Futsal

Omar Dal Maso, 3 punti contro il Covid: “Oggi mi sento una persona migliore”

Omar Dal Maso

“Occhi lucidi e palle quadrate”. Con la solita abilità di paroliere che fa di lui un brillante giornalista dell’Eco Vicentino, oltre che un grande mister, Omar Dal Maso mi riassume come meglio non avrebbe potuto i 15 giorni trascorsi nel reparto Covid-4 dell’ospedale di Santorso, provincia di Vicenza.
Ma prima bisogna riavvolgere il nastro al 4 marzo. Gli allenamenti del suo Dream Five Dueville sono stati sospesi dal giorno precedente, mentre il lavoro in redazione continua senza sosta: Coronavirus, non si parla d’altro ormai. In Veneto in particolar modo, anche se dove vive – a Zanè, un comune di appena 7.000 abitanti dell’Altovicentino – e dintorni, tutto sommato la curva del contagio è molto bassa. Febbre, mal di gola, tosse: i sintomi primari li conosciamo tutti, ancor più Omar che ne scrive ogni giorno, ma è un fastidioso bruciore agli occhi che inizia ad insospettirlo intorno a metà marzo. Sarà colpa del vizio candidamente ammesso di stropicciarseli, non solo quando è stanco. Di fatto sente che qualcosa non va.
“A un certo punto sono stato sicuro del contagio, per quanto non riuscissi a spiegarmelo, dopo aver riconosciuto altri sintomi minori e meno noti rispetto a quelli in comune con l’influenza stagionale, dalla quale peraltro mi ero vaccinato a novembre, in vista di un viaggio in Giappone. Ho iniziato ad isolarmi volontariamente – ci racconta – e ho chiesto in tutti i modi di poter fare il tampone, mentre nel frattempo erano giunte puntuali febbre e tosse a confermarmi quanto già presagivo da giorni. Non è stato facile, non te lo fanno se non stai già davvero male, e questi protocolli mi hanno lasciato davvero perplesso e mi fanno pensare alla sorte capitata a tanti dei nostri nonni. Non stavo così male ma volevo salvaguardare chi mi stava vicino. Eppure, una volta arrivato al pronto soccorso, sono stato ricoverato d’urgenza per una polmonite interstiziale bilaterale. Tutto in un’ora, il tempo di una partita di calcio a 5. Ero il più giovane tra i degenti, l’ho scoperto la settimana successiva; la notte stessa ho iniziato a stare male sul serio e ho avuto bisogno del supporto d’ossigeno. Sia ben chiaro: non sono mai stato in condizioni critiche, la sofferenza più grande semmai è stata psicologica. Mi ero perfino preparato alla prospettiva della terapia intensiva. Non mi vergogno a dire che in quei frangenti ero terrorizzato per le persone care a me vicine, soprattutto le più anziane e solo nei primi due giorni ho avuto timore per la mia sorte, ma poi ho visto che il mio corpo reagiva”.

E insieme al corpo, reagisce la testa. Perché nei pochi messaggi che arrivano all’esterno – “me smagro e torno”, “tra poco mi tamponano, pronto per la constatazione amichevole”, “guai al prossimo che oserà dirmi ancora ‘smettila di essere negativo’” – salta subito all’occhio che Omar sia sempre lo stesso: ironico e “baruffante”. Guai a smentirsi, neppure in situazioni di estrema difficoltà.
“Prendere e prendersi un po’ in giro, faccio questo da una vita. Ma nonostante io sia un animale sociale, per motivi professionali e passione sportiva, in ospedale posso dire di non aver mai sofferto la solitudine. Contatti di qualità, non di quantità: all’inizio ho avuto la vicinanza delle persone alle quali avevo scelto di raccontare cosa stessi passando. I miei fratelli e genitori, gli amici di sempre e, per senso di responsabilità, ho comunicato dove mi trovavo e per quale motivo soprattutto ai tre gruppi di allenamento del vivaio del Dream Five. Alcune di loro e i genitori delle ragazze che alleno mi hanno sommerso di messaggi, che all’inizio a malapena potevo leggere: ne sono stato davvero sorpreso. E c’è stata addirittura una nonna che si è fatta dare il mio numero per chiamarmi a viva voce una volta a casa. In tanti, e parlo di gente che mi vuole bene, mi hanno sempre ripetuto di dedicare troppo tempo al calcio a 5 ed ecco che ho avuto la prova che non sia stato buttato via neanche un secondo. Un esempio: in 15 giorni rinchiuso in una stanza praticamente sigillata mi sono commosso solo una volta: quando ho ricevuto il collage di foto delle mie Under 14 che mi hanno mandato un abbraccio a modo loro, secondo il motto ‘distanti ma uniti’”.

