Caffè Corretto

Caffè Corretto – La sfortuna non esiste

Fino a quando nel commentare il calcio a 5 italiano si utilizzeranno le parole: “sfortuna” e “arbitro”, questo sport resterà incollato alla sua dimensione attuale, quella parrocchiale.
Nello sport, la sfortuna non esiste. Eppure diventa magicamente la ragione di mille sconfitte.
Mai, una sfortunata vittoria.
Mai  che s’ammetta che la sconfitta sia frutto di errori, di ovvie mancanze.
Se sbagliate un gol a porta vuota, non è sfortuna. È mancanza di capacità, fosse anche solo momentanea. Se l’avversario vi salta come un birillo, vuoi vedere che la Dea Bendata non c’entra nulla?
Una disciplina che non si pone domande, non troverà le risposte.
Ha sicuramente però, la scusa pronta.
Se una squadra esce ai 16esimi della Champions, quella vera, come una squadra maltese qualsiasi, non è possibile liquidare tutto derubricando l’evento a “sfortuna”.
Quattro stranieri per i francesi, quinto ceduto al Kairat che punta ad alzare la Coppa, non certo uno scappato di casa.
La squadra che rappresenta il campionato italiano, ne conta dieci tra le sue fila. Esce ai rigori.
Sarà sicuramente colpa della sfortuna e dell’arbitro?
Oppure val la pena guardare altrove, andare oltre la piaggeria.
Limiti tecnici, tattici, caratteriali.
Gestionali e manageriali.
C’è l’imbarazzo della scelta. Perché se esci contro una squadra che ha speso una frazione (si, ho fatto i compiti a casa e i conti con la calcolatrice) del tuo investimento, dovresti porti delle domande.
Non può sempre essere colpa della Finlandia.

In uno sport che si decide negli scontri diretti, li devi vincere o almeno provarci. Questo futsal italiano attraversa un momento nel quale il confine tattico all’interno del quale si fanno muovere i talenti individuali crea un danno allo spettacolo, danneggiando il risultato. Questo accade quando si applica una visione monodimensionale a uno sport su tre dimensioni.
L’incapacità di valutare correttamente il talento, coniugato alla incorretta valutazione dei costi in funzione dei risultati spinge il calcio a 5 in una spirale di fallimenti societari.

Tra scontri salvezza e quelli per la vetta, mi lascio incantare da Josh Allen che guida i Buffalo Bills al primo “Championship Game” in 30 anni. Allen quello che non poteva giocare e poi scoprono che forse intorno era necessario costruirgli una squadra.
Eccola qui, la differenza tra competere e partecipare.
Il tempo dei verdetti è lontano ed è vicino allo stesso tempo come un gatto di Schrödinger qualsiasi. Per quello delle valutazioni, non è mai troppo tardi. Senza abbandonarsi però a quella pigrizia cognitiva, quella diffusa abitudine che ti fa scegliere sempre l’usato sicuro. Una ritrosia imprenditoriale che lascia spazio ai rivenditori d’auto usate.

Scorrono i minuti, computer che si rompono, imprecazioni che si sollevano e quelli due vecchietti di Tom Brady e Drew Brees che ormai ultraquarantenni guidano le loro squadre in una bellissima partita di playoff. Vince chi sbaglia meno, il vecchio che s’è trasferito in Florida in questo caso. Vince ma non come quello con il capello rosso, ex presidente.
Luci a led che punteggiano la notte, devo comprarne qualcuna nuova ma con il telecomando. A proposito dov’è finito il mio regalo di Natale? Il gatto led che non funzionava.

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