Softball

Terra Rossa

Il sole è dannatamente a picco, la polvere e l’asfalto che tremola.
Hai con te una macchina fotografica, una reflex come la chiamano i fotografi, quali veri. Ti ostini a portarla non dovresti continuare a fare affidamento sulla tua vista, non se è ridotta così male, condizionata da una malattia che non puoi battere. Eppure, sei qui, su questo campo con il sole a picco a raccontare una storia, quella che forse, puoi vedere davvero, solo tu. 
Qualcuno continua a ripeterti, con una vocina insistente che in fondo non ho mai usato davvero gli occhi per guardare e ora perché dovresti affidarti a loro? 
Togli gli occhiali da vista e li sostituisci con quelli da sole, il mondo inizia a diventare sfocato, i margini si confondo… c’è quell’attimo di paura, una scarica elettrica dentro la spina dorsale e dentro fino al cuore…
Gli altri sensi però ti vengono in soccorso ed ecco che la magia si compone. 
Non credo di riuscire a spiegarvi cosa accadde. Vi è mai successo di attraversare la città e soffermarvi su una abitazione, su quella villa particolare con quegli abeti intorno e quel muro fatto di merli così alti. Ecco voi probabilmente guardandola pensate all’abitazione di qualche famiglia agiata. Lui invece, vede un castello che domina una ampia foresta secolare, quel verde così intenso da mangiare i raggi del sole di un alba rossa come il sangue e c’è una donna in piedi su quel camminatoio che scruta l’orizzonte. 
Oggi c’è qualcosa su questo campo, che ti permette di vedere chiaramente senza farlo attraverso gli occhi. 
C’è forte nell’aria quell’odore di erba bruciata dal sole e di terra rossa che si sfalda sotto gli scarpini. Un caldo soffocante che arriva dal basso e che non ti lascia mai se non t’allontani sull’erba che ingiallisce ad ogni colpo di sole. 
Le maglie rosse odorano di fatica e passione, il suono soffocato del guanto che avvolge e blocca la palla risuonano lungo il campo. 
Sei pessimo quando si tratta di collegare visi a nomi, ci sono invece elementi che ti aiutano ad associarli ed è così che riconosci le piccole codine di Marzia sul monte di lancio, le sue mille espressioni buffe quando lancia, quella palla gialla così grande, verso casa base. A cercare di prenderla e a guidarla durante gli innings c’è l’altra metà di ogni pitcher, il suo catcher: Sara. Sara e le sue scarpe da gioco personalizzate che ti fanno pensare alle scarpe uniche di Cenerentola a quella voglia di essere se stessa, in ogni dettaglio. 
Ti scopri a cercare con l’obiettivo, la Sara nascosta dietro alla maschera che sembra una donna diversa da quella che dopo poco vedi avviarsi al suo turno in battuta. Si china a cercare il terreno, una manciata di terra sui guanti prima di tornare a stringere l’impugnatura della mazza da baseball. Per un momento c’è un generale romano chino nello stesso gesto in foresta del nord europa, alle sue spalle le legioni di Roma, davanti i barbari teutonici. 
Ci sono i mille piccoli gesti di Chiara, le sue coloratissime unghie e tu che ti ritrovi a fare sempre la stessa considerazione, che gran quarterback sarebbe potuta diventare, con un po di rammarico per quel braccio che non hai avuto l’occasione di allenare. 
Gli sport iniziano a confondersi e sul monte di lancio per la squadra di Macerata c’è una lanciatrice che potrebbe giocare guardia o tackle in qualsiasi squadra di football femminile. 
Ding. La palla battuta lontano e il motore della mia macchina fotografica che scatta all’impazzata ti riporta qui in questo angolo di Chieti che per qualche ora è il centro del mondo di questo gruppo straordinario di atlete non professioniste. 
La passione. Quella che brucia più forte di questa canicola asfissiante. 
Ricordi che questo è l’elemento che le fanno somigliare così tanto, queste donne del softball e quelle ragazze con casco e spalliera che ti capita d’osservare così spesso.
Quel lampo, quel gesto atletico che ti ricorda gli atleti professionisti, quelli d’oltreoceano dove questo sport è il “national past time” e ti tiene incollato qui, solo per un altro inning, solo per un altro turno di battuta.
C’è quell’atmosfera familiare, quel sentirsi parte di qualcosa che non riesci a definire e non cerchi neppure di farlo, perché è bello così, senza dover chiedersi perché hai trovato tanti splenditi sorrisi riparati all’ombra di questo campo da gioco.  
Saresti andato anche in trasferta, in quella Bologna diventata crocevia di tante storie sportive, hai vacillato per un attimo prima che il richiamo di quella meravigliosa Osteria del Tempo Perso ti ricordasse che in quei giorni sei altrove a lasciare che il tuo tempo rallenti almeno per un po.
C’è il loro campionato under 21 da seguire, ecco la tua occasione di imparare qualche altro nome e di trovare qualche granello rosso fuoco che ti racconti un altro pezzo di questa storia.

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