Storie

L’irrinunciabile normalità, al di là dell’appartenenza

E’ tornato il caldo, sono tornati i fine settimana al mare ed è tornato il pubblico nei palazzetti.
Un assaggio di normalità che di normale non ha niente.
Quella che fino a due anni fa era consuetudine, oggi è novità.
E non ci siamo più abituati.

Al rumore del palazzetto, a chiedere permesso per poter passare, alle esultanze per un gol e alle proteste per un’espulsione.
Domenica, seduta a bordo campo quasi nel tunnel degli spogliatoi del Falconara, mi sono trovata impreparata a gestire tutta questa antica novità.
Non tanto da un punto di vista tecnico, quanto emozionale.
Forse non sono stata la sola, forse qualcun altro ha vissuto la mia stessa difficoltà, forse c’è chi è uscito dal Pala Badiali sopraffatto dalle emozioni, come me.
E si che la partita ne ha offerte a valanga.

Falconara – Montesilvano è stata una gara degna di una finale scudetto.
Bella, combattuta, giocata, piena di agonismo e futsal.
Certo non sono mancate le polemiche per alcune decisioni del direttore di gara.
Forse non sono più abituati neanche loro ad avere un palazzetto che risponde e commenta con la propria voce il loro operato.
Personalmente, credo che questo sia stato un fattore tra i tanti.

Di disamine e analisi tecniche è pieno il mondo. Ci si può soffermare su questo o quell’aspetto, ognuno con la propria opinione, ma personalmente non è quello che mi interessa fare, non ora.
Perché da Falconara io ho portato a casa qualcos’altro. Il seme di una riflessione che forse, con il tempo, aumenterà il suo respiro.
L’agonismo leale.

L’obiettivo della reflex che avevo tra le mani, ha fermato in più di un’occasione, mani che si stringono e si rialzano.
Mani avversarie che, terminata la loro azione, perdono il colore caratterizzante la propria appartenenza, per assumere una connotazione comune.
Avversari, si, ma accomunati da un destino sportivo che porta a volte a cadere, a volte ad avere la meglio sui propri contendenti.
La foga sportiva è parte integrante dello spettacolo, a pensarci, contribuisce a rendere avvincenti ed appassionanti gli incontri.
Terminata l’azione, però, spesso è quella comunanza di sentimento a prendere posto sul palcoscenico del cuore.

Le casacche identificano l’appartenenza, le maini, quelle, sono libere da ogni vincolo e, quando decidono di rialzare l’avversario, rendono al mondo dello sport, e non solo, la testimonianza più bella.
Come diceva Chil, l’avvoltoio del libro della giungla, siamo dello stesso sangue tu ed io.
Poco importa se ce le diamo di santa ragione impegnandoci nel sacrosanto compito di portare la nostra squadra alla vittoria. Quando si è a terra, una mano tesa è la luce che illumina anche i momenti più bui.

Forse dovremmo imparare a tendere la mano, sia che siamo quelli a terra, sia che siamo quelli rimasti in piedi.
Perché senza di noi, senza di voi, il futsal non esisterebbe. Nulla esisterebbe, e nulla avrebbe senso.
Ecco, questa è la normalità alla quale non vorrei mai rinunciare.

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