eSport

Not a Game

Perché parlare di eSport in un portale di sport? In uno che parla principalmente di futsal femminile in Italia. Una nicchia, nella nicchia. Per provare a spiegarlo, prendo a prestito le parole di un docufilm, Not a Game, del 2020. Disponibile su Netflix.
Taty, guardalo. Se ti commuovi, come ho fatto io almeno un paio di volte, ecco io t’ho avvertita.
Prodotto da una collaborazione anglo-spagnola recita nella sua introduzione: “Attività che si svolge individualmente o in gruppo che comporta attività fisica o mentale. Per piacere, per vincere o per imparare.”

Non riuscite a distinguere vero, se parlo di sport o di videogame. Perché da sempre, almeno dagli anni settanta del secolo scorso, i videogame sono questo. Pong, ha cambiato tutto. Il MIT, Massachusetts Institute of Technology, ha rivoluzionato il mondo. I videogame fanno parte del nostro modo, di giocare.
Gli eSport non sono alternativi agli sport tradizionali, ne sono complementari. NOT A GAME, racconta esattamente questo. Parla anche di una comunità che travalica i confini nazionali, quelli sociali e perfino quelli fisici. Non intendo solo i limiti corporei ma anche quelli degli handicap, delle diversità.

Ci sono alcuni momenti, di questo prodotto creativo che hanno risuonato in maniera particolare con l’uomo che sono adesso, con il ragazzo che sono stato e perfino con il bambino.
Il primo.
“He is one of our own”. La radicata coscienza che se hai giocato con me, sei uno di noi. Partecipi ad una enorme famiglia allargata, nella quale non si lascia nessuno indietro. Si corre in soccorso di quelli che non riescono a farcela.
Norfolk, Gran Bretagna.
Ad un ragazzino, nel 2013 viene diagnosticata la leucemia, tre anni e mezzo di trattamenti medicali e la sua malattia viene dichiarata in remissione. “We survived the War”, pensano in famiglia. Non è così, pochi mesi di tregua ed arriva il trapianto e il completo annichilimento del suo sistema immunitario. Nell’ultimo anno della sua vita, Michael scopre Elite Dangerous. Un videogame che è una rappresentazione 1-1 della galassia reale.

Qui il racconto dei fatti s’interrompe per me. Solo per qualche istante.
Io gioco a Elite, ho manetta e stick per controllare la mia astronave. Ho aiutato Luigi “Tencar” Carafa a imparare a decollare e atterrare manualmente con dei video tutorial. M’ha colpito come uno schiaffo. Michael è, non era, uno di noi.
Torniamo però in quella stanza d’ospedale.

I polmoni di Michael iniziano a perdere ossigeno, internamente. I suoi tessuti si gonfiano, senza soluzione di continuità. Sotto la sua pelle, intorno al suo viso. Diventa sempre più arduo giocare, guardare, semplicemente muoversi. Il ragazzo però è ancora li, che cerca di strappare attimi di vita alla malattia e li vuole passare con suo zio e suo fratello, in Elite.
La realtà colpisce tutti, Michael non riuscirà a sopravvivere. Suo zio Matt, il suo compagno d’ala, scrive un tweet.

Forse solo una disperata richiesta d’aiuto. Gettata in un mare di cinguettii. I comandanti di Elite, però sono tra le migliori community nel panorama videoludico. Si radunano intorno ad una causa. Sono tutti intorno a ragazzo, in game e sui social. Il giovanissimo comandante vuol raggiungere obiettivi che non riuscirà mai a completare. La software house che sviluppa il gioco Frontier, ha base in Inghilterra. Si mobilita, senza una richiesta, nel silenzio che avvolge gli atti di generosità. Al ragazzo non resta molto. Cosa possono fare per mostrare a Michael che sono con lui, per quanto possa sembrare futile un videogame, guardato con gli occhi del cinismo.

In sole 24 ore, la Frontier produce un audiobook di 30 minuti originale, con Michael protagonista di una storia ambientata nell’universo di Elite Dangerous. Coinvolto l’intero team creativo, nessuno s’è chiesto perché doveva lavorare dalle 5 del mattino. L’unica domanda è stata: “Cosa ti serve?”.
L’ultimo sorriso Michael, lo strappa al suo viso storpiato dal gonfiore quando sente il suo nome pronunciato dalla voce narrante. Morirà il giorno successivo.

