Storie

CLT – I Clinic, le strade e cose da imparare

La strada che devo percorrere per arrivare a Terni è simile a quella che mi portava a Roma. La principale differenza e quella svolta per la Valle del Salto che poi alla fine salti solo nel mezzo del nulla circondato dalle montagne.

Musica che va e viene, casa m’ha nascosto la pendrive da viaggio. L’ho ritrovata, tipo 5 minuti fa nella borsa mentre frugavo per trovare un vecchio gadget. In viaggio si pensa, si guida e la vita scorre che se fosse su un tapis roulant d’asfalto. La pioggia, le buche, la temperatura esterna che fluttua anche sul cruscotto.

Arrivo e finalmente sono tornati gli abbracci. Con Nicola ed Eleonora, che può sembrare niente invece quando te li tolgono, scopri che è tutto. In televisione c’è la nazionale italiana di calcio che fa il suo esordio all’europeo. Sul tavolo c’è il parrozzo, il vino e la birra. C’è pure tanta stanchezza, tra campi estivi da organizzare e trasferte appena iniziate.

Sveglia, prima della sveglia.
M’accade da ormai due anni, apro gli occhi e cerco di capire dove mi trovo. Come se fossi eternamente fuori posto, come se dovessi difendermi da qualcosa, come in pericolo.
03.39.
Sono le dieci ad Hong Kong, che faccio accendo il portatile. Loggo Guild Wars 2. No dai, sono senza cuffie, sveglierei il mondo.

Clinic, che non è una roba di ospedali.
Marco, Lorenza e Ramona. Conosco dal vivo, sulle tre dimensioni, persone che ho incontrato solo nello spazio a due dimensioni. Quello nel quale c’ha costretto questa pandemia che sembra non darmi mai tregua. Storie che è riuscito a cucire insieme Nicola, con i suoi sogni da sportivo, di quelli veri, di quelli che le coppe si sono li ma guarda le mie ragazze.

Il Circolo Lavoratori Terni è una oasi. Almeno per il visitatore occasione come me. E’ incastrata in mezzo a mille contraddizioni sociali e cerca anche di mettere ordine. La natura però è caos.
La biblioteca, adoro quei libri che orami leggo solo in digitale. Mi ricordano che la conoscenza la puoi anche toccare. Le informazioni vanno condivise perché assumano un valore diverso più alto. In funzione della possibilità di replicarle.

Sono qui per ascoltare. Quattro zero, linee difensive, pressione. Elementi di gioco e del gioco. Allenamento, esercizi. Mi chiedo perché non ci siano più dirigenti sportivi, perché la conoscenza non è così importante. Confesso, sono colpevole. M’ha spinto a questo clinic la voglia di raccontare una parte del mondo sportivo che Nicola Ugolini ha contribuito a costruire. Imparare qualcosa da Marco Abati sul quattro zero. Perché? Per usare queste informazioni per raccontare meglio questo sport. Se non lo capisco, come faccio a raccontarlo ad altri?

Un mondo complesso, come quello dei portieri. Un ruolo in cui sei costretto più di altri a chinarti nella rete, per raccogliere il pallone. Uno che puoi educare al suo impegno sportivo, il talento però quello non s’insegna, s’affina.

Non capisco abbastanza di questo sport per sapere come s’allena una squadra, come si esegue uno stop. Porto via dal CLT un po’ di conoscenza didattica e molte storie di donne.

Giulia. In bilico tra il diventare il giocatore che potrebbe essere e la vita intorno a lei che lei chiede d’essere come le altre. In un momento della vita in cui l’unicità che cercherà più tardi, è un reato. È cresciuta tantissimo che ho riconosciuto solo il viso, vero che manco da due anni quasi.
“It’s a grind” dicono gli americani quando parlano dei sacrifici per allenarsi. Puoi solo guardarti nel cuore e trovare le tue risposte. Noi al massimo possiamo indicarti la direzione.

