Umbria, Puglia, Lombardia, un pizzico di Veneto e naturalmente l’amata Sardegna. Nell’accento di Jessica Exana, c’è il riassunto di tutto il percorso sportivo degli ultimi dieci anni da cittadina del mondo del futsal, ora fresca di residenza in Veneto. È qui, infatti, in casa Audace Verona, che l’infaticabile numero 11 (ha indossato il 20 solo una volta e non lo farà mai più, continuate a leggere per capire) ha scelto di vivere la sua prima esperienza in una squadra appena salita nella massima categoria.
“So che è passato poco tempo, ma se ripenso al primo allenamento e guardo ad oggi, c’è stata già una grande crescita in termini di ritmo. Gran parte della squadra deve ancora abituarsi al cambiamento, ma per ora sono contenta e il ko nel derby non scalfisce minimamente questa sensazione: credo sia un risultato bugiardo – spiega Exana – perché abbiamo gestito bene il match, ma ci è mancata un po’ di freddezza in fase realizzativa. A prescindere da come sia andata, comunque, è stato bello ritrovare finalmente tanti tifosi sugli spalti: quella cornice mi ha ricordato i tempi della Ternana, è stato molto bello”.
Il periodo che il “samurai sardo” ricorda con più affetto, quello vissuto in rossoverde.
“La gente mi riconosceva per strada, mi faceva autografare la maglia ed è stata davvero una seconda famiglia per me che avevo solo 19 anni ed ero appena uscita di casa, dal Sinnai, dopo la vittoria della Coppa Italia”.
Un successo vissuto da protagonista, a dispetto dell’età.
“Ho la fortuna di non sentire molto le partite, gestisco bene l’emozione. Un po’ è sicuramente dovuto al mio carattere e un po’ dipende dal fatto che mi hanno sempre messa davanti a battesimi di fuoco – sorride -. Non ero la piccola del gruppo che se ne stava in disparte, ma quella che veniva buttata nella mischia. La spuntavo tra i maschi nel calcio fino a 13-14 anni, unica ragazzina in campo, e me la sono cavata anche dopo, quando sono passata al futsal, perché non c’erano squadre femminili a 11. Mia madre mi ha fatto provare altri sport – in primis il basket, che è stata la disciplina praticata da lei da ragazza e poi da mia sorella – ma io non ne volevo sapere. Che giocatrice sono? Calma ma con guizzi improvvisi, come mio padre che è sempre tranquillo ma se poi si arrabbia sono guai – sorride – e allo stesso tempo istintiva come mia madre. Ci ho messo un po’ a capire quale fosse la parte da far prevalere in determinati momenti di gioco, ma nella mia testa c’è sempre stato solo il calcio”.
E quanto era diverso questo mondo quando Jessica ha iniziato a consumare con le suole le fasce del PalaGiotto.
“C’erano solo campionati regionali, per le più brave qualche Final Eight e niente più. Col tempo, è nata la Serie A, poi la Nazionale e nel frattempo ho cominciato a vedere calcettiste più grandi di me che vivevano di calcio a 5. Lì ho pensato: perché non posso riuscirci io?”.
Ha in mente questo, per lei, quando rinuncia a disputare la Supercoppa col Sinnai e dice sì alla Ternana.
“Quell’anno ho perso sia finale di Coppa Italia che finale Scudetto contro la Lazio di Lucilèia e Blanco: non è stato facile, ma l’anno dopo mi sono ripresa tutto con tricolore e Supercoppa”. La ruota, però, sta per girare ancora: da Terni, Jessica passa al Pescara e dopo mezza stagione – in seguito alla chiusura del club – approda alla Salinis, abbandonando per la prima (e unica) volta la casacca numero 11.
“La squadra andava bene, ma il 18 marzo dello stesso anno mi sono rotta il crociato. Sapevo di non dover cambiare numero – scherza esorcizzando quel dolore – perché poi da lì è cambiato tanto altro: abbiamo vinto uno Scudetto che non riuscivo a sentire mio più di tanto e neanche io, forse, mi sentivo più la stessa. Mi sono ripresa fisicamente in tempo per la Supercoppa giocata con la Kick Off proprio contro le rosanero, ma mentalmente sentivo che mi mancava ancora un po’ di quella “cazzimma” che mi ha sempre contraddistinta. Anche se la pausa per il Covid non ha aiutato, ora sto lavorando proprio su questo: per cercare di recuperarla totalmente”.
Non c’è dubbio che ne porterà una dose abbondante nella prossima trasferta in casa del Città di Falconara.
“Mi piace giocare queste partite, vorrei marcare Taty perché è una giocatrice fortissima, così come mi piaceva marcare in allenamento Vanin e Bettioli. Le vice-campionesse d’Italia si sono ulteriormente rinforzate, ma è da questi confronti che si cresce: cresceremo imparando a leggere le giocate in corso d’opera ed eventualmente anche da alcuni errori. Sicuramente usciremo dal campo con qualcosa in più. Dobbiamo solo continuare su questa strada per cercare di diventare una squadra dalla quale non sai mai cosa aspettarti, se non che daremo fastidio a tutti”.
Ma il traguardo fissato in campionato non è l’unico che Jessica vuole raggiungere quest’anno.
“Sto pensando a costruirmi un futuro dopo il futsal, per questo inizierò a breve un corso per fare la tatuatrice. Ho sempre avuto la passione per il disegno e ho circa una quindicina di tatuaggi sulla pelle. Il primo è stata la J che ho sul collo, l’ultimo è per mia nipote, Chiara: un fiocco, con la sua data di nascita. Sono impazzita per lei e lei per me. Se seguirà le mie orme? Non so. Le auguro solo che sia sempre libera di fare ciò che più le piace, come lo sono sempre stata io fin da bambina”.
Foto: Audace Wave (Federica Arca)






