Futsal

Sognando Falcão: Gaby Vanelli, il giovane talento della Lazio

gaby vanelli

Talento cristallino dato da madre natura e testa da professionista, plasmata su una ferrea disciplina personale che l’ha mossa sin dai primi passi. Gaby Vanelli, enfant prodige della Lazio, è genio, ma anche regolatezza, caratteristica atipica per la sua età, che l’ha portata ad affermarsi giovanissima nel lontano Brasile e a confermarsi poi all’ombra del Colosseo, nel campionato più difficile che ci sia.
“Ho cominciato a giocare a 10 anni a Curitibanos, con i miei due fratelli gemelli: il calcio a 5 era la loro passione e mi hanno sempre portata in giro per palazzetti. Io non avevo una squadra under in cui poter allenarmi. Spesso piangevo, perché avrei voluto essere maschio. Poi, per fortuna, un professore della mia scuola mi disse che era nata una scuola calcio femminile e lì ho incontrato Ramon, la persona che mi ha davvero fatto amare questo sport. E alla passione, ho sempre unito la dedizione: sono brasiliana, mi piace fare festa – sorride – ma quando gioco a calcio, non c’è spazio per il resto. Entro in campo per lavorare e tutto il resto rimane fuori”.

A soli 12 anni disputa la sua prima finale campionato nazionale riservato agli Under 15 e vince. La definiscono un “talento nato”, e la descrizione è perfetta per quel folletto che non arriva ad un metro e 60 ma in campo lotta come una leonessa. E che di coraggio ne abbia da vendere è chiaro a tutti, quando – pochi mesi dopo – comunica ai genitori la volontà di provare la prima esperienza lontana da casa nel Female Futsal, ossia il famoso Chapecò. A 13 anni si è soltanto bambini. Invece, Gaby – che dei fratelli Vanelli è la più piccola – è già una piccola donna che prova a crescere in fretta, per non deludere nessuno: in primis il fratello che ne ha difeso la scelta, mentre i genitori le dicevano di aspettare ancora un po’. E poi se stessa.
“Mia madre alla fine mi ha concesso di andare, ma ci sarebbe stata solo quella possibilità. Se fossi tornata indietro, poi non avrei più potuto ritentare. E così, ho imparato a fare tutto da me: le pulizie, la lavatrice, cucinare. Mia madre era sempre al telefono per un consiglio, ma piano piano provavo a diventare indipendente. Tante volte ho pensato di mollare, ma niente – neanche la nostalgia della famiglia, cui sono legatissima – è stato più forte della mia voglia di giocare”.
Gaby non pensa ancora di poter fare del calcio a 5 il suo mestiere, ma tutto intorno a lei parla di professionismo. In tutto il Brasile risuona forte il nome di Falcão, idolo assoluto che purtroppo non ha mai visto giocare dal vivo. A un’ora di distanza dalla sua città, c’è una giovanissima Amandinha che si sta impegnando per diventare – come poi sarebbe stato – la più forte del mondo, poi c’è Vanessa Pereira e ci sono anche Taty (con la quale Gaby abita per qualche mese), Tres Villa (fuoriclasse del Bisceglie) e Coelho, tecnico della Nazionale Brasiliana e della Salinis, che la convoca in verdeoro a soli 17 anni. È la seconda volta che una Seleção la chiama: la prima è stata a 14 anni nel calcio a 11. Svolge tutta la preparazione per il Sul-Americano con ottimi risultati, ma poco prima di partire ci ripensa.
“Il campo aperto, sotto la pioggia e sotto il sole, non faceva per me. La mia dimensione ideale è quella del calcio a 5, sono abituata così fin dai tempi della scuola. Sentivo di dover fare una scelta e non ho avuto dubbi, buttandomi anima e corpo sul futsal”.