Chiara. I tatuaggi, una vita in Serie C, che forse davvero ti meriti un po’ di A2. Che tanto possiamo dircelo tra noi, è una C con le trasferte più lunghe. La sua voglia d’essere oltre l’apparenza t’arriva addosso come una ondata. Motivatori, psicologia sportiva. Ha ragione Chiara, meglio la seconda e forse un giorno chi può dirlo me la trovo in piedi sulla linea laterale di qualche manifestazione importante con un fichissimo tailleur di Armani con lo stemma della nazionale.

Marco. Ha perfino la barba giusta da allenatore. Avrei potuto giocare per lui. Non è una cosa che ammetto spesso. Perché è lì per aiutarmi a vincere, non per vincere lui. Per prendersi le mie colpe e per lasciarci i nostri meriti. L’ascolto parlare con attenzione. I concetti sono espressi in maniera chiara, se poi hanno senso questo lo dirà solo il campo. Mi resta la curiosità di non averlo mai visto in azione, in una partita serie, di quelle che contano qualcosa.

Lorenzo. La parte più difficile è spiegare ad un giocatore che il suo non è un sacrificio vano vero? Sono capitato per un accidenti della vita proprio nel momento in cui ha dovuto confrontarti forse per l’ennesima volta con una nidiata di giovani umani che pensano che senza sacrificio s’ottenga qualcosa.
Puoi indicargli la via come hai fatto, puoi aiutarla a vedere il traguardo, sorreggerla durante il viaggio. Ma quel passo, quello nella tua stessa direzione, può farlo solo lei.

Ramona. Scatta un sacco di foto, tipo 559 a metà del pomeriggio. Io ne contavo 10 sulla mia di reflex.
Se vuole distruggere il motore della sua, che costa anche una cifra è sulla buona strada.
M’aveva raccontato Nicola che è quella, nella sua famiglia, che conosce veramente il gioco del futsal. Così per aiutarvi a contestualizzare, Nicola tifa Roma, ha vissuto anni con Annoni in difesa, ha sofferto chiamando “principe” Giannini, mi tocca per forza prendere le sue affermazioni con le pinze.

Pensavo di trovare una storia tipo quella della figlia di Coach Yoast: Sheryl, immortalata anche nel film Remember the Titans (il sapore della vittoria, in italiano, titolo pessimo).
Invece la passione è tutta sua, assoluta, profondamente intrecciata alle fibre della sua vita. Ho cercato di farmi raccontare come nasce, come c’è finita sui gradoni e sulla linea laterale. Com’è che il futsal è diventato non un affare di famiglia, ma uno così personale. Non è che però sono riuscito a comprenderlo fino in fondo, sono un uomo e inevitabilmente avulso al complesso sistema di parole non dette, sottintesi e malintesi che le donne chiamano conversare.

Tredici piani fanno sorgere il sole prima, tipo troppo prima. Mi preparo, sistemo la borsa. Vuol dire che ho gettato cose alla rinfusa in un contenitore morbido, facilmente trasportabile.
In salotto il grande orologio di Nicola ed Eleonora ha delle lancette che nel silenzio totale rintoccano come quelle di un campanile di paese. C’è la maglia di Ersilia in cornice, quella di Totti no. Insomma è qualcosa su cui riflettere.

“Alexa accendi la macchina del caffè”. La voce di Nicola. Abbraccio, saluto, sipario.

Sono partito con tanti fantasmi in macchina, qualcuno sicuramente ingombrante. Non ho visto il micetto del bar che sulla strada per Terni, offre a prezzi modici dei gran panini con la salsiccia. Non ho chiesto: “facciamo filone?”, difficile m’avrebbe risposto la macchina. Ho sempre una Panda a metano bianca e ad Avezzano prima di entrare in autostrada per qualche istante ho pensato: “ma se vado al paesello del generale a bere al bar con i vecchi scozzesi emigrati?”.

Porto a casa tante storie, che poi spero di riuscire a cucire insieme. Storie che trovate tra le righe del campo, quelle degli spalti e quelle della vita. Sono storie a due ore di strada, collegate malissimo ma sono li. Basta girare la chiave, accendere il cuore e mettersi in viaggio.

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