Caffè Corretto

Caffè Corretto – Questione di numeri

Avete mai incontrato quel tipo di soggetto disposto a raccontarvi frottole, nella convinzione che nessuno si prenda la briga di verificarle?
Due milioni di spettatori per 19 partite in diretta della Serie A Femminile di Pallavolo. Sono 105.263, a partita. Com’è ancora quella storia che la partita del Boxing Day di Futsal era l’evento più visto con 100mila spettatori, oppure erano 150.000, mi confondo spesso con questi numeri a caso. Resta l’incontrovertibile dato Auditel che registra una media spettatori per Rai Sport di 56 mila. L’emittente che ad ogni “spending review” in viale Mazzini è a rischio di chiusura, così come Rai Storia. L’ultima volta ad Ottobre scorso.

M’immagino questi dirigenti ombra, sicuri d’essere furbissimi, insomma come Derek Zoolander, intenti a diffondere menzogne come fossero uno svapo. Togli il palazzetto, metti il covid, togli il covid metti il palazzetto. Buona procura federale a tutti. State attenti a quello che postate sui social, non sono il vostro diario segreto.

Esistono anche altri Numeri, come quelli che ogni tanto mi capita di vedere sul campo.
Ginger mi rimprovera la pigrizia nel cercarmi nuove eroine sportive di cui parlare.
Nota a margine.
Eroine, droghe, SANPA. Guardatelo, il docufilm su Netflix. Forse il giornalismo in Italia non è morto ucciso da Mario Giordano e Nicola Porro ma non sta nemmeno benissimo.
Fine della nota a margine.
Capelli lunghi. “Ma quanto è lunga la sua coda? Sono molto sottili i capelli, quindi sembrano più lunghi”. C’è sempre da imparare.
Credo che con il destro scenda al massimo dal letto. Espressione spesso corrucciata, comunicazione verbale prossima al mutismo selettivo.
Non mi arrendo però.
Perché adoro quei giocatori capaci di fare la giocata quando serve. In grado di creare la distanza sportiva tra talenti.
Najee Harris, questo il nome del giocatore con la maglia rossa. Numero 22. Poteva accettare il placcaggio, conseguenza naturale di una lunga corsa verso il touchdown. Invece accetta l’uno contro uno, decide di provare che il suo talento gli garantisce una marcia in più. Salta un avversario di 188 centimetri e 91 chilogrammi, come se fosse un ostacolo sulla pista d’atletica.
In quel momento Alabama, la sua squadra, aveva bisogno di una giocata, dell’opportunità sportiva di imprimere una spinta anche emotiva, avversa alla squadra che affrontavano.
Questo pensiero in azione determina i confini del talento, segna lo spartiacque tra un giocatore e un campione.
Salto. Touchdown. Quasi.

Sposto la palla sul sinistro. Gol.
Jessika Karoline Manieri.
Quattro tiri, due gol, una traversa e non sono parole mie. Se riuscissi a comunicare con lei, senza l’ausilio del mio gentilissimo intercessore, le vorrei chiedere il significato dell’esultanza di ieri. Quella dopo il suo secondo gol al Real Statte.
Una sua ex compagna di squadra una volta mi disse di lei: “non dobbiamo essere amiche, ma compagne di squadra e lei ti fa vincere le partite”. Oppure quando una giocatrice come Vanessa dichiara candidamente: “quell’anno il pallone d’oro (Futsal Award di Futsalplanet.com) lo meritava Manieri” è doveroso da parte mia, prestare attenzione a quelle parole.
Sono un riconoscimento, un premio d’immenso valore.
L’intensità e la rabbia agonistica.
Entrare nella partita alzando il ritmo, rubare il tempo, puntare l’uomo e poi colpire. Mi chiedo da dove arrivi quello sguardo.

Quali storie restano nascoste nell’infanzia di questa bimba di Campo Grande.
Più vicina a Paraguay e Bolivia che a Chapeco’, dove diventa Jessika.
Una città con i grattacieli, quasi. Cinquecentomila abitanti e l’aeroporto. Se ci cammini nel mezzo trovi un Subway aperto che ti fa i panini 24 ore al giorno e girato l’angolo la chiesa Presbiteriana. Se non fosse per quella scritta sul muro “Do Barrio Amambai” potrei essere anche negli Stati Uniti.

Vorrei sapere che suono ha la sua voce, anche se dovesse rispondere a monosillabi.
Fatico ad associarle un fratello che organizza feste.
Se invece sotto quello sguardo severo, Karoline è una tipa da barbecue e molte, molte birrette?
Ieri la guardavo giocare e ho pensato: “ecco forse ho trovato il mio Fernando Torres e non devo nemmeno sperare che arrivi, è già qui.”
Nota a margine.
La frase esatta è diversa. Dovrei spiegare però ancora la mia devozione sportiva al Niño. L’eventuale promessa di andare a lanciare reggiseni qualora fosse arrivato alla Juventus. Ci tengo a precisare che Campo Grande e Torino sono città gemellate.
Fine nota a margine.
Spero che quella lunga coda che fluttua ad ogni dribbling, mi regali qualche ricordo e che incastrato li nel mezzo, riesca a trovare nuove storie.
Restare aggrappati alla passione per questo sport, senza quelle emozioni è impresa emotivamente improba per me.
S’approssima il mio onomastico, tra una decina di giorni ma è meglio avvertire prima. È arrivato anche il regalo di Natale di Ginger. Molto gradito. Bombay, acqua tonica e limone.
Come sempre: “il bar non porta ricordi ma i ricordi portano inevitabilmente al bar”.

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