco e la porto a vedere il campo in cui ho cominciato a giocare, le parlo di me, del tragitto che ho fatto per esser qui accanto a lei oggi, le mostro le mie paure e ciò che mi ha ferito ma non cambiato.

fenice

Forzo la mano, dimmi cosa vuoi essere, dimmi quali sono i tuoi sogni, dimmi perché hai smesso di inseguirli, dimmi dove hai nascosto lo zaino con cui hai deciso che un giorno avresti fatto un viaggio verso quel che solo tu conosci, dimmi perché hai deciso di trascinarti.

Lei trema, è freddo, chiude le spalle, guarda in terra, ogni tanto prende fiato e ad ogni respiro sento che sta scavando dentro se stessa alla ricerca di ciò che ha sotterrato per non starci più male.

Una lacrima fa su e giù dal mare dei suoi occhi, indecisa se scendere o rientrare nell’immensa distesa che nasconde dietro lo sguardo,  mi sento in colpa ma so che non posso cedere ora, sta aprendo il suo dolore che mi spara addosso con una sola frase

ho capito che non ero all’altezza, ho capito che non posso, ho capito che era solo lo stupido sogno di una bambina, ho capito che forse non era davvero per me questo sport e che aveva ragione chi non aveva più fiducia in me.

Eccole le abbiamo ricongiunte, l’adulta e la bimbina, eccola la frattura insanabile, ad un certo punto la ragazza ha rimproverato alla bambina l’assurdità dei suoi sogni, il fatto di non averli raggiunti ed è qui che ha deciso di prendere una strada diversa, una più pratica, priva di voli pindarici e di desideri da inseguire, una strada asfaltata dove tutto è già indicato, la strada del sia quel che sia ma senza impegno emotivo.

fenice

E’ passato un po’ di tempo da quel giorno, mentre la sua traiettoria si allunga verso una nuova lei la mia si esaurisce verso un punto definito, il punto in cui le storie finiscono, i ricordi violentano le lacrime e con le mani in tasca vai in direzione opposta e contraria.

La fenice sembra rinata dalle proprie ceneri, sembra essere leggera, sembra aver scoperto se stessa, sembra aver ritrovato la confidenza con il gol ed ora non chiude le spalle su stessa, ora lotta e corre, piange a volte, sorride senza guardare in terra anzi spesso ti buca l’iride con il blu dei suoi occhi, mentre corre per mano con se stessa bambina verso la porta avversaria, si arrabbia e prova ogni volta de capo se qualcosa non le riesce.
Certo è solo un inizio e voi vorresti sapere come va a finire e forse lo vorrei sapere anche io.

Oggi non ci è dato saperlo ma penso alle tante ragazze in giro per i campi di futsal, quelle che hanno smesso di crederci, quelle che non sentono più l’immensità nello stomaco prima di giocare una partita, quelle che ci son state male ed hanno deciso di non emozionarsi più e quelle che un insuccesso è per sempre.

Penso a voi tutte, con le ginocchia sbucciate, con lo sguardo perso e le certezze lasciate chissà dove e penso a me ed a tutte le volte che ho pensato di mollare.

fenice

Credo soltanto che dovete cercare fiducia, ripercorrere la strada a ritroso, riavvolgere il nastro fino al punto in cui vi ritroverete sorridenti, vogliose di dimostrare qualcosa a qualcuno allora li, proprio li porgetevi la mano e riaccompagnatevi dove siete oggi.

Non è tardi, non è inutile e nemmeno più doloroso dello stare chiuse in una teca a pensare che no il vostro treno non passerà di nuovo.

Tra i greci, la Fenice era una sorta di aquila reale con colori splendidi come l’oro, l’azzurro, il rosso e la porpora, tanto per citarne alcuni. Lunghe piume scivolavano dal capo e la coda era formata da tre lunghe piume, una rosa, una rossa e una azzurra.

Sulla sua esistenza ci sono tanti interrogativi e molti poeti l’hanno considerata nel tempo, soltanto il frutto della fantasia, altri sostengono invece che il mito sia stato ispirato a un vero uccello che viveva nella regione allora governata dagli Assiri.

Ma ciò che più interessa è la simbologia che la Fenice rappresenta, ovvero la morte e la risurrezione che nella vita quotidiana, possono essere associati in senso lato alla resilienza.

È che mi lasciavo trascinare in giro dalla tristezza
Quella che ti frega e ti prende le gambe
Che ti punta i piedi in quella direzione opposta
Così lontana dal presente
Ma noi siamo quelli che restano
In piedi e barcollano su tacchi che ballano
E gli occhiali li tolgono e con l’acceleratore fino in fondo
Le vite che sfrecciano

E vai e vai che presto i giorni si allungano
E avremo sogni come fari
Avremo gli occhi vigili e attenti e selvatici degli animali

È che mi voltavo a guardare indietro
E indietro ormai per me non c’era niente
Avevo capito le regole del gioco
E ne volevo un altro uno da prendere più seriamente

 

 

Comments

Click to comment

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Più Letti

To Top