Storie

Già Ripartiti

La festa del lavoratori, non negli USA. Lì si festeggia a Settembre. Il Concerto del Primo Maggio, a Roma. Per sempre legato nei miei ricordi. Incastrato tra i miei coinquilini, in particolare “Peppinaus” capace di farci imbucare ad una festa dove non conoscevamo nessuno. In una conversazione dalla finestra che nemmeno i The Jackal.
Futsal, di Serie A2 o di Serie B. Una questione d’identità sessuale, prospettiva e forse solo sigla.
Partenza all’orario della scampagnata fuori porta, si però solo per gli altri. Sono puntuale e non mi spiego perché, non ha davvero senso. Sono quello che è sempre impegnato a fare altro.
Passa la notte, la seconda del Draft. S’era fatta “una certa” e allora mi sono deciso a tirare l’alba tanto ero li. Tampa s’è decisa a prendere un quarterback al secondo giro. Il loro ha 42 anni, anche se pensa di essere sportivamente immortale.

Piccionaia.
Nel senso letterale del termine. In alto a picco sul campo.
Ancora nelle orecchie, le canzoni con i testi senza senso, il traffico e il dilemma. Camionisti si, camionisti no?
C’è già il momento “Grazie Karen”. Cioè quando fai qualcosa tu, ma ringraziano altri. Solitamente Karen.

PSG.
Non quello degli arabi, nemmeno quello delle banlieue. Non quelli che eliminano il Pesaro con un albergo scarso, un po’ di salsa di dubbia provenienza e due gol proprio di un ragazzone di periferia. No. PSG, come Porto San Giorgio.
Divago per un po’ per poi tornare a convergere.
Porto nell’accezione di luogo, non verbo. Si Barbara, nessuno porta la statua di San Giorgio da nessuna parte.

Best
George Best. L’Irlanda del Nord. L’odore di pioggia anche quando c’è il sole, i muri sbreccati, tutti con la testa bassa, ostinatamente con il vento gelido nelle ossa. L’odore di fritto e dopo barba scandenti. Belfast, Shankill Road. Il ventre della rivolta. Nessuno arriva da li e fa 300 presenze nello United, Manchester, senza essere unico.

Sirena.
Devo scoprire se questo palazzetto ha un pulsante per la sirena. Ovviamente per suonarla. Si, come i bimbi.
Controcampo, dietro alle panchine.
Marsili, la numero 99 della Best, mi ricorda Pato. Sarà il numero di maglia, l’acconciatura, la fisicità. Insomma una Dal’Maz, senza tutti quei gol in Serie A e con un dribbling di troppo, il secondo. Non credo abbia un gatto, quella è una differenza fondamentale. In cerca di analogie, provo a collegare i puntini per vedere che immagine ne viene fuori.
Giocatori di categoria e giocatori momentaneamente prestati alla categoria.
Ammirazione per i primi, sorpresa nello scoprire i secondi.

C’è Cecilia sugli spalti. In realtà occupa lo spazio tra i seggiolini e la transenna. Li presidia come è solita fare con la sua zona di campo. I giocatori quando non calcano il terreno di gioco, per me, perdono il loro cognome. Perché è quello scritto sul retro delle loro maglie.  Le donne e i giocatori, li tengo separati in due universi affettivi completamente differenti. Con indosso jeans e maglietta, una acconciatura normale, diventato altro da loro, magnificamente irriconoscibili.
Tre a uno. Dieci minuti sul cronometro. Portiere di movimento. Ancora. Tutta la vita della partita ancora davanti, non si poteva rinunciare ancora a quella soluzione tattica? Almeno per un po’.
Le lacrime, ancora, perché c’è di mezzo il cuore. Dovresti imparare però a gioire dell’inaspettato, a godere dell’inatteso, a meravigliarti per l’insperato. Un giorno vedrò anche quelle di felicità ma saranno sempre lacrime e non riesco proprio ad abituarmi. Cecilia.

Ho fatto un pisolino, in macchina. C’è chi l’ha fatto sul tavolo. Stanchezza di coppa. Risuona a caso l’inno di Mameli, nella playlist da riscaldamento.

La seconda semifinale scivola via. Tra il piacere di rivedere vecchi amici, di nuovo qui in un palazzetto e la promessa di riuscire a salutarli presto anche nella loro città, quella dell’acciaio capitata quasi per caso in mezzo a monasteri e chiese.
Ciao Stefano è sempre un piacere rivederti.
La partita prende una piega decisa, subito. Come per quelle camicie inamidate troppo, troppo in fretta. Questa era la finale che tanti preannunciavano, la troveremo li. Verona – Bitonto.
Se c’è qualcosa che m’affascina in questi risultati ravvicinati e l’altalena d’emozioni. Il giorno prima festeggi, abbracciata alle tue compagne di squadra. Passano solo ventiquattro ore e sei li, sportivamente disperata, con le spalle al muro, schiacciata da un risultato avverso, pesante.
I tuoi limiti superati e poi di nuovi ti sbarrano la strada e s’infrange così un sogno.

Ora è tempo di strade, di traffico, camion. Occhi affaticati. Passano anche le betoniere, cariche. Verso o da, quello è il mistero di ogni viaggio, viaggiatore sconosciuto.

 

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