Futsal

Il Presidente di tutti…

…è una bugia.

In politica amministrativa quanto in politica sportiva, anzi soprattutto in quest’ultima.
Lo hanno capito bene oltreoceano dove a capo di una lega sportiva mettono un membro eletto solo dalle società che partecipano a quel campionato e lo chiamo Commissioner e lo hanno capito anche in Serie A, quella vera con undici calciatori per squadra. Già esiste una Lega Serie A, che ad essere proprio precisi si chiama LNPA, deputata a gestire Serie A, Supercoppa, Coppa Italia e i tornei primavera nazionali.
Allo stesso modo e per meglio curare gli interessi della Serie B esiste la LNPB, che appunto cura gli interessi e l’organizzazione della serie cadetta.
Accade, si rese necessaria questa suddivisione, quando il calcio uscì dal limbo del finto dilettantismo, vi suona familiare vero ?, per entrare a pieno titolo nel professionismo. Con varie denominazioni questo organo è giunto fino alla denominazione attuale ma con gli stessi compiti.
Cosa c’entra questo con il calcio a 5 italiano?
Continuate a leggere.
Finita la stringente emergenza COVID-19, la governance insediata sulle macerie della presidenza Montemurro, si trova ad affrontare problemi complessi e situazioni straordinarie. Costretta a barcamenarsi, tra una ridotta manovrabilità legislativa, inutile ricordare il lassismo dell’ex presidente nelle riunioni LND, e un complesso quando delicato equilibrio politico, generato anche dalle dimissioni di due consiglieri in quota alla precedente maggioranza.
Si cercherà in un futuro speriamo non troppo lontano, un nuovo Presidente, un presidente di tutti, ma questo è possibile?
Difficile, complesso, quasi chimerico.
Se evitiamo di affidarci a quelli che ci raccontano di vestirsi da super eroi e scansiamo abilmente i salvatori della patria, restano a disposizione quelli con il pragmatismo necessario per gettare oggi le basi di un futuro possibile.

Un presidente di tutti è una utopia, un’araba fenice che non tiene conto che il futsal italiano, che le squadre che compongono tutte le anime della Divisione Calcio a 5, hanno spesso necessità, richieste e  ambizioni diametralmente opposte. C’è una Serie A che ha richieste di competitiva, possibilità di spesa, bisogno di comunicare, lontanissime da quella di una Serie A2 che ha piuttosto una volontà di limitare i costi, contenere le spese fisse, insomma un bisogno di sostenibilità diverso da chi milita nella serie maggiore.
Ricordate la frase di Antonio Conte: “non ci si può sedere al ristorante della Champions con 10 euro” ? Sebbene poi Allegri abbia quasi dimostrato che è possibile, quello dell’allenatore leccese resta un assunto applicabile come risposta a tutti quelli che pensano di voler fare la Serie A, contenendo però le trasferte con gironi territoriali.
Un po’ come voler cenare in un ristorante stellato spendendo però quello che costa una cena nella trattoria sotto casa.
Accontentare esigenze così diverse non è un compito facilmente assolvibile, non da una sola persona, non da una sola entità.

Un presidente di Serie A potrebbe voler impiegare più stranieri, per aumentare il tasso tecnico, incrementare lo spettacolo e la qualità del suo prodotto. A fronte di una richiesta di questo tipo non credo abbia problemi a fare lunghe trasferte di più giorni. Un presidente di A2 di contro potrebbe richiedere un girone territoriale, per limitare le trasferte, più giocatori indigeni per calmierare gli investimenti e i rimborsi. Queste che rappresentano solo un esempio indicativo, costituiscono inconciliabili differenze di carattere economico e sportivo.
Per non parlare di quei presidenti neopromossi in A che vorrebbero spendere le stesse cifre della A2, cercando di imporre le loro esigenze al nuovo quadro sportivo nel quale si affacciano.
Chi applica il doroteismo alle necessità sportive delle società probabilmente è destinato ad affermarsi politicamente ma a fallire sportivamente, condannando lo sport che lo elegge ad un eterno circolo vizioso di ambizioni frustrate, di finta grandeur e di insostenibilità economica. Un modello statalista che si fonda solo sulle quote associative per il suo sviluppo e la sua sostenibilità è destinato a fallire all’interno di un modello economico capitalista e di concorrenza.
Se ne sono accorti anche in Cina, l’ha capito anche il Partito Comunista Cinese, lo statalismo è destinato a fallire perché non stimola la crescita, non promuove l’innovazione.
Un modello di economia sportiva sostenibile ha bisogno di certezze di spesa, sostenibilità degli investimenti e modularità nei livelli.
Meno redditi di poltronanza, meno clientele e con quei soldi investire in progetti e in risorse umane che possano ragionevolmente garantire un ritorno economico concreto.

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