Futsal

Non Contiene Tabellino: Portogallo 3 – Spagna 3

Non Contiene Tabellino, il mio racconto della partita.
Agli antipodi con il “personalissimo cartellino” che ai più anziani porta alla memoria le cronache pugilistiche di Rino Tommasi, quest’anno terrò questa sorta di rubrica, per raccontare di una partita, che ho visto, forse perfino casualmente. Ne sentivate il bisogno, probabilmente no ma come per molte altri accidenti della vita, se qualcosa prima non esistenva difficilmente se ne poteva sentire il bisogno.
Oggi prima gara, di una serie quasi cestistica di sfide tra Portogallo e Spagna. Vice Campione, un modo elegante per dire che hai perso, e le Campionesse Europee di futsal.
La mia giocatrice preferita, Amelia Romero, perché effettivamente si chiama come la strega di Topolino ed è una roba affascinante così ma soprattutto perché con quella struttura fisica in teoria non dovrebbe essere capace di essere così efficace il campo ma lei della teoria se ne infischia e come la fattucchiera dei fumetti s’inventa magie.

Anita Lujan è illegale, semplicemente. Le sue giocate per ammirarle meglio, spesso anche solo per comprenderle, le devi guardare al rallentatore e anche li il movimento potrebbe non essere rallentato abbastanza.
Fifò non cresce semplicemente, si accresce, in forza fisica ed esplosività. Un talento assoluto così grande da poter oscurare la porta avversaria semplicemente con le sue spalle, quando gioca ho sempre l’impressione che stia per spaccare qualcosa, un palo, una traversa, una rete avversaria.
Raquel Santos, che segna anche un gol e l’unica che sorride nelle foto di squadra sul sito ufficiale della Federazione Portoghese. Dire che molte sembrano delle foto segnaletiche, “mugshot” le chiamano gli inglesi, si dovrebbe fare di meglio e al più presto. Nel mentre un sorriso da parte di tutte, anche un semplice accenno non guasterebbe.

Le partite tra Portogallo e Spagna sembrano durare meno, come i libri molto belli, i film avvincenti, insomma allora è vero che le cose belle durano sempre poco.
Esordisce nella Roja: Irene Cordoba che alla prima giocata utile manda Sara Ferreira a cercare il pallone in mezzo al campo peccato che Irene l’abbia ancora incollato al piede mentre sfreccia sulla banda laterale. Diciassette anni di pura classe e incoscienza.
Ho passato almeno gli ultimi due anni a cercare di capire perché le sopracciglia di Mayte Mateo mi ricordavano qualcosa, sapete una di quelle ossessioni sciocche ma che non riuscivo a togliermi dalla mente.
Finalmente ho capito, Mayte mi ricorda l’attrice Catherine Shell che interpreta l’aliena Maya in una serie tv degli anni settanta, Spazio 1999. Hanno perfino quasi lo stesso nome.

Mayte Mateo è quel genere di giocatore del quale non s’avverte solo l’impatto tecnico e tattico sull’incontro, se ne percepisce, perfino dagli spalti, perfino da uno schermo, l’enorme impatto agonistico capace di imprimere alla partita. Mayte Mateo non occupa lo spazio, lo aggredisce, non partecipa all’incontro, lo orienta. Quel genere di atleta che avrebbe potuto eccellere in qualsiasi sport e per fortuna m’è capita in sorte anche di vederla dal vivo, con il suo club quando aveva ancora l’anguria come sponsor.
She is a Baller.
Avrei voluto chiederle anche com’è aver la propria rovesciata incollata sul fianco del pullman della sua squadra di club, se sapeva l’avrebbero fatto, se ne è rimasta sorpresa, cosa pensa quando lo guarda, cosa significa davvero per lei.
Fischio finale, sirena.
Tutto già finito, troppo in fretta e io ho ancora tutti i popcorn da mangiare e anche il gatto osserva lo schermo interdetto, si la palla ha smesso di muoversi, così all’improvviso.
Finisce il primo incontro di una serie, una sorta di due nazioni, perchè in fondo in Europa non c’è nessuno alla loro altezza e in questo club privato d’eccellenza femminile non c’è al momento spazio per altre.

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