Storie

Quando pensi di mollare

Nel corso della propria carriera sportiva accade a tutti, anche a chi è motivato dal più cieco ottimismo, di dover combattere con quella vocina irritante che sbuca dopo ogni tuo fallimento e ti sussurra:
Dai su, basta! E molla! Non ce la farai mai!”.
Più accumuli fallimenti, più quella vocina comincia a ingrossarsi, a diventare presuntuosa e insolente. A quel punto ha inizio la tua personalissima lotta con te stessa, con la tua più grande paura, cioè la paura di fallire ancora. E ancora.

Alla vocina interiore si aggiungono rapidamente tante voci reali. Malelingue, più che altro. Una massa indistinta di voci e critiche e sentenze sputate gratuitamente come veleno con l’unico obiettivo di frustrarti, di metterti in ginocchio, giudicandoti una fallita. E spesso riescono anche a fartelo credere. Riescono a convincerti che forse sì, è vero, sei una fallita. Non sei buona a nulla. Rinunciaci. Mettiti l’anima in pace.
È difficile condividere la gioia degli altri ma, al contrario, è assai facile godere delle disfatte altrui. Naturale, quasi. Forse, per chi è barricato nella propria indolenza e nel proprio anonimato, è rassicurante sapere che quelli che provano a fare qualcosa di buono e di diverso sono destinati, il più delle volte, a fallire. Chi ci prova dà sempre un po’ fastidio.

La grande avanzata della mediocrità postmoderna si nutre del fallimento dei coraggiosi.

Fallire è inevitabile. Lo sport è un po’ come il gioco d’azzardo. Ci vuole culo. Non è detto che i tuoi sforzi, il tuo impegno e i tuoi duri allenamenti vengano per forza di cose ripagati e conducano alla soddisfazione e all’ambita vittoria. Non c’è una ricetta per il successo. Altrimenti saremmo tutti dei vincenti. Pensa che palle.
Esistono solo dei mezzi che ti permettono di tentare, di metterti alla prova. E tra questi mezzi io riconosco come validi solo la volontà, il lavoro e la perseveranza.

Ma il cammino è pieno di insidie. Non c’è immagine più chiara della corsa ad ostacoli. Il traguardo è lì, lo vedi, è palpabile, ma prima di potertici anche solo avvicinare, devi concentrarti su ogni piccolo traguardo intermedio, ogni step da affrontare e da superare, con un atteggiamento fiducioso in grado, allo stesso tempo, di fronteggiare la difficoltà attuale e di rivolgersi all’altrove, al fine ultimo che ci si è posti (e che durante il percorso può anche mutare).

Devi combattere con i tuoi demoni. Devi sconfiggere la pigrizia e l’inerzia. Certi giorni ti sembrerà di correre a vuoto, di faticare inutilmente e di girare e rigirare su te stessa come i panni sudati che ogni sera metti in lavatrice. E anche tu vorresti farti centrifugare, ogni tanto. Giusto una lavatina al cervello, così da candeggiare i pensieri. Così da sentirti rinnovata, senza colpe, rinata. Pronta per un’altra sfida.

In alcune situazioni mollare può essere terapeutico. Questo è vero. La passività è una grande arma, se usata a dovere. Saper disinnescare significa comprendere l’esatto momento in cui la tua unica ed efficace forma di resistenza non può essere altro che la resa. Arrendersi può essere il modo più dignitoso per andare avanti.
Ma nello sport questa logica non funziona. Cedere è un verbo che non può esistere. Mollare la corda significherebbe venir meno a un patto di sangue con sé stessi e con chi ha riposto fiducia in te.
Rinunciare è come tradire.
Abdicare ai propri sogni è morire. Lentamente, giorno dopo giorno.

Ogni sogno costa lacrime e fatica. Altrimenti non sarebbe un sogno, ma una passeggiata di salute.
E, non so voi, ma io la domenica non voglio portare a spasso il cane.
Io la domenica voglio entrare in campo e giocare.

 

Per aspera ad astra.

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