Caffè Corretto

Caffé Corretto – Contrasti

Bella la camera che riprende il controcampo, grazie non sbagliare la pronuncia di any given Sunday.
La partita vola via, davanti allo schermo senza un attimo di tregua e alla fine la spunta chi trova con il suo piede l’angolo dove altri non riescono ad arrivare.
C’è la salsedine incollata alle finestre, dovrei pulirle, in uno slancio di casalinga.
Non riesco a scorgere cosa c’è fuori e allora è più semplice guardarsi dentro o almeno nelle immediate vicinanze.

Presidente.
Mi chiama mio padre per informarmi che c’è un candidato unico alla presidenza della divisione calcio a 5, si vota l’11 Gennaio mi riferisce. “Pellegrini”, “Bergamini”. Insomma c’è andato quasi vicino. Attendo sempre la FutsalExit ma non arriva, non vorrei fare la fine di chi aspettava Godot.

Messaggi vocali.
C’è ancora chi pensa che siamo arrivati dalla montagna con la piena. Non fate l’errore di considerarci ingenui. L’ultimo che l’ha fatto, aspetto ancora che atterri a Valencia.
Se c’è del marcio in Danimarca, oppure a Colleferro, lo potete leggere sulle nostre pagine digitali.
Proviamo a raccontare questo sport in maniera differente. Non è lo sport più bello del mondo, non è differente da altri. A voler essere brutalmente onesti, forse è raccontato peggio di altri.
Se fosse solo colpa mia, vi porrei rimedio. Non ha senso però guardare a quello che è stato anche se la paura, vera, per il futuro paralizza la mente e le dita.

Regali di Natale
Sono importanti, quelli da mettere sotto l’albero. Quelli che vi vengono in mente mentre passeggiate tra gli scaffali.
“Bella idea signora”, sorride a mia madre il commesso. L’ho pensato io così, vorrei dirtelo ma non fa nulla. Il mio primo pensiero successivo a quella frase è stato: “se fossi donna ora dominerei onlyfans, anzi probabilmente l’avrei inventato, facile”.
Non so mantenere il riserbo quando si tratta di sorprese, faccio una fatica infernale, vorrei condividerle subito.
La gioia è più grande se è condivisa.
Faccio Filone.
Parto sempre alla fine, perché? Spero che una storia mi stia aspettando quando arrivo o anche semplicemente per strada. Metto nello zaino cose da leggere e da ascoltare.
Podcast.
Ieri notte ho passato alcuni minuti con un perfetto sconosciuto che mi spiegava come evitare di fare la figura dello scarso. Ho chiesto perché un “spiegatemi che questo non so ancora farlo” non ha mai ucciso nessuno.
Se vi guardate attorno con attenzione nel futsal trovate torme di stregoni, fattucchiere ed esperti chirurghi ortopedici.
Come stai?
Risposta.
“Non m ‘importa del futsal, ma di te”.
Chi ti ha voluto bene ha fatto la scelta giusta. Chi te ne vuole ora spero s’accorga della donna che sei.
Se avessi giocato nella mia squadra, la tua maglia ora sarebbe appesa enorme nel palazzetto, in alto.
Per ricordare a tutte come si misura la grandezza di una donna e di un atleta. Per avere il tuo numero devono arrivare lassù.
Ho perso gran parte di quella che tutti chiamano Susy.
Ho fatto in tempo a incontrare Susanna, mi faccio bastare questo.

Sessanta secondi non definiscono un atleta, una persona.
Bastano però per commettere un errore, per chiedere scusa e per convivere con le conseguenze.
Li puoi usare anche per imparare dagli errori, in fondo servono a questo. Sul terreno di gioco e nella vita.
La ragione, spiega e non giustifica.

Buon Natale.
Alla nebbia per strada, all’odore di vita passate e di autogrill vuoti.
“Non berrò mai più”, non ha funzionano nemmeno l’ultima volta e nemmeno quella precedente.
I calzini, gli spogliatoi e le Havaianas anche se è pieno inverno.
“Cosa fai a Natale? Gioco”.

Le luci intermittenti, gli ultimi regali.
La musica nelle orecchie, le parole nel cuore.

“Respirare per sentirsi meglio,
respirare per alleviare il dolore,
respirare per sentirsi vivi.”

Quando la notte si stringerà intorno alle vostre paure, sappiate che i timori sono di tutti, forse fanno meno paura se sono condivisi.
Attendiamo insieme questo fischio finale e torneremo ad abbracciarci tutti, senza chiedere il permesso.

Casello dell’autostrada, la vocina metallica, si solleva la sbarra.
Le macchine parcheggiate e forse abbandonate, per intraprendere un viaggio che ci porta al punto di partenza, cambiati.
Forse per essere felici bisogna essere coraggiosi, non c’è felicità senza offerta di sé. Eppure per essere coraggiosi bisogna essere vulnerabili, non c’è coraggio senza disposizione totale all’ignoto.
Per essere vulnerabili bisogna accettare il fallimento,.non c’è vulnerabilità senza rischio di caduta.
Per accettare il fallimento bisogna accogliere l’infelicità,  non c’è caduta che, alla fine, non colpisca un suolo.
Il primo passo per essere felici, quindi, consiste nell’imparare a fare dell’infelicità un punto di partenza, e non un luogo da evitare.

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