Caffè Corretto

Le storie che non raccontiamo…

…non sono mai esistite.
Il futsal è pieno di storie, anche quello femminile ma per scovare quest’ultime si fatica decisamente di più. C’è quello strano senso di pudore tra le atlete, quella riservatezza comprensibile per la sfera privata, soprattutto quando sembra che a certi impenitenti voyeur interessi sono quello.
Non c’è stato un finale di stagione, non ci sono vincitori o vinti e allora di cosa scrivere in questa lunga e stranissima estate? Storie.
Fuori sembra sempre Maggio o Settembre, dipende dalle giornate.
Una delle storie che vorrei raccontare è volata in Spagna per passare del tempo con i suoi cari e fare il corso allenatore, ho preso appuntamento al suo ritorno, con una moltitudine di birre davanti.
Forse mi tocca frugare nel futsal maschile, del quale non mi sono mai veramente interessato.
Certo mi chiedo come mai nessuno racconti della grande Luparense, del Pescara capace di vincere tutto e poi sparire in una nuvola di debiti, controversie e qualche risata.
Di alcuni di questi fatti ho solo l’esperienza, di altri ho conoscenza e vedete questi, sono due ambiti completamente diversi.
Aver visto giocare quella Luparense non mi ha portato null’altro che esperienza, aver vissuto invece da vicino il Pescara mi porta una certa misura di conoscenza. È importante questa differenza, traccia un confine fondamentale nel rapporto con la realtà. Aver attraversato le corsie di un ospedale non fa di me un medico, aver assistito ad una causa non fa di me un avvocato, di questi avvenimenti ho esperienza, non conoscenza. Così come farsi le foto agli attributi casomai in bianco e nero e mandarle in giro sul web non fa di te un artista della fotografia ma un maniaco, tipo quelli di Ubisoft.
Non ho quindi conoscenza del futsal maschile, almeno non nel rapporto a quanto conosco del femminile.
Avrei bisogno di un guida introduttiva, di una guida di Aranzulla, (volevo scrivere Bignami ma avrei escluso dalla comprensione generazioni di millennials) poi ho pensato che conosco l’Uomo nell’Alto Castello del futsal.

The Man in the High Castle, la Svastica sul Sole, il romando di Philip K. Dick, il libro e la serie tv su Amazon.
Insomma c’è questo uomo che ritaglia filmati di una realtà diversa da quella che mi viene dipinta intorno, si somigliano ma l’ucronia le separa.
La mia curiosità m’ha portato a ficcanasare in giro, nella casa dell’Uomo nell’Alto Castello.
Quanto conosce di questo mondo l’Uomo nell’Alto Castello?
Racconta storie, alcune davvero interessanti.
Perché non ho mai sentito raccontare di quel talento italiano cristallino che arriva nel futsal che conta, gioca anche in un contesto difficile, di quelli dove l’allenatore è disposto anche a schierare nove stranieri pur di vincere ma abbandona tutto? Torna a giocare dov’era cresciuto come sportivo e come uomo.
Il futsal italiano non crede nei suoi giovani, la retorica del giornale del popolo così tuona e rimbalza anche sui giornaletti clandestini. Se invece la storia fosse diversa, se invece di affidarsi all’esperienza ci si fosse affidati alla conoscenza per raccontare questa storia?
L’Uomo nell’Alto Castello racconta che questa giovane promessa ha preferito la solidità futura di un lavoro vero, di una professione e di un contratto che non rischiano di soccombere ai capricci di presidenti volubili e di allenatori sacrificabili.
Una storia che probabilmente risuona con meno clamore eppure altrettanto importante.
La storia più interessante però, che quest’uomo che vive lontano racconta, è quella di Edu Villalva.
L’Uomo nell’Alto Castello è un cinefilo, quindi mi parla di un giocatore che potrebbe essere El Trinche Carlovich ma io penso ad un giovane Ibra che cresce tra i palazzoni d’edilizia popolare di Malmö e gioca nel campetto di cemento scansando calci e coltelli.

C’è il suo “barrio”, parola che uso semplicemente per indurvi a connettere la sua storia con quella di Tevez, in realtà il quartiere si chiama Villa Loyola, San Martin, Buenos Aires.
Potrebbe essere una di quelle storie intrise di sudore e lacrime, di campetti polverosi e di muri sbrecciati.
Arriva poi il sombrero a Falcao in un Brasile – Argentina che non è complicato come un Argentina – Uruguay ma è pericoloso assai. Edu potrebbe essere un personaggi di Soriano, capace di attrarre belle donne e gol spettacolari in egual misura. Un prodotto di quel Sudamerica che sembra lontano anni luce dall’Europa e invece è praticamente dietro casa.
Edu potrebbe essere raccontato da una frase resa celebre da Ibra in Europa ma che ha radici in quella cultura nordamericana che ha prodotto tanti atleti straordinari che vengono dalle regioni più povere degli Stati Uniti: “You can take the boy out the hood but You can’t take the hood out the boy”.
Se Edu ha voglia di raccontarmi la sua storia, io voglio sicuramente scriverla.
Dietro al suo portone marrone, l’uomo nell’Alto Castello mi mostra dei biglietti ingialliti per il Veneto, che non ha mai usato e avrebbe dovuto, uno di quegli errori che non si perdona e che nessuno è disposto a perdonargli.
Potrebbe arrivare un autunno senza storie da raccontare, di quelle che ti fanno stringere intorno a qualcosa che ami per crederci ancora un po’.
Non andrà tutto bene è vero, però se riesco a dirlo con Edu vicino, con storie come la sua allora forse, questo posto è meno oscuro, meno maligno e val la pena restare aggrappati ai sogni, a questa vita, per accompagnare con un sorriso e il cuore le storie che ci legano insieme, come quando abbracciamo lo sconosciuto nel seggiolino a fianco per quel gol sulla sirena.

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