Futsal

Under the Lights

Scelgo spesso un titolo in una lingua diversa dall’italiano, potrei dare la colpa a mio padre per questo. Colpa sua se mi ha gettato in una scuola dove nessuno parlava la mia lingua madre e c’erano troppi suoni che si mischiavano in testa.
Mi capita di ritrovare appunti scritti così, in una lingua che non è quella che oggi parlano quasi tutti intorno a me.
Ho amato  e odiato l’inglese, è capace di trasportare più storie con meno parole, non ha la pomposità dell’italiano anche se è privo dell’eleganza della lingua di Dante.
Questa storia come molte altre partono così, da una lingua diversa da questa, svoltano nel mezzo e arrivano per fermarsi qualche istante nella vita di altri.

S’avvia il motore, pieno di metano e via.
Tra le montagne degli appennini, fino al bar con il gatto che ti chiede un pezzo di pane e salsiccia, miagolando fortissimo. Viaggiatori abituali, sedie spaiate, birrette e montagne che ti guardano dall’alto di pendii troppo verdi e troppo scuri.

La città dell’acciaio è solo ad una manciata di chilometri, cosa ci faccio qui?
C’è qualcosa qui che non ho trovato ancora da nessun’altra parte.
Friday Night Lights.
Non lo sport liceale, non il football americano, non il sogno americano.
M’è sembrato di scorgere però quella stessa atmosfera, quella stessa disillusa visione del futuro nelle persone, quel fanatico attaccamento ad un territorio che fa di tutto per odiarti.
Se questa regione non fosse cosparsa di conventi, chiese e santi forse potrebbe essere l’Ohio.
Una città che si rifiuta di diventare grande, s’arrocca intorno al suo cuore fatto di metallo, d’operai, sudore, altoforni e giorni che sembrano notti. Un lavoro che ti spacca la vita e anche i sogni.

In un campo all’aperto c’è un uomo che è arrivato qui, dalla città eterna e non è più andato via, come capita a quelli che arrivano solo per fermarsi un momento e non trovano più la via di casa.
Insegna questo sport, con la palla che rimbalza poco, su un campo in erba a delle donne. Una combinazione di difficoltà che scoraggerebbe chiunque. Lui invece ha dedicato la vita a correggere la corsa di ragazzine che troppo presto credono di essere Falcao ma a fatica riescono a fermare il pallone di suola senza cadere. Trasforma portieri d’albergo in estremi difensori, coltiva con amore delle rose in un campo all’aperto tra gocce di pioggia e di lacrime. In un luogo che è troppo caldo e troppo freddo allo stesso tempo.
Alla periferia del futsal o nelle immediate vicinanze.
Le sue ragazze arrivano al campo dopo una giornata di lavoro, di studio, di vita spezzettata e sacrificata al sogno d’inseguire un pallone e far gonfiare una rete.

I loro visi sono confusi, le loro storie sbiadite ma suonano come mille altre simili, ma sono speciali perché c’è il loro nome ricamato tra lividi, acido lattico e quell’odore di calzettone marcio dimenticato da sempre nel borsone.
Nicola deve essere il fratello maggiore, la figura paterna e l’allenatore, in momenti diversi con persone diverse e se vi sembra facile non avete mai messo piede in uno spogliatoio dove ci sono reggiseni sportivi appesi a caso e l’odore del balsamo è più pericoloso del gas nervino.
Ammiro la sua capacità di vedere talento dove io vedo solo una visita da un bravo ortopedico, rifletto spesso sulla sua granitica convinzione di poter cavare il sangue dalla rape, anche quelle un po’ marce.
Se pensate che non gli importi vincere dovreste vedere il buco sul suo tavolino, provato dell’impatto con il controller della playstation 4 dopo una sconfitta a FUT, probabilmente contro un brufoloso adolescente francese.

La maglia di Totti che capeggia in salotto avrebbe dovuto aiutarmi a capire che nella sua idea di vittoria c’è una sfumatura che non distinguo e che lui mi deve indicare.
Quando prova a farlo, ci vedo una storia ma non riesco mai a raccontarla a lui che mi liquida con un laconico: “fatico a pensare cosa ci sia da raccontare”.
“Tutto”, vorrei gridare. Non lo faccio perché quello che sto chiedendo e di ficcanasare nella sua vita, nelle vite delle sue giocatrici e non per scrivere di un gol, un dribbling o le vicissitudini sportive.
Vorrei poter conservare in un diario di viaggio, pezzi delle loro storie. Perché se segni un gol dopo che ti hanno licenziato da lavoro, quella rete che si gonfia ha un colore diverso, di lascia sulla maglia un odore diverso e quando le tue compagne t’abbracciano ti senti meno sola e loro all’improvviso non puzzano di sudore ma profumano d’amore.
Se vai in campo con il cuore a pezzi perché l’amore ha diversi colori anche quelli dell’arcobaleno e vorresti solo morire, li in mezzo al campo non ti puoi nascondere e non puoi mollare e t’accorgi alla prima pallonata che non sei nemmeno invisibile. Speri che le lacrime le confondano con il sudore e che qualcuno ti chieda come va anche se non hai voglia di parlarne.
Giochi a pallone, piccola donna ed è difficile già così.

Vorrei poter anche raccontare del loro allenatore, che dorme poco, si commuove tanto e anche se tifa l’AsRom(a) è la cosa migliore che possa capitare ad una squadra femminile, perché è disposto a credere in loro anche quando sembrano un gruppo in terapia riabilitativa motoria.
Sono un mostro e i miei mostri sono reali, per questo posso dirvi ragazze che quel tizio in piedi sulla panchina che vi incita crede in voi oltre ogni ragionevole misura, non lo è.
Non vi insegna semplicemente i fondamentali di uno sport, vi sta sorreggendo con una fiducia sulla quale dovrete edificare il resto della vostra carriera sportiva e che dovrete portare anche fuori dal rettangolo di gioco.
Perdonategli quindi ancora una volta la fede sportiva, il fatto che non sappia giocare a fifa e gli altri mille difetti che si porta dietro come i ciuski di Doraemon.
Credetegli, come lui crede in voi, perché non lo farà nessun altro così.

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