Deontologia professionale, così la chiamano quelli colti, come se ci fosse bisogno di ricordarle certe cose.
Il patto con te stesso e quello con il Diavolo passano tra la tua anima e la tua ombra, una delle due ti urla nella testa e l’altra ti sussurra nelle orecchie, seducente e sinuosa e se tentenni magari ci cadi dentro.
Il mondo del calcio a 5 era una fantastica nuvola di zucchero e tu da fuori fremevi per entrarci dentro, giovane ma non troppo, con la passione smisurata per quel che hai sempre sognato.
Una panchina, un fischietto e quattro appunti era tutto quel che avevi in tasca.
E’ difficile anche saper da dove iniziare, le vertigini come al luna park, le montagne non sono russe ma sono rosse, livide come la tua rabbia, intense come i raggi di sole di agosto, bruciano quanto una delusione, bruciano gli appunti, poi le guance ed alla fine asciugano le lacrime.
Dimmi, perché hai iniziato, quanto tempo hai perso, quanta vita hai guadagnato?

E’ stato ormai un bel po’ di tempo fa, ricordo la sorpresa negli occhi delle ragazze, la gioia per una sacca di palloni, il tremore per la prima di campionato e la soddisfazione per ogni piccolo, impercettibile passo in avanti e si che di strada ce n’era da fare.
Il parquet non lo avevo nemmeno in camera da letto e figurati se potevo sognarlo sul campo da gioco, panchine fredde ed umide come gli occhi dopo un pianto, maglie stropicciate e senza fronzoli come un gol a porta vuota da mezzo centimetro, la cronaca del giorno dopo era quella che ti scrivevi da solo, solo come quella cicatrice sulla coscia che ad ogni scivolata sul sintetico si riapre.
Sintetico come il tessuto delle maglie da gioco oggi, sintetico come il ghiaccio nella borsa dei medicinali, oggi va via come fossero caramelle, qualche anno fa dosato come fosse acqua santa che altrimenti prima di poterlo ricomprare passeranno mesi.
Non avevamo molto ma sapevamo sognare tanto, potevamo vederci lontani da li, su qualche palazzetto gremito a giocarci una finale di coppa, seduti nel caldo di uno spogliatoio con il thè all’intervallo, la frutta secca sul tavolo, secca come i rami che dovremmo tagliare, condizionale d’obbligo come l’allenatore con patentino in panchina, in panchina come una riserva, la riserva espressa sulle nuove maglie gialle degli arbitri.

Dove siamo arrivati dopo tanti chilometri, celebrazioni di noi stessi, illusioni e disincanti venduti per non essere pagati mai, dove è il nostro futsal femminile oggi?
Io non lo sento poi così mio, ho smesso di viverlo con il plurale maiestatis quando siamo partiti per una guerra giusta a detta di molti ma che poi hanno combattuto in pochi, deontologia professionale.
I soliti accordi, la solita canzone, le pari dignità, le pari opportunità sventolate in faccia alle protagoniste per poi nasconderci dietro di esse ed esibire le nostre ambizioni, la nostra voglia di arrivare che non sarebbe neanche così deleteria se non fosse voglia di arrivare a qualunque costo, sopra ogni sentimento, promessa e stretta di mano, deontologia professionale.
“..Tu sapevi di me che cadevo in picchiata sfidando chiunque volesse dividerci, la vita ti asciuga le lacrime a volte togliendoti gli occhi, ho imparato a fare l’asino anche nei paesi senza balocchi, mi sveglio di notte sudato alla ricerca del tuo profumo, perduto come le promesse che non ho mai mantenuto a nessuno…”
La mia prima panchina da mister nel femminile me la ricordo bene, avevo ragazze sorridenti accanto, nessuno sapeva dove stavamo andando, nessuno pretendeva niente se non un pallone, un arbitro e 12 maglie, il campo era a Castello delle Forme, fa ridere solo a pronunciarlo, orario di inizio gara le 22:30, Novembre inoltrato, il freddo pungente dalla punta del naso fino a quella dei piedi.
Piano piano con le nostre manie, soffiando sulla nave abbiamo cercato di approdare nel nuovo mondo, piano piano con le nostre mani ci siamo rovinati il gioco, l’aspetto ludico, fondamentale in ogni cosa che si ami.

Oggi abbiamo il parquet, una borsa di medicinali piena, snoccioliamo diagonali e parallele come fossero Ave Maria, la scarpa firmata, la muta firmata, l’ufficio stampa, le casacche double face come i peggiori dirigenti della storia, double face anche loro, oggi non ci sentiamo più poveri.
Oggi abbiamo tutto, oggi non abbiamo più niente di quel che avevamo tanti anni fa e che ci fece credere ne valesse la pena.
Quando capisci che due persone si amano?
Quando giocano e poi ridono e poi piangono e di solito finisce tutto in un abbraccio, più o meno come dopo un goal.
Devo rispondere ad una ragazza che alleno, mi ha chiesto perché non le parlo più, deontologia professionale.
Dimmi ancora se Che Guevara
È l’unico uomo che ti ispira sesso,
Se la bandiera della pace l’hai rinchiusa in qualche cassetto
Se hanno vinto i capitalisti
Che ti riempiono la busta paga
Se faresti la rivoluzione
Nonostante la borsa di Prada
E quanto ti ho amata
Nemmeno il mio cuore lo sa
E quanto ti ho amata…
Nemmeno il mio cuore lo sa
Dimmi solo se sei felice
Anche senza la fluoxetina,
Se la sera ti sciogli i capelli
E nei sogni ritorni bambina,
Se hai raggiunto la calma apparente
E magari vorresti un figlio,
Se le ombre di tutti i pensieri
Ti portano gioia oppure scompiglio.
Dimmi solo che cosa ti manca
Appena prima di dormire


