Storie

C’è ancora la Coppa

La spalliera svedese, il tampone negativo. Il metano, la sveglia alle 06.00. Che poi suona troppo presto, oppure troppo vicina alla fine del primo giro del Draft della NFL. Quattro ore di sonno, sono poche in ogni caso.

“Io e te ne abbiam vista qualcuna, vissuta qualcuna ed abbiamo capito per bene il termine insieme mentre il sole alle spalle pian piano va giù e quel sole vorresti non essere tu”

Gli spalti, in campo, letteralmente. La maglia del Feyanoord , quella del volley. Il quinto fallo. L’entusiasmo, smisurato come la passione.
Non sempre le partite sono una questione di cuore, più spesso è solo una questione di piedi.
C’è un bambino con lo spazzolone ed è più bravo di Emiliano ma non è che poi ci voglia molto. L’accento, la cadenza veneta in panchina. Se prestate bene l’orecchio, quelle indicazioni assumono un colore più perentorio, quasi minaccioso.
C’è il panino con la porchetta, il distributore automatico che incastra le cialde, il tampone ancora negativo e tante facce e non ne riconosco quasi nessuna.
Gli incontri casuali sulle scale. “C’è chi le scende e chi le sale”, citazione cinematografica quasi obbligatoria, non completa.
Le partite s’incollano come la colla da manifesti.

Ilaria.
Non credo tu giochi così solo quando mi torvo a bordocampo, anche se mi piace pensarlo. La prima volta che t’ho visto giocare avevi indosso la maglia della nazionale “underqualcosa”. Al ritorno da Campobasso, una notte da tregenda. Fermi in mezzo al nulla, la gomma lacerata e niente ruota di scorta. Un viaggio di poche ore durato due giorni.
Perché non giochi in Serie A, da sempre? Rossa di fatica, in viso ma sembra a macchie che non credevo fosse possibile. La testa dell’una, il corpo dell’altra e crasi di giocatori dai connotati mitologici. Anime diverse.
La coda lunga, il numero dieci sulle spalle. Faccio fatica all’inizio a notarla. Come accade spesso con i giocatori che sbagliano poco, quasi mai.
Una partita superba, c’ero. Ti ho vista giocare, essere qui ha ora il suo senso, almeno per me.

Le panchine vuote, le spiegazioni. Capita sempre così quando si esce sconfitti. Il parquet consumato dal tempo e dal gioco. Nomi da collegare a volti, facce senza nome, solo occhi. Verdi, troppo.
Ci sono gli arbitri in campo che giudicano, in tribuna quelli che giudicano quelli che stanno giudicando. Nel senso della Can5.

I campi di calcio, le piste d’atletica e le partite senza storia. Scrivere sul Note 8 che non c’è posto sui tavoli e tra i banchi. Aspettando che arrivi uno smartphone con lo schermo più grande.
Foto da matrimonio, matrimoni che “non s’ha da fare” e s’avvicina l’ultima partita di giornata.
Il prato verde però è un territorio diverso, uno spazio dei sogni. Solo però con il bel tempo. Esistono bimbi che corrono dietro ad un pallone ma non giocatori con altrettanto fiato in corpo.

Diego vs Cristina, solo per 40 minuti. Entrambi in panchina. Con compiti diversi.
“Futsal is my time” è un jingle orribile, dobbiamo sopportarlo ancora da contratto per un lungo periodo? Chiedo per me, che chiedere per un amico ha anche stancato.
Il Molfetta è lunghissimo, nell’accezione di: fila di giocatori che s’appresta a sedersi in panchina.
Stasera, anzi stanotte, quando torno, cucino, la pasta. Anche se torno alle 24.00. (Spoiler, sono tornato più tardi, molto. Causa autostrada bloccata.)
Vantaggio Padova, dritto per dritto. Padova ma non quello di Alexis Lalas. Quello dello spritz a 2 euro e di Alex del Piero. Non necessariamente in questo ordine.
Due a zero. L’errore che ti punisce. Scava un solco profondo tra te e la semifinale.

Photographer, si tu. Quella di questa foto. Le mani unte di patatine fritte, non metterle poi sulla tua reflex. Nemmeno se le patatine sono quelle stick. Non si fa.
Fuori è notte. Una solo grande e unica Coppa Italia, no? È così una cattiva idea?
Tutte queste coppe Italia, coccarde, mi disorientano.
Portiere di movimento. Ora sono cinque.
C’è la strada verso casa che m’aspetta. Il Gonzo Journalism che mi ronza in testa. Dovrei trovare una reflex più compatta, qualcosa per scrivere a mano ma in digitale in maniera più efficiente.
Domani.
Oggi si riparte, di già.

” È un peccato per quelle promesse oneste ma grosse ci si sceglie per farselo un po’ in compagnia questo viaggio in cui non si ripassa dal via”

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