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Tencar can Ball, Tencar può giocare

Luigi “Tencar” Carafa ha un lavoro serio, uno di quelli veri che lo rendono socialmente accettabile almeno fino a quando non inizia a parlare di “stremmare” su Twitch, oppure è costretto a spiegare a suoi coetanei, alle prese con figli che parlano un gergo sconosciuto, in cosa consiste esattamente “shoppare” su Fortnite.
Luigi e sua moglie Claudia sono anche i fondatori e i deus ex machina di Nerdando.com, uno dei portali meglio scritti e realizzati nel panorama italiano dell’intrattenimento digitale.
Ex giocatore di PES, quando le foto si stampavano e c’erano i rullini di cellulosa, è tornato a calcare la scena competitiva degli esport partecipando ad un torneo ad inviti di Valorant, il nuovo titolo della Riot Games, si proprio loro, quelli di League of Legends.
Nel tentativo di strappare l’attenzione competitiva negli fps da CS:GO, Apex e Fornite, il colosso americano ha scaricato tutto il suo peso commerciale e creativo in questo nuovo prodotto.
Nerdando è parte del network di Dive Esports, che si occupa della gestione di talent appartenenti al mondo del gaming e del web. Proprio Dive Esports, con il supporto di Logitech ha realizzato un importante evento competitivo per Valorant, invitando una squadra di Nerdando a partecipare.
I ragazzi si sono alleanti duramente, con sessioni alle quali ha partecipato anche un giocatore, diciassettenne di CS:GO per aiutarli a prendere dimestichezza con le mappe, i personaggi a disposizione e le dinamiche di gioco. Non una squadra di professionisti, sicuramente di solidi amatori, appassionati.
Risultato al primo turno 0-13 0-13.
Contro un team infarcito di giocatori di alto livello, un po’ come quando andate ad un torneo di calcio a 5, guardate dall’altra parte del campo e alcuni di quelli che occupano la metà campo avversaria li avete visti da qualche parte.
Esperienza utile anche per comprendere qual’è il distacco in abilità ed esperienza con chi calca la scena competitiva da molto tempo.
Discord, pausa pranzo.
Io ho appena finito di raccontare la AGS Volta League, Luigi ha appena finito il suo pranzo.

Chiedo com’è andata, è sereno e conscio del risultato comunque positivo di una esperienza per la quale non può che ringraziare la Dive Esports e la sua squadra, composta da amici del canale twitch e un mix eterogeneo di giocatori.
“Li ringrazio tutti davvero, sono morto un paio di volte e nemmeno sapevo da dove era arrivato il colpo, abbiamo provato a giocarcela ma avevamo di fronte avversari che non erano alla nostra portata. Diverso giocare in single player che in un team, mi sono divertito alla fine conta anche questo”. 

Sono curioso di sapere se ha rimpianti, non per un futuro che non poteva essere ma per non avere allora la spensieratezza di quegli anni, con tutte le possibilità di giocare ora. Mi confessa che no, non ha rimpianti non particolari.
“Il livello d’attenzione, d’interesse intorno alla scena professionistica è davvero altissimo, non sempre le community sono ambienti composti da educande, per chi non è abituato a venticinque anni di internet può anche risultare alienante. Probabilmente i ragazzi sono nativi digitali e gestiscono meglio questi rapporti molto diretti, fatico ad attribuirmi particolare equilibrio in età adolescenziale.” 

Il COVID, la cattività domestica hanno portato alla ribalta gli esport, i canali sportivi sulle principali piattaforme hanno dovuto cercare nuovi contenuti, abbiamo visto comparire Formula 1, Indycar e Motomondiale direttamente sugli schermi nei salotti italiani, è arrivata una rivoluzione?
“Quando la quarantena allenterà definitivamente la sua morsa, molti sportivi professionisti torneranno ai loro impegni abituali, Leclerc come Romagnoli hanno dei contratti da professionisti che impongono loro degli obblighi. Potrebbe essere l’anno zero, ma ho sentito negli anni troppe volte utilizzare questa espressione ripetutamente, quasi ogni 360 giorni. In verità la scena italiana soprattutto rimane confinata all’interno di piccoli personalismi, di quel timore tutto italico di fare squadre, alimentato spesso da insensate paure. Una condizione che s’unisce al ritardo strutturale e sociale acuendone le difficoltà. Penso a tutti quelli che hanno “timore” a parlare della loro passione per i videogame, a vederla come prospettiva professionale. Non mi riferisco ai soli giocatori ma anche a figure come allenatori, manager, promoter. Non posso non puntare il dito anche in direzione del più che annoso problema di una rete che ha delle gravi mancanze strutturali e non porta la banda necessaria a giocare in tutte le case.”

Claudia, tua moglie allena una squadra di scherma, più squadre ma questo è una storia che racconteremo in futuro. Non hai mai pensato a sederti in panchina, una sorta di player-manager e creare intorno a Nerdando una squadra per un titolo presente sul palcoscenico competitivo?
In realtà Claudia non vuol mischiare le cose, a ragione credo. Mi piacerebbe però riuscire ad assemblare una squadra master, over 35, con la quale partecipare a qualche competizione. Sogno un circuito adatto a quei giocatori che preferisco un approccio più maturo la gioco ma anche una sorta di campionato di livello base, nel quale affinare le proprie abilità prima di essere gettato nell’arena con gli squali. Promuove il gaming anche in quella fascia d’età capace di fare da ponte tra le generazioni. Creare contenuti che possano provare a colmare il gap culturale che è oggi evidente. 

Il tempo della sua pausa pranzo è quasi terminato, mi concedo qualche minuto per approfondire con lui non solo gli aspetti sportivi della sua esperienza. Curioso di comprendere come mai non esista un elemento centrale d’informazione del panorama ludico competitivo. Da osservatore attento ero curioso di conoscere la sua analisi circa l’estrema frammentazione dei contenuti, affidati a pochi ex gamer ora caster (cronisti insomma) o a pochi gamer/personalità di Twitch che si impegnano anche nel “coaching” di nuovi giocatori.  Forse prigionieri di una bolla, i pochi protagonisti al momento presenti sulla scena italiana hanno il timore di perdere il controllo del loro piccolo campanile, in un paese dai mille campanili non c’è poi da meravigliarsi troppo.
C’è sempre però quella voglia di creare, che potete trovare in ogni parola che ascoltate o leggete. Sono così questi misconosciuti creatori di contenuti, sono cantastorie di sport e di vita, non importa se siamo digitali o reali, c’importa poi davvero? Certamente no, importa partecipare al cambiamento, culturale e emotivo non perché sia imposto da un virus ma perché rappresenta l’occasione per provare a lasciare questo mondo diverso da come l’abbiamo trovato.

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