Caffè Corretto

Ricorderemo il silenzio dei nostri amici

Il Dott. Martin Luther King Jr, nel discorso del 1968 in cui riflette sul Movimento per i Diritti Civili, dichiara, “Alla fine, ricorderemo non le parole dei nostri nemici ma il silenzio dei nostri amici.”

Inizia così un TedTalk. Quello di Clint Smith. Ho premuto pausa sul video e ho cercato di capire perché risuonassero così forti quelle parole, perché ho sentito il bisogno di fermarmi, cercare il mio quaderno e prendere appunti.
A lettere grandi ho scritto:

leggi in maniera critica, scrivi in modo consapevole, parla chiaramente, dì la verità.

Mi sono ritrova a pensare molto a quest’ultimo punto: di la verità.
Se devo chiedere a me stesso di dire la verità, è necessario che sia anche onesto su tutte le volte che non l’ho fatto.
Tutte quelle volte nelle quali ho lasciato che il silenzio prendesse il posto delle mie parole, ho visto poi con dolore gli effetti manifesti di quello spazio lasciato vuoto.
Ho passato tanto tempo nella mia vita a raccontare alla gente le cose che volevano sentire invece delle cose che dovevano sentire, mi sono detto che non dovevo essere la coscienza di nessuno perché dovevo ancora capire come essere la mia, quindi talvolta non dicevo niente, placavo la mia ignoranza con il mio silenzio, inconsapevole del fatto che la conferma non ha bisogno di parole per avallare la sua esistenza.

Rimpiango tutte le volte che mi sono morso il labbro perché forse avevo bisogno di quei soldi più di quanto quella situazione avesse bisogno di trovare la sua dignità.

Passiamo tanto tempo ad ascoltare le cose che la gente dice che raramente prestiamo attenzione alle cose che non dice. Il silenzio è il residuo della paura. Significa sentire i propri difetti, un viscerale taglio della lingua. È l’aria che si ritira dal petto perché non si sente sicura nei polmoni.
Silenzio è ogni stortura, ogni torto, ogni discriminazione, ogni dolore.
È quello che sentite quando non ci sono più sacchi per cadaveri.
È il silenzio dopo che il cappio è stato stretto. Sono le scottature. Sono le catene.
È il privilegio. È il dolore.
Non c’è tempo per scegliersi le battaglie quando la battaglia ha già scelto te.

Proverò a non lasciare che il silenzio avvolga ogni mia indecisione.
Dirò a quel vecchietto che avanza lento non solo se posso portargli la borsa ma come è andata la giornata, perché talvolta tutto quello che la gente vuole è essere considerata essere umano.
Dirò a quella maschera che racconterò la verità per quanto scomoda e dolorosa possa essere, che non lascerò che il silenzio diventi il mio assenso.
Presterò la mia voce alle storie che gridano lontane, offrirò un palcoscenico al lato nascosto delle mie paure.
Sono stanco dei silenzi.

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