Storie

Luci gialle nella foschia

C’è quell’aria alla domenica mattina che racconta di festa e di calcio, di lunghi viaggi e di tre vite che non conosco davvero.
Ore passate prigioniero di un lettore mp3 rubato credo a “Radio Italia solo musica italiana” e nel girone dannato di un selfie che si ripete identico per un centinaio di chilometri.
I viaggi verso Roma non saranno mai semplici per me. Negli ultimi anni quando controllavo che ci fosse tutto alla partenza, alla guida c’è sempre stata Federica.
Oggi invece, c’è una riccia rossa che profuma di una notte troppo lunga che è diventata un’alba, che racconta di melanzane alle quattro del mattino e di un McDonald fantasma.
Nonostante il libro che ho con me, Flash Boys di Michael Lewis, assisto inerme al concerto per voci assonnate e improbabili, di queste tre folli compagne di viaggio.
Gli alberi scorrono come linee sfocate fuori dal finestrino. La fermata all’autogrill più freddo del mondo e il pullman del Pescara Calcio a 5 Femminile che sembra quasi quello della Juventus parcheggiato fuori.
Gli astanti infreddoliti pensano si tratti del Pescara, quello maschile che gioca in Serie A.
Invece sono donnine atlete che giocano, quasi da professioniste.
I ricordi si fanno più intensi con l’approssimarsi della città eterna, come se li avessi lasciati lì, tutt’intorno.
Roma è inevitabilmente gialla e rossa e non per la maglia della squadra di calcio.
Le ville liberty si mischiano ai palazzoni degli anni cinquanta.
Trastevere e il parcheggio dentro al ristorante
Il culo che ti manca è tutto nel “culo per il parcheggio”, Ginger.
La tovaglietta sul tavolo e il nome “Cayo e Gayo” scritto sopra. Non posso che sorridere e guardarmi un filo sospettoso intorno quando arriva a servirci una cameriera, con degli zigomi molto arrotondati e mi sovviene il dubbio che, in qualche momento della sua vita, si chiamasse Giuseppe.
Non ricordo quante foto ho scattato a queste donne meravigliosamente incasinate. Quante risate assurde, macchie in posti indicibili e considerazioni inaccettabili, ho ascoltato in un pomeriggio che accorcia le ore dentro ai minuti.
Quando si trascorre del tempo in uno spazio ristretto, le vite finiscono inevitabilmente con lo sfiorarsi. Potevo rifugiarmi in un discorso qualunque, far scivolare via l’angolo tortuoso della vita della persona che mi parla e invece scelgo di addentrarmi in una cristalleria di emozioni attento a non rompere nulla a lasciare solo quel posto del cuore più bello se possibile di come l’avevo trovato.
Intorno scorrono e sfuggono altre vite, che parlano senza ascoltarsi e guardano dimenticandosi di osservare.
I luoghi si caricano di ricordi e quando ci cammino sopra si caricano come una sequenza, mi zittisco e m’incupisco lo so e non vorrei farlo.
Attimi che passano senza passare mai.
S’illumina lo schermo dello smartphone.
“Dove siete?”
“Stiamo arrivando”.
Siamo qui anche per una partita.
Il PalaGems è sul Tevere perché così dicono, arrivandoci di sera sembra di stare NEL Tevere.
Un luogo gelido d’inverno e assurdamente caldo d’estate.
Non valgono qui, gli accrediti stampa e contribuisco allo stipendio delle giocatrici di casa.
Oggi ho l’occasione rara di soffermarmi sui dettagli, osservare il gioco senza guardare la partita.
Il calcio è l’unico spettacolo in cui una parte del pubblico preferisce non vedere in campo il miglior giocatore, soprattutto, se gioca nella squadra avversaria. Un po’ come andare a teatro e sperare che il primo ballerino si rompa una gamba prima dello spettacolo.
C’è un pezzettino di Brasile sulle stampelle che avanza su questa piccola linea di tribune di metallo.
Quel sorriso stampato in viso di chi ha visto troppo in una vita molto breve.
L’accento spagnolo, che ora dipinge anche la Roja, quello “de Roma” e gli abbracci.
Pezzi di cuore che tornano vicini e s’incollano al campo.
Al suono della palla che s’insacca, a quel soffio che fa la rete scossa da un tiro.
Si esulta per un’ammonizione, per un gioco a metà tra il fantacalcio e le scommesse sportive.
C’è poi quel momento in cui vedi diventare un grande calciatore, un campione.
In un preciso istante di ogni carriera sportiva un grande atleta ha la possibilità di diventare un campione.
Quell’istante non ha nulla a che fare con la sola prestazione sportiva. C’è quel momento in cui si prende consapevolezza che non ci si può limitare a quello che accade sul rettangolo di gioco ma che si possiede una “voce”. Le parole escono da cuore e si mischiano con il furore sportivo, con il talento e s’impastano di sacrifici e sudore.
L’avevo davanti agli occhi eppure la guardavo per la prima volta.
Come se si fosse disegnato intorno a lei una spazio un po’ più grande, per far posto a questa nuova lei.
S’allontana. La testa alta e quell’incedere fiero.
M’incammino verso l’uscita, si torna a casa e c’è un’altra “lei” ferma in un angolo del campo e guarda lontano.
Poche parole, tra di noi, come sempre.
“No, le cose spesso non sono solo bianche e nere, anche se vorremmo lo fossero e sarebbe anche più facile così. Dobbiamo considerare anche le sfumature di grigio, farlo ci rende un po’ migliori.”
Stai tornando a casa, dalla tua bicicletta e da una città che t’adottato e tu non hai mai scoperto davvero.
Saluto il tuo papà e la tua mamma, il loro sorriso è anche il tuo, tutto è a posto, ora.
Passano solo i mesi e sembrano invece trascorrere anni, perché questa è un pezzo di vita che scorre velocissimo. La pizza brasiliana, le casette alla periferia di Roma e il caldo di fine Agosto sembrano lontani, invece sono lì a far capolino, dietro l’angolo.
Le luci dell’autostrada che si dipingono di giallo nella foschia.
Renzo e la carne alla brace, i pomodori cotti come li faceva la nonna e noi che chiudiamo il locale.
Scorre la strada con la voce di Siri che ci guida tra queste montagne d’ovatta scura.
“Togli gli occhiali quando dormi”.
Ginger mi guarda un po’ stupita mentre li toglie e li stringe nella mano.
Sembra avere una espressione diversa e penso che davvero quando guardi qualcuno dormire è come se lo guardassi per la prima volta.
Telepass, la scritta gialla e quel suono gracchiato.
“Ciao Fede”.
Sono tornato a casa.

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