Caffè Corretto

Caffè Corretto – Cosa è successo?

Trascorre sulle lancette un pigro sabato sera. Quello del coprifuoco alle 22.00. Uno di quelli che per farmi una birra devo ricorrere al bar lercio sotto casa, quello che finisce nella pineta ed odora inevitabilmente sempre di arrosticini.
Sono lunghissime le serate così.
Mi metto in fila per l’ennesimo dungeon con un personaggio che non ho mai giocato. Si, sto giocando. Come dovrebbero fare tutti i bimbi.
Tab. Desktop.
C’è un pezzo di razzo che rientra incontrollato nell’atmosfera. Le stazioni spaziali.
La Luna. Senza “La”.

Scorro il mio feed social. Qualche riga interrompe il flusso di pensieri, l’attenzione si catalizza.
Cos’è successo?
Il tuo papà è con te. Non sul campo, ma nel tuo campo. L’odore dell’ospedale si mischia con quello della paura. La tua, di quelli che hai intorno.
A sette anni dovresti giocare, come i tuoi coetanei, anche quelli più cresciuti come me. Invece sei li.
Un pezzo di ricambio, poi una cicatrice che speriamo tu possa indicare come una linea che separa i pensieri meno felici da quelli felicissimi.
C’è la foto di una squadra, con indosso una maglia. Il tuo ritratto stampato sopra.
Inciampo nella tua storia, frammenti piccoli. Cado. Il mio viso ora è schiacciato al vetro della finestra.
Guardo in alto in questa notte buia a cercare la Luna.

Quando penso d’aver finito i pensieri felici, ne ritrovo uno. Abbandonato chissà perché, oppure forse semplicemente messo da parte.
Te lo regalo. Sai, sono magici. Con quelli puoi volare, lo scriveva Sir James Matthew Barrie, lo diceva Campanellino a Peter Pan. Io ho sempre creduto a Peter Pan.
La notte m’ha portato la domenica, quella in cui parto, quella in cui ci sono le partite, quella dei racconti.
Sarà anche quella delle polaroid. Ne conservo una per te. Quando il tuo papà potrà portarti al campo, ti lascio quello scatto perché tu possa lasciarci sopra, un sorriso.

Il Generale “s’accolla” per salutare Filipa. Almeno così vuole farmi credere.
“Ora guida tu”, dev’essere proprio stanco. “Vuoi entrare?, hai il vaccino”. “No la guardo da qui.” In diretta, esattamente a due metri dall’ingresso del palazzetto.
Non ci sei, m’accorgo della tua assenza quando qualcuno mi indica quel vuoto in mezzo al campo. La tua presenza sportiva rende eccezionale la normalità. Alla normalità però siamo abituati.
Papà, ma non il mio. Le mie di preghiere credo servano a poco, non ho abbastanza fede. Mi faccio prestare però quella di mia sorella, che tra una divisa e l’altra era quasi sul punto di consacrare la sua vita a Dio. Prima d’indossare una uniforme diversa. Le sue avranno più efficacia, credo.

Prima partita dei playoff per l’imbattuto Città di Falconara. Il primo caldo, il saluto con Debora che racconta la sua storia e quella di Rafa, un pezzo di vita che ha anche il suono della gomma che stride sul parquet. Claudia ha quel senso d’ironia, anche d’autoironia che associo sempre all’intelligenza. Attributo neurologico che non riconosco a tutti, spesso nemmeno a me. Peccato tu sia al di là del mare. Le chiedo una foto e lei mi manda questa. Capite cosa intendo?

Scivolano i gol, gli sguardi e perfino quei confronti duri, sul campo. Finiscono con le lacrime, di frustrazione. Donne. Meravigliosamente immerse nel loro universo emotivo, nel quale mi capita più spesso d’affogare che di nuotare.
Risultato mai in discussione. Le urla di Marcon, sono davvero spaventose, verso l’arbitro. Naiara che attenta alla mia vita e anche all’incolumità della reflex. Erika che non s’abbronza ma attraversa uno stadio di colorazione che tende dal giallo ittero, al rosso ustione. Facce da tunnel, chiacchiere da tunnel. Entro prima io? L’annoso dilemma che dura da oltre diciotto partite.
Tatuaggi sulle gambe, sulle braccia. Si racconta con l’inchiostro, ovunque.

L’abbraccio a fine gara, quando c’è chi cerca una sigaretta e chi nega d’averla. Rivedersi lontano dal campo, con più tempo nel cuore. Promesse. Camper, viaggi. Le polaroid venute male, un progetto che se non è naufragato, certo naviga in acque difficili. Il futsal aggrappato a se stesso, per portare a compimento una stagione, difficile. Per tutti. Il coraggio che chiediamo agli altri senza averlo mai noi. Il cambiamento che pretendiamo, senza provare mai a praticarlo.

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