Ti aiuta a comprendere questa storia, a immedesimarti, se dodicenne ti fanno l’ennesima risonanza e devi andare fino a L’Aquila. Perché li c’è l’unica macchina allora capace di eseguirla. I tuoi genitori ti comprano una rivista con le cassette piene di videogame per il tuo Commodore 64. T’aiuta sapere cosa vuol dire stare mesi in un letto d’ospedale, che diventa casa, tanto che ti permettono di tenere li il computer e la console. Ti colpisce forte una storia così, se t’hanno detto che avevi sei mesi di vita ma sei ancora qui. T’arriva uno schiaffo forte in faccia dal ricordo di quando per mesi dovevi rimanere tutto il giorno attaccato ad una flebo e volevi te la mettessero sulla mano sinistra, quella che non usavi per controllare il joystick.
Quando anni dopo una malattia diversa t’aggredisce, tua madre ti deve cambiare la flebo e si ricorda: “a sinistra vero?”.

Not a game è anche una storia di pro-gamer, straordinari. Questo docufilm vi racconta la differenza tra giocare e competere nei videogame. Comprenderete guardandolo quando i due mondi, quello dello sport tradizionale e quello degli eSport, siano contigui.
Una scena dominata anche da donne straordinarie, capaci di sopravvivere ad un ambiente maschilista e ostile e perfino a dei limiti fisici.
Soleil Wheeler, è una pro-gamer di Fortnite. Sordomuta.
Provate a chiedere a Debora Vanin, che gioca a Fortnite con il suo fratellino, quanto può essere difficile farlo, rinunciando a comunicare verbalmente e alle informazioni ambientali auditive.

 

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ProGamer, sordomuta. Lo riscrivo, perché suoni sufficientemente straordinario. Senza i segnali auditivi non saprei come organizzarmi per giocare competitivo a World of Warcraft. Ogni mattina, mi sveglio con il timore che la mia malattia agli occhi si porti via quel poco visus che è rimasto. Ho giocato per tutta la mia vita, come farei senza? Non lo so, ma se EwOk è riuscita a superare quell’ostacolo, qualcosa m’inventerò. Quanto è straordinaria questa ragazzina? Tanto. “Ninja” Blevins, uno da diciassette milioni di followers e un giro d’affari che fa sembrare Cristiano Ronaldo povero, ha imparato la lingua dei segni, solo per poter parlare con lei, per poterla conoscere e capire.
Penso allora ai ragazzi di SpecialEffect. Specializzati nel creare periferiche adatte a persone con disabilità. Non importa quanto gravi. Se dovesse accadere qualcosa ai miei occhi, troveremo insieme una soluzione.


Gli eSport sono un universo che spaventa gli ignoranti. Quelli che accompagnano il loro figlio con i piedi montati al contrario, tutti i giorni all’allenamento di calcio. Gli comprano scarpini fichissimi, lo incoraggiano. Anche se le sue possibilità di diventare professionista sono le stesse che ho io di incontrare Angelina Jolie, ora, sotto casa. Sono gli stessi che: “non giocare troppo ai videogames”. Sono mio zio e mio cugino. Il primo preoccupato che il figlio giocasse troppo a Fornite, lo voleva obbligare a continuare con il pattinaggio agonistico a rotelle. Anche se non era il suo sport, non era la sua passione. Ora Andrea può competere con il suo team di Fornite. Continua ad allenarsi con ritmi e orari rigidi, solo ad uno sport diverso. C’è voluta passione e fatica per spiegare a mio zio Piero, la complessità di quell’universo di cui ignorava l’esistenza.

Gli atleti di eSport sono anche creatori di contenuti. Perché questa è la natura stessa della bestia. Viene consumata senza sosta, quindi impone all’industria di produrre materiale da consumare con un ciclo infinito. Altro che comunicati stampa tutti uguali e che non dicono nulla. Nella fabbrica di contenuti degli eSport, molti sono usciti dal circuito competitivo per diventare esclusivamente creatori. Siano essi caster (commentatori), giornalisti, streamer o videomaker.

Grafica esportsinsider.com

Not a Game è anche la storia di genitori visionari, preoccupati ma curiosi. Di comprendere i loro figli, coscienti di vivere una realtà umana e sociale profondamente diversa. Felici di vedere indosso ai loro figli la maglia del Movistar Raider esattamente come lo sarebbero di vederli con i colori dell’Inter Movistar.
Questo docufilm è questo e allo stesso tempo è molto altro.

Parla anche di voi, di quelli della The League, la lega di Fifa Volta di AGS. Di quelli che non hanno mai nemmeno toccato un controller ma si sono riuniti in una community. Parla di Alessandro che compete nelle gare virtuali di auto da corsa e si piazza sul podio anche senza usare uno sterzo. Alan che m’aspetta in League of Legends mentre io ho ripreso a competere in World of Warcraft. Marco che compra una switch e si diverte con i giochi trash che gli regalo ma non vuol venire a competere con me in qualche game.

eSport, come uno sport. Complementare ad esso. Per raggiungere e fidelizzare ad uno sport appassionati che altrimenti si sentirebbero sempre ai margini. Prospettiva futura che già sta diventando presente e rischia di diventare presto una normalità affollata. Occasioni da prendere al volo.

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