Storie

Ohlana si è uccisa S01E14

Parlare di morti non è il mio forte, non sono un esperto in “coccodrilli” e solitamente considero la dipartita di una persona cara un evento privato da vivere nel dovuto riserbo.
Due giorni fa ho scelto di vivere questa notizia come fosse un lutto privato, una questione di community.
Loggo Guild Wars 2 e nella chat “general” se ne parla, loggo LOTRO e idem, perfino su StarTrek Online, su ESO o su Black Desert Online.
La seconda vittima, nel giro di pochi giorni.
Seppellisco la notizia dove non può farmi male ma non riesco a tenerla ferma li.

Coloro che mi conoscono bene, quasi in silenzio mi hanno inviato uno screen della notizia quando questa è arrivata da questa parte dell’oceano.
Ho preso allora il mio computer portatile, quello vecchio con Windows 7, che ha la penna e che quindi posso torturare con la mia calligrafia.
Volevo raccontare una storia.
Sono parte di quella community di gamer, lo sono stato così tanto da avere una camera piena di lattine vuote e scatole di pizze. Sono andato al lavoro, quello che potevo spiegare, con gli occhiali da sole per nascondere le occhiaie, ho calcolato il tempo che mi rubava andare al cesso o farmi una doccia così da poterli infilare nelle pause di gioco. Sono stato sotto riflettori meno luminosi di quelli di oggi e sono stato al vertice della piramide.
Non ne volevo scrivere perché mi ritrovo ora qui a spiegare l’ovvio a boomer senza materia neurologica all’interno della scatola cranica e a esperti di vuoto assoluto.
Avete perso la “pietas” quel sentimento che induce amore, compassione e rispetto per le altre persone.
Forse non l’avete mai avuta e ve ne vantate pure.
Ohlana si è uccisa, impiccandosi.
Il suo ultimo tweet è stato “non è colpa di nessuno”, invece no. E’ colpa nostra, ma soprattutto vostra.

Ogni volta che urlate al televisore contro gente che conoscete per quello che vedete riflesso in uno schermo, ogni volta che insultate qualcuno reo probabilmente solo di aver avuto più successo di voi, ogni volta che riversate la vostra povertà d’animo verso un riflesso di pixel: siete colpevoli.
Il web è sempre stata una jungla pericolosa, fino a qualche anno fa chi si avventurava sulle lande digitali aveva preparazione e educazione necessaria a comprendere il mezzo, ad adattarsi e in buona sostanza ad evolversi.
Oggi che l’accesso non si nega nemmeno a quelli che a stento riescono a comprendere un testo semplice, alcune frontiere della comunicazione sono diventate zone di guerra.
Si muore, in guerra e anche in questa. Lungo una linea del fronte mai delineata ci sono persone in carne ed ossa che si trovano però più vicine a noi di quello che pensate.
Cosa c’entra tutto questo con il futsal, tutto…dannatamente tutto.
C’è una ragione per la quale continuo a non scrivere mai, pubblicamente, circa le prestazioni sportive degli atleti che osservo, anche se ho abbastanza elementi per averne una opinione edotta.
Molte giocatrici, giocatori e dirigenti di qualunque orientamento sessuale, non riescono a distaccare la loro immagine professionale e sportiva dalla loro dimensione umana.
Resta sempre una dannatissima questione personale.
Se però sbagli uno stop, buchi un intervento difensivo cos’ha questo a che fare con il tuo carattere, le tue origine etniche o la tua condizione familiare.
Vedo una giocatrice giocare male, cioè correre poco, essere assente dal campo, sbagliare più di quello che la sua obiettiva capacità tecnica la induce normalmente a fare, perché le devo dire che è una merda.
In quale momento l’insulto è diventato veicolo di confronto, quando è successo che gente che non riesce nemmeno a fare una o con il bicchiere è assorta allo scranno di giudice assoluto?
Badate bene, non “secondo me è una merda”, quindi è la tua opinione di idraulico part-time con i piedi di ghisa, possiamo archiviarla nel cassetto del “non mene frega” e possiamo scartarla a priori.
Quello che esprime il commercialista sovrappeso di turno è un giudizio divino calato dall’alto, della conoscenza imposta da Xenu.
Se non sapete chi è Xenu, ecco fate parte della categoria di cui sopra.
Immaginate ora di essere una streamer, seguita ogni volta che si trova in diretta da 20mila persone, come uno stadio di medie dimensioni, come l’Adriatico di Pescara, anzi ora si chiama Giuseppe Cornacchia.
Immaginate una curva che tutti i giorni viene li solo per coprirvi d’insulti, tanto non paga nemmeno il biglietto.
Non potete liberarvene, perché questa è una società iper-connessa ma è accaduto tutto così in fretta che non siamo riusciti ad adattarci con la medesima velocità. Mancano gli strumenti cognitivi per processare questa enorme mole di informazioni nella maniera corretta.
“Sono fragili, non come noi una volta”.
No, siete voi delle merde e siete in tanti, troppi ad urlare sotto alla finestra virtuale di qualcuno con l’unica colpa di essere capace di intrattenere altre persone.
Voi boomer, che allevate altri cani rabbiosi come voi meritate le oltre 27mila views del video delle scorregge di Gskianto.

Siete quelle scorregge e fa bene lui a farvele ascoltare e a monetizzarle.
Vi voglio bene anche se avete i piedi come un tombino di ghisa, se quando stoppate la palla quella finisce in un fuso orario differente.
Voglio conoscere la vostra storia, quello che vi spinge a piegare il vostro corpo contro natura.
Vi voglio bene anche se avete i baffi, la ceretta non la fate con una frequenza nei pressi della decenza.
Vi voglio bene anche se l’ultima volta che avete segnato un gol, l’avete fatto con una palla di carta e nastro da pacchi nel corridoio delle elementari.
Vi voglio bene anche se mettete mi piace senza leggere, senza capire.
Vi voglio bene come alla nonna di “Casa Surace”.
Volersi bene è una questione complicata.
Scrivo di rabbia, quasi a buttarvi in faccia le parole ma se le tengo dentro fanno più male e eccole.

Avessi altre lacrime piangerei anche Ohlana, invece sposto la mia sedia verso il davanzale della finestra.
Quattro piani, 12 metri.
Davanti c’è il mare, dietro gli scogli ci sono 4 metri d’acqua, dalla battigia ai due metri con la bassa marea sono 63 metri in linea orizzontale.
C’è vento oggi, porta un po’ di chiasso dei bimbi, poche macchine.
Giallo del sole, verde dei pini.
Li state uccidendo voi e li stiamo piangendo noi.
Un cuore per S.

Comments

Click to comment

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Più Letti

To Top