Tre anni dopo, per l’appunto, la seconda opportunità con Coelho.
“L’emozione è stata grande, ma ancora una volta ho dovuto fare una scelta, perché proprio quell’estate avevo detto sì alla Lazio e sarei andata in Italia. Per giorni sono stata combattuta, poi – grazie al consiglio dei miei genitori – ho deciso che la Nazionale sarebbe stata solo una fase, mentre a Roma avrei potuto costruire tutto il mio futuro”.
Non esiste casualità nella vita di Gaby. Ogni parola è ponderata, ogni passo pesato. E’ così che ci si muove quando l’obiettivo è ben chiaro sin dal principio.
“Ho avuto una testa sempre diversa dalle ragazze della mia età, forse perché la passione per questo sport è nata con me. Ho studiato tanto in una scuola privata e mi sono sempre allenata con la massima serietà imparando dai migliori e cercando di non avere punti deboli. A 10 anni, per esempio, avevo un tiro che era poco più forte di un passaggio – sorride – allora ho lavorato tanto prima sulla postura (posizione del corpo, appoggio del piede) e poi sulla potenza. Adesso il tiro è un punto di forza”.
E in questa storia c’entra anche Falcão.
“Ho un solo rimpianto: quello di non averlo mai visto giocare dal vivo, ma conosco a memoria tutte le sue giocate. Come lui non c’è nessuno ed è fonte di ispirazione perchè ha puntato alla perfezione in ciò che sapeva fare meglio, tiro e dribbling, e l’ha raggiunta. Quando ho firmato per la Lazio, Bruno Xavier – capitano della Nazionale di Beach Soccer – mi ha fatto recapitare un videomessaggio con il suo in bocca al lupo. Ho pianto come una bambina. Ho scelto il 12 proprio perché è il suo numero, lo stesso che ho tatuato anche sul polpaccio. Non so se sono riuscita a rubare qualcosa da lui in quel che faccio, spero tanto che sia così”.

Ma a piangere di gioia sono anche i suoi familiari.
“Con l’arrivo in Italia, non ho realizzato soltanto il mio sogno, ma anche il loro. Hanno sempre visto in questa città, un posto dover poter costruire la mia vita e avere tante opportunità. In Brasile non mi seguivano tanto, adesso – invece – non si perdono una diretta e commentano tutte le mie partite. La mia famiglia mi manca tantissimo, il rapporto con ognuno di loro è la cosa più importante per me e sono il mio punto di riferimento costante. Quando mio fratello è venuto a trovarmi l’anno scorso sono stata felicissima e anche lui, dato che è letteralmente impazzito per la Lazio”.
Quel giorno Gaby se lo ricorda bene: si trattava della finale scudetto del Campionato Juniores, il primo titolo conquistato nel Belpaese grazie ad una tripletta decisiva che la incorona MVP del match.
“E’ stato bellissimo segnare davanti a lui, a sua moglie e ai miei nipoti. Non era stato un anno facile: all’inizio sono stata ferma in attesa della cittadinanza, quando ho iniziato a giocare non avevo tanto spazio e in più ho impiegato 4/5 mesi per padroneggiare la lingua. Ma quel giorno mi ha ripagato di tanti sforzi, ho capito che c’era stato tanto da lavorare ma ne era valsa la pena al 100%. Da lì è come se avessi resettato o se mi fossi ricaricata. Qualcosa in me è cambiato, perché mi sono sentita più tranquilla e credo di essere cresciuta tanto nei mesi successivi”.
Mister Chilelli glielo riconosce dandogli ancora più fiducia e Vanelli continua a far più che bene, fino al momento in cui tutto si ferma. La pandemia obbliga tutti ad 8 mesi di stop, ma alla ripresa dei giochi la Lazio torna in campo con motivazioni fortissime che hanno portato le biancocelesti sul podio prima della fine del girone di andata.
“Sarà anche che ci conosciamo meglio tra di noi, ma credo che la squadra abbia dato tanto prima della pausa che ci ha permesso di staccare un po’. Mi piace la nostra determinazione, qui a perdere non ci sta nessuno, perché siamo consapevoli della nostra forza e di tutto il lavoro che c’è dietro ogni risultato raggiunto. Mi auguro che il 2021 possa portarci il più lontano possibile e per me stessa spero di poter migliorare ancora, facendo ciò che mister e compagne si aspettano da me. Un sogno nel cassetto? Il mio paese è il Brasile, ma mi piacerebbe tanto poter indossare la maglia azzurra”.

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