Sport

L’Italia del futuro, quella che non ha spazio per lo sport

Spazio per lo sport

La stagione 2020/2021 costringerà l’Italia ad affrontare diverse sfide impegnative, dentro il campo ma anche fuori, in tutti i settori del vivere. Verrebbe da dire che di tempo per prepararci, nei tre mesi di inattività forzosa dovuti alla pandemia di nuovo Coronavirus, ne abbiamo avuto parecchio eppure alcuni nodi non solo non sono ancora stati sciolti ma si sono addirittura stretti ancora di più, facendosi quasi inestricabili. Uno di questi nodi è senza dubbio quello che riguarda il mondo dello sport. L’Italia che verrà sarà diversa sotto tutti i punti di vista e, a quanto pare, non avrà spazio per lo sport.

Ma andiamo con ordine e facciamo il punto della situazione pre Covid-19. Come funzionava lo sport nel nostro Paese? Lasciamo da parte i grandi club di calcio con i loro budget a parecchi zeri e concentriamoci sullo sport alla portata di tutti, quello che accompagna i bambini alla scoperta dei loro talenti, quello che forma i campioni olimpici, quello che è “palestra di vita”. Quello che, probabilmente, nella vostra vita avete praticato tutti almeno una volta, insomma.
Quel tipo di sport, qualunque sia nello specifico quello che vi fa battere il cuore, è affidato in Italia all’impegno e all’abnegazione delle Associazioni Sportive Dilettantistiche e, nella stragrande maggioranza dei casi, si svolge nelle palestre scolastiche. A portarlo avanti ci sono associazioni che ci mettono il cuore e i fondi e Tecnici che passano anni a formarsi e specializzarsi, scegliendo un lavoro iper qualificato e privo di tutele, in cui sanno che dovranno lottare per tutta la vita anche solo per poter continuare a svolgere la propria professione, in un’eterna precarietà da equilibristi esperti.

Il problema degli spazi è sempre esistito: in Italia i palazzetti dello sport sono pochi e generalmente attrezzati per una manciata delle innumerevoli attività sportive esistenti. Finora la soluzione era stata quella di affittare alle associazioni sportive le palestre scolastiche: una soluzione che permetteva, tra l’altro, di portare lo sport in tutte le sue sfumature direttamente ai ragazzi, nei luoghi in cui passano la maggior parte delle loro giornate, in modo da avvicinarli più facilmente ad uno stile di vita attivo e sano.

Un sistema perfetto? Assolutamente no ma finora aveva retto, permettendo all’Italia non solo di continuare a formare talenti in ogni ambito sportivo a costo zero ma anche di garantire l’accesso alla sport a tutte le età e a tutte le fasce sociali. Poi però è arrivato il Coronavirus e ha completamente sparigliato le carte.
Sì, perché adesso, a pochi giorni dall’avvio della stagione sportiva, centinaia e centinaia di associazioni sportive in tutta la penisola non sanno ancora se, come e dove potranno riprendere le loro attività. La scuola rischia addirittura di non riaprire e allora ecco che moltissimi Presidi, nel timore di dover tirare fuori dal cilindro spazi che non esistono, hanno ritenuto di non affidare più le palestre scolastiche ad associazioni esterne, almeno fino a che la situazione non si sarà assestata.

Si è creata, quindi, una schizofrenia tuttora irrisolta che vede da una parte l’azione congiunta del Ministero dello Sport e di quello dell’Istruzione nell’affermare forte e chiaro che il Governo permetterà l’utilizzo delle palestre scolastiche alle associazioni sportive senza alcun dubbio e dall’altra il tentativo di autodifesa di scuole che hanno già rinnegato le direttive e hanno chiuso i lucchetti per tutta la stagione o almeno per la prima metà di essa. A nulla, per il momento, sembra essere valso l’intervento in prima persona di molti vertici federali (il Presidente Giorgio Scarso della FIS ha telefonato personalmente a tutti gli istituti che ospitavano scuole di scherma ma anche FIPAV e FIB si sono attivate in prima persona).

E così, senza nemmeno un requiem o una marcia funebre ma immerso in un assordante silenzio, si spegnerebbe lo sport italiano, inesorabilmente affondato nelle sabbie mobili dei “vedremo” e dei “forse“. La tanto attesa riforma dello sport, per la quale il ministro Vincenzo Spadafora si sta dando alacremente da fare, in questo momento rischia di tramutarsi in una riforma per i morti, se la maggioranza delle società sportive sarà impossibilitata a riprendere le proprie attività.

Una prospettiva pessimistica? È quello che tutti speriamo ma i numeri sono certamente importanti: nella sola Federazione Italiana Scherma il problema interessa più di un centinaio di club mentre per quanto riguarda sport come la pallavolo o il basket riguarda la quasi totalità delle associazioni. Ma anche la stragrande maggioranza dei cosiddetti “sport minori“, che poi tanto minori non sono a livello di risultati, si ritrova coinvolta nella situazione. Per non parlare poi dell’intero movimento paralimpico, che necessita di spazi dedicati e attrezzati per continuare ad esistere. Ad essere maggiormente in pericolo, come è facile immaginare, sono i settori giovanili e dell’avviamento, i più fragili ma anche i più vitali per la buona salute dello sport a tutto tondo: i campioni non nascono tali ma lo diventano col tempo e con l’allenamento. L’Italia si è fatta sempre vanto delle sue eccellenze sportive e del suo medagliere alle Olimpiadi e c’è una sottile ironia nel fatto che proprio l’anno olimpico potrebbe segnare la fine del movimento sportivo di base.

Intanto le Federazioni centrali fanno ripartire le stagioni agonistiche, i ministeri rassicurano e le scuole temporeggiano. Le associazioni sportive sul territorio non possono che farsi spettatrici di questo preoccupante valzer a tre. Settembre è alle porte e ancora non sappiamo se in Italia, per lo sport, c’è ancora posto.

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