E in più c’è il legame speciale che si crea con le infermiere – dai, anche gli infermieri…- il personale OSS e ausiliario che vale come contatto con il mondo esterno, e con il suo compagno di stanza, Tony. Lo stesso nome e soprannome del papà di Omar, per un caso del destino.
“Ha 80 anni. È entrato in stanza che respirava e parlava a malapena, è uscito cantando e pure prima di me, un personaggio unico – sorride –, ed un messaggio di speranza con il suo esempio: un anziano non è spacciato al suo ingresso in un reparto Covid, chi lo crede si sbaglia. Poi c’erano questi infermieri, che io chiamavo astronauti, tutti bardati. Ai loro nomi, quando sono visibili sotto la tuta di protezione, puoi associare solo gli occhi, ma questo basta per capirsi. Da uno sguardo riuscivo ad intuire che tipo di giornata avessero avuto, e i loro timori dei primi giorni, come loro ovviamente percepivano i miei. Uno di loro in particolare mi diceva sempre: “Giornalista, come va?”. Una volta mi ha chiesto solo “come va?” e qualche tempo dopo ho saputo che quel giorno c’erano stati tre decessi nel reparto, in poche ore. Non in termini di eroi o di angeli, ma le persone con cui mi sono interfacciato lì dentro sono veri esempi di coraggio. E’ gente costretta a rinunciare alla propria famiglia per assistere gli altri, che non torna a casa dopo un turno pesante e con il suo fardello di timori ma vive negli alberghi messi a disposizione dall’azienda sanitaria locale. Che non torna indietro, seguendo con forza una scelta professionale, nonostante tutte quelle paure che sono umane e comprensibilissime. Un’addetta alle pulizie quasi piangeva, quando l’hanno assegnata al mio reparto al suo primo giorno di lavoro, all’esterno della mia stanza. Ti sentivi in colpa a volte, per colpe che non puoi avere. Se oggi mi sento una persona migliore è perché per due settimane mi sono interfacciato con loro, di gran lunga migliori di me, che per un breve periodo sono stati la mia famiglia. Lo vedo come alzare un’asticella, una prova per me a puntare più alto, migliorarmi appunto”.

I compagni di squadra perfetti per mettere a segno tre punti importantissimi, con una doppietta di tamponi negativi al termine dei tempi supplementari in isolamento a mettere la frase “finalmente è finita”. Con tutti gli scongiuri possibili vista l’incertezza che regna anche sul post malattia.
“Ho schivato un macigno, mi restano ora dei sassolini che spero andranno via col tempo. Probabilmente residui di una terapia, l’unica possibile di fronte al Coronavirus, che è ancora sperimentale. Te lo dicono subito: una cura non c’è. Lo accetti e vai avanti, con tutta la forza di cui sei capace. Nessuno può permettersi di lasciarsi andare, io stesso ho scoperto una volontà che non avrei mai pensato di avere, sorretto da chi mi ha saputo dimostrarmi di volermi davvero bene. E pazienza per chi si è tirato indietro, succede anche quando si chiede a una giocatrice di tirare un rigore, è umano. E poi – sorride di nuovo – la cura dimagrante ha funzionato davvero: -7 chili! Ora posso puntare alla doppia cifra scalando dalla tripla… Appena tornato a casa mi sono fatto un piatto di spaghetti al ragù come Omar comanda, in ogni caso. Insomma, tutto sta tornando alla normalità, anche se so bene che non tutto sarà più come prima. Lo so che è un po’ controtendenza rispetto a quanto affermato sopra, ma una cosa che mi piacerebbe fare quando ne avrò la possibilità, sarà ridistribuire meglio il mio tempo libero: non solo futsal, ma anche cercare di fare qualcosa che sia utile agli altri su un altro piano”. Occhi lucidi e palle quadrate, da oggi al futuro si guarda così.

 

 

 

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