Futsal

“Tanto si stufa”. E invece no: la storia di Alessia Grieco

Lezione finita. Alessia Grieco torna a casa dopo un pomeriggio di studio di Scienze Motorie all’Università di Roma “Foro Italico”. Basta un attimo perché la mente torni lì e a quel 25 giugno 2015, data della “Notte magica” contro l’Ungheria, prima uscita dell’allora neonata Nazionale. Alessia era troppo piccola per essere in campo e l’Under 19 era ancora un sogno, ma quel giorno se lo ricorda bene.
“Non si parlava d’altro. È stato un passo importante non solo per questo sport, ma anche per noi ragazze. Se ci ripenso mi emoziono ancora, immagina cosa può essere stato per le protagoniste”.
Ma quella sensazione di pura adrenalina ha imparato a conoscerla presto, prima nella Nazionale minore e poi in quella delle “grandi”, anche se lei di anni – quando è arrivata la prima chiamata – ne aveva appena 20.

ENFANT PRODIGE “Dopo l’esordio in Coppa Italia a 17 anni e l’esordio in azzurro con le campionesse della Spagna, posso dire di averle passate tutte? – sorride, proseguendo nel racconto -. All’inizio di quella stagione avevo segnato due doppiette nelle prime due giornate, tutti pensavano che sarebbe arrivato il mio momento e invece nella prima lista non c’ero. Intorno a me erano tutti un po’ arrabbiati, io – confessa – non l’avevo presa così male: eravamo state eliminate ad un passo dell’Europeo neanche un mese prima quini l’umore non era eccezionale… e poi la Spagna è la Spagna! Ma il giorno dopo, Luciani si è infortunata e mi sono ritrovata tra le convocate. Non conoscevo quasi nessuno, ma a rompere il ghiaccio ci ho messo poco. Primo raduno in stanza con Mansueto, ricordo solo tantissime risate. Forse troppe, perché da quel giorno non ci hanno mai più messe insieme”.

 

TANTO SI STUFA Ma la storia di questa piccola grande atleta comincia molto prima, a 5 anni, nel campo della Parrocchia di San Giustino.
“Io facevo tempo pieno e uscivo alle 16, ma dalle 14 c’era già qualcuno dei miei amici che andava all’oratorio a prendere posto per non farcelo rubare dai grandi”.
Alessia gioca con loro tutti i pomeriggi, tranne il martedì e il giovedì, in cui ci sono gli allenamenti della maschile. Ammazza il tempo palleggiando con il suo inseparabile Supersantos, cercando di non sentirsi esclusa. Un occhio al pallone e un altro a quello che c’è oltre la recinzione. Corsa, risa, giochi: perché lei non può partecipare? Lo chiede un giorno a mamma Cristina che è andata a riprenderla: una firma, e l’iscrizione è fatta. Alessia può giocare con i suoi amici. Ora, però, bisogna dirlo a papà.

“Nicò – esordisce Cristina con voce incerta -, Alessia voleva fare calcio… L’ho iscritta”.
Silenzio. Ancora silenzio.
“E vabbè Cristì, si stuferà”.

Se come veggente papà Nicola non è un granché, come genitore se la cava sicuramente alla grande.
“Devo dire che mi ha sempre lasciata libera nelle mie scelte. È finita che mi portava a tutti gli allenamenti e, quando Mario Capuano del Ponte Calcio a 5 mi ha notata, mi ha permesso di andare senza problemi”.
Ha 14 anni quando smette di allenarsi con i ragazzi e passa sotto l’ala di Alessandro Gattarelli e 17 quando arriva alla Lazio, da pochissimo ex Real L’Acquedotto.
“Diciamo che ho fatto tutto il percorso: dal divertimento post-scuola al San Giustino, al Ponte, in cui ho iniziato capire davvero cosa fosse il calcio a 5 e a mettermi in gioco, fino ad arrivare alla Serie A con Chilelli: per giocare con lui che è uno dei mister più preparati in circolazione, devi essere strutturato tatticamente, ma anche caratterialmente. Ecco perché mi sono trovata bene: siamo entrambi forti e appena c’è qualcosa che non va, ce lo diciamo, cercando di trovare una soluzione. E poi apprezzo tanto il suo coraggio nel dare sempre tante opportunità alle più giovani, com’è stato con Neroni in campo dal primo minuto a Statte e con tante altre mie compagne di squadra. Mi dispiace tantissimo – invece – quando capita che qualcuno di promettente rinunci ai propri sogni, il futsal ha bisogno di veder crescere ancora tante giovani italiane”.

