SI NARRA CHE LA POESIA SIA NATA CON LO SPORT
Fever Pitch

Sara Boutimah – Radici mobili e Marocco nel cuore

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Foto Lokrians

“C’è un posto che mi piace: si chiama mondo”.

Quella di Sara Boutimah è una storia di viaggi nei quali si è sempre sentita a casa.
Appartenenza, più che adattamento. Radici mobili, transizioni che non spezzano i legami. Insegnamenti che diventano tuoi, al di là dello spazio e del tempo.

Tutto parte da Fermo – un gioco di parole orribile – ma è davvero qui che tutto inizia il 20 agosto 1995, quando la famiglia Boutimah, di origini nordafricane, si allarga con l’arrivo di Sara: il primogenito è Ismail, il più piccolo è Omar, ci sono anche due sorelle e poi una nipotina di 3 anni. In Marocco – a Casablanca – la famiglia è ancora più numerosa: il papà ha 6 fratelli, la mamma 8. Sara li vede nei tre mesi estivi. Prima l’accompagnavano i genitori, ora preferisce partire da sola. L’ho vista una volta, appena rientrata dalla lunga vacanza: capelli molto più corti e due grandi occhi color ambra addolciti dalla luce di un sole rosso, che bacia allo stesso modo mercati e deserti.

Ti senti più italiana o marocchina?

le chiedo. Lei ci pensa un po’ e poi dice “italiana”. Non avrei potuto aspettarmi risposta diversa da una che ha la lasagna come piatto preferito, adora Roma e sogna di vedere Venezia. Ma Casablanca è un luogo che custodisce stretto nel cuore. “Mi piace l’ospitalità della gente del luogo. E poi la generosità: se un ragazzo riesce a compare una tavoletta di cioccolato, la divide con tutti gli altri. Queste sono scene che si vedono spesso nelle vie della città”.

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Moschea di Hassan II

Ma è a Fermo che dobbiamo tornare per iniziare questa storia e Sara lo fa volentieri. “E’ un posto di cui sono innamorata. Ha una piazza stupenda e un Duomo meraviglioso”. E poi c’è il campetto di Santa Petronilla dove Sara gioca a calcio con Ismail, calcettista del Futsal Cobà, e altri amici marocchini. “Un’ora e mezza a correre e picchiarci, poi si tornava a casa sennò arrivava il resto da nostro padre”, scherza.

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Non l’hanno mai vista giocare i suoi genitori. Anche per gli allenamenti Sara si è sempre organizzata da sola, sin dalla prima esperienza in una squadra di calcio a 7 mista, in cui approda su suggerimento del compagno di banco Enea. “Non sapevo neanche che esistesse questo sport, ma era un’opportunità e l’ho colta”. Sara non lo sa, ma ha appena spalancato le porte al suo destino perché – pochi mesi più tardi – la chiama la squadra femminile del Porto Sant’Elpidio. Un anno come ala, poi la Jesina la sceglie come trequartista, ruolo che inizia ad avvicinarla al futsal. “Ho capito che negli spazi piccoli mi trovo a mio agio”. Ragiona in fretta, infatti, Sara. E le gambe vanno alla stessa velocità della testa anche nelle fila della Vis Concordia, sua nuova casa, che nella stessa stagione passa dal regionale al campionato nazionale. In A, però, lei arriva con il Portos di mister Cesar Correggiari. “Ho amato il futsal da subito, ma con Cesar ho imparato ad amarlo ancora di più”.

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Una dichiarazione – badate bene – che fa riferimento ad un biennio tutt’altro che facile: il minutaggio in partita è basso, la pressione è tanta. Ma nel poco tempo che ha, Sara segna. Gol di rapina o in allungo, l’istinto la guida e lei lo asseconda. A mister Chiesa serve proprio una giocatrice così e Sara cambia ancora maglia: dal giallonero all’amaranto della Bellator. E inizia un altro viaggio, forse il più importante della sua carriera fino a quel momento perché a Ferentino fanno davvero affidamento su di lei.
Mi mancava ancora l’esperienza, il clima partita. Ma quell’anno è cambiato tutto e ho scoperto di saper fare cose che non avrei mai immaginato. Io volevo giocare e mi è stata data questa possibilità in un anno molto positivo, concluso con la salvezza”. Nel mezzo c’è anche la convocazione in azzurro per il raduno di Novarello e Sara inizia un lavoro durissimo su di lei: ha scoperto le sue potenzialità, ora però inizia a fare i conti anche con l’altra faccia della medaglia. “Tuttora non credo di essere da Nazionale: lì servono giocatrici complete e io ho ancora tanto da imparare, soprattutto in difesa”.

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Che crediate o non nel fato, l’esperienza di Lokrians non arriva a caso. Alla corte di Mardente, ci sono infatti due degli ultimi più arcigni in circolazione, Soto e Violi, e poi c’è Bazan.
Con le prime due ho potuto colmare molte delle mie lacune e Lioba,  molto più simile a me per caratteristiche, è stata un esempio da seguire. Stando al loro fianco sono cresciuta: mi hanno insegnato a dare il massimo in ogni allenamento, prima che in partita”.
Ma la nave del Lokrians affonda ad una giornata dalla fine del girone di andata e dal 27 dicembre 2017 Boutimah è una giocatrice svincolata, libera di scegliere il biglietto per la prossima destinazione. Stavolta è una vera e propria traversata: 1203 chilometri, l’esatta distanza che la porta dalla culla della Magna Graecia a Thiene, in provincia di Vicenza. Il club rossonero non se la passa bene: 97 gol subiti, appena 14 gol fatti (A.B, avanti Boutimah) e zero punti in classifica sono dati che avrebbero scoraggiato chiunque, tranne lei.
Ho ricevuto anche altre proposte, ma era una decisione da prendere rapidamente, molto rapidamente e a distanza di qualche settimana sono felicissima di aver accettato la sfida”.
Subito un gol in contropiede contro la Ternana all’ex compagna di squadra Mascia – “per me il portiere più forte che ci sia” – un altro sigillo la domenica successiva contro l’Italcave, senza dimenticare il tunnel alla Ricardinho (il suo idolo) che avrete visto e rivisto su Facebook. Non male come biglietto da visita, anche se il pivot non si accontenta. “Vorrei che i miei gol servissero a muovere la classifica”.
Tempo al tempo, un adagio difficile da mandar giù per chi compie scelte di vita nello stesso lasso in cui io riesco a decidere se preferisco la pasta con o senza sugo. Intanto con il tempo – inteso quello giocato – Sara ha fatto definitivamente pace.
Sono passata da pochi minuti, a stare in campo quasi tutta la gara. E’ dura, ma è anche motivante in attesa di qualche rinforzo che possa darci una mano: il nostro problema è solo numerico, per il resto c’è un bel gruppo e a Thiene si vive davvero bene”. Questa casa adesso le piace e il futsal le sta finalmente dando ciò che ha sempre cercato: la continuità per poter dimostrare di essere la numero uno.
Come mi vedo tra 10 anni? Sto gettando le basi per continuare a giocare a calcio a 5 il più a lungo possibile. E magari mio fratello Omar potrà finalmente venire a tifare per me almeno una volta. Un’alternativa sarebbe la cucina”.
Ah già, l’amata lasagna. “Anche un bel piatto di cous cous, nessuno lo prepara meglio di mia madre”.

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