PERSONALITA’ Ma cosa serve per non mollare? “Ci vuole personalità e, in questo, senso devo tanto agli anni passati in mezzo ai ragazzini: nessuno ti regala niente, c’è competizione e prendi un sacco di botte, altro che trattamenti di favore! Ma è una fortuna. Oltre ad essere stata una scuola molto formativa, ho avuto anche la possibilità di assaggiare sin da piccola il clima da finale, come quella per lo scudetto giocata con i Giovanissimi ad Aversa. Se sei debole, in poco tempo lasci stare e cambi sport Io, invece, ho superato i miei limiti e sono cresciuta forte di testa. Ricordo che le prime volte non volevo neanche scendere dalla macchina: mi guardavano tutti, qualcuno mi ha anche presa in giro in quanto “femmina” che giocava a calcio. Poi entravo in campo e facevo un sacco di gol. “E tu ti vergognavi? Se dovrebbero vergognà loro”, era il commento puntuale di papà. Aver vissuto situazioni simili, spiega bene come poi io sia riuscita ad affrontare una finale di Coppa Italia senza neanche conoscere le regole della competizione”.

Alessia è alla Lazio da pochi mesi, gioca nella Juniores di Giorgio Regni e con la prima squadra ha collezionato sì e no 3 presenze. La scuola è una priorità e gli orari non le permettono di fare subito il grande salto. Ma un giorno Chilelli le vuole parlare: mancano delle giocatrici, ci sarebbe bisogno di lei per la Final Eight. Lo sa che c’è scuola e dovrebbe assentarsi, ma gli farebbe un grosso favore. E Alessia va. Il PalaGiovanni Paolo II è una bolgia, sono tutti lì per le 8 sorelle d’Italia che giocheranno per la coccarda e in quel frastuono si sente ancora più piccola. Gioca 2’ effettivi nei quarti vinti ai rigori con la Kick Off, stessa spazio con le Lupe in semifinale, poi, durante il riscaldamento della finale, Chilelli la chiama: entrerà titolare.
“Lui fa così, anzi con me c’è stato anche un discreto preavviso – scherza -. È stata un’emozione grandissima, le gambe tremavano ma non lo avrei fatto vedere per nulla al mondo. È un po’ come quando giochi contro mostri sacri come Taty: già parti dal fatto che sono più forti di te, se gli fai vedere che hai paura… è la fine. Devi nascondere tutto ed è lì che torna in ballo la personalità, e tutta la gavetta fatta nel maschile”.

SOGNANDO DEL PIERO Bello, ricco, sfrontato, famoso. “Sognando Beckham” sarebbe stato troppo facile da riproporre. Invece, Alessia è andata a scovare l’idolo più schivo di tutti i tempi ed è cresciuta con Alessandro Del Piero, tra un esterno al volo contro la Fiorentina, una rete mondiale alla Germania e una standing ovation al Bernabéu.
“Io non tifavo Juve, io tifavo Del Piero. Poi il resto è stata una conseguenza. Ho passato l’infanzia a calciare punizioni a giro in casa, cercando la traiettoria tra l’armadio e il divano e facendo fuori tutti i soprammobili, compresi un centrotavola e un orologio che era già sopravvissuto a 20 anni di matrimonio dei miei. Mia mamma me lo rinfaccia ancora. Quando ha visto risbucare un pallone durante la pandemia, per poco non si è sentita male”, ride.

PARAGONI Il piede alla Pinturicchio c’è, ma nell’ambiente romano il paragone è quasi obbligato: per tutti, Grieco è la nuova Arianna Pomposelli.
“Stesso ruolo, stesse capacità tecnico-tattiche, poi l’uso della suola con il quale ora martello anche i piccoli che alleno. Non abbiamo la velocità di Ampi, ma la palla la teniamo bene. Forse per questo è stato facile accostarci e penso che ad entrambe abbia fatto piacere. In Nazionale, diceva che siamo presente e futuro”. Per poi aggiungere: “Futuro de che? Stai già qua!”. Ora io assomiglio a lei, magari un domani qualcuno assomiglierà a me”.

DNA LAZIO Intanto – nonostante il periodo no della Lazio – la biancoceleste continua ad incastonarsi nel panorama nazionale come uno dei diamanti più preziosi.
“Non sono state prestazioni alla nostra altezza. Non è una giustificazione, ma abbiamo sbagliato completamente approccio: abbiamo pensato alla forza del Montesilvano e alle nostre assenze, dimenticandoci una cosa che ci ha sempre contraddistinto, e cioè che con il gruppo e la grinta abbiamo vinto tante partite impossibili. Contro lo Statte, pur con più defezioni rispetto alla settimana precedente, abbiamo avuto una reazione, ma i 20’ del secondo tempo non sono bastati. Ora aspettiamo il Cagliari e sappiamo cosa fare: lo spirito e il carattere visti nel secondo tempo in Puglia, dovranno esserci per tutto l’arco della gara perché è questo il DNA della Lazio che tutti conoscono”.

Foto copertina: Divisione Calcio a 5

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