Serie A

Marco Ferrante, la famiglia Orange del Città di Falconara

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Il mondo del futsal italiano, maschile e femminile, ha talvolta la possibilità di crescere e svilupparsi grazie al sostegno delle attività locali che, con spirito da mecenati e amore per il territorio, supportano le varie realtà sportive attraverso quella pratica alla quale ci si riferisce più comunemente indicandola come sponsorizzazione.
Veicolo e volano, nel nome dello sviluppo dello sport e del tessuto economico cittadino.
La difficoltà di questo momento storico ingenera importanti e preoccupanti ripercussioni non solo nelle società sportive, ma anche e soprattutto sulle realtà commerciali del Paese.
Come ha ben sottolineato Marco Bramucci in una recente intervista: “La gran parte delle società sportive vive anche grazie alle sponsorizzazioni di realtà commerciali del territorio, molte legate al turismo e alla ristorazione, le prime a risentire degli effetti del blocco delle attività sociali previste dal coronavirus. La ripercussione sul bilancio societario è oltremodo evidente.”
Mai come ora ci sembra opportuno rivolgere la nostra attenzione sulla questione “sponsor” facendo quattro chiacchiere virtuali con chi ha deciso di rivestire una figura di così grande importnaza nell’economia dello sviluppo di un progetto sportivo.
Chi è stato presente anche solo una volta al PalaBadiali, avrà sicuramente imparato a conoscere l’Orange di Marco Ferrante. Non solo un imprenditore del mondo della ristorazione falconarese, ma anche un amante del futsal, disciplina che ha praticato fino a quando le esigenze familiari e lavorative non lo hanno convinto ad appendere le scarpette al chiodo.
La vita però spesso ci sorprende con le sue trasformazioni e ci restituisce le nostre passioni sotto una nuova veste. Per Marco, ora, il futsal è legato al Città di Falconara.

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“Nasco come calciatore e vengo dalla delusione del calcio. Acquistato dal Vicenza Calcio da ragazzino, la strada davanti a me sembrava oramai spianata. Il sogno di tanti bambini di diventare calciatore iniziava a prendere corpo e concretezza. Sembrava tutto bello ma un infortunio ha destabilizzato la mia vita e fatto riporre in un cassetto del dimenticatoio il sogno del calcio.
Tornato ad Ancona ho ripreso la mia vita di tutti i giorni, fatta di partitelle con gli amici. Il caso o il destino ha voluto che alcuni di questi amici giocavano nella Brandoni, famosa e storica squadra di calcio a 5 di Ancona. Da quelle serate di divertimento semplice, il mister della prima squadra, Diego Campana, mi ha notato e mi ha chiesto di entrare in squadra per fare allenamento. Non sono più andato via.
Per cinque anni il Brandoni è stata la mia casa sportiva e con loro ho costruito la mia carriera da giocatore di A2, il futsal che conta. L’anno in cui ho smesso, la squadra ha raggiunto l’obiettivo di fare il grande passo nella massima serie nazionale.
Ho proseguito la mia avventura nel futsal sia come giocatore che come presidente di una squadra ma le esigenze lavorative e la famiglia che intanto cresceva, mi hanno portato ad avere sempre meno tempo da dedicare allo sport.”
Negli anni in cui Marco calcava i parquet d’Italia, il futsal era nostrano anche per la quasi totalità composto da giocatori italiani in rosa.
“Quando giocavo io c’era qualche brasiliano, qualche argentino ma per la maggior parte le rose erano composte da giocatori italiani, grandi professionisti. Era un futsal di alto livello. Poi, complice la crisi economica che ha fatto abbassare gli ingaggi e l’arrivo di un numero sempre più elevato di stranieri, la qualità del futsal ha subito una regressione a mio avviso.
Ora invece, rispetto a quei tempi, ho constatato una inversione di tendenza e seguito con curiosità l’avvento e la crescita del futsal femminile, realtà della quale prima non si occupava nessuno e a cui nessuno faceva attenzione. Oggi invece è riuscita a crearsi un bel palcoscenico e ad avere un bel seguito grazie anche allo spettacolo che offre in campo.”


E’ qui che le strade di Marco Ferrante imprenditore si intrecciano con quelle del Città di Falconara, fiore all’occhiello del futsal marchigiano: “Ho deciso di sposare il progetto del CdF innanzitutto perché Marco Bramucci è una persona squisita ed essendo sportivamente legato al futsal, ho voluto dare il mio contributo allo sviluppo del suo progetto.
Mi sono progressivamente innamorato di questa squadra. Le ragazze che, di anno in anno, arrivano a vestire la maglia citizens hanno sempre incarnato lo spirito della disciplina e mostrano amore e rispetto verso la squadra. Non solo giocatrici quindi, ma persone splendide anche sotto il profilo umano. Tra tutte vorrei citarne due che mi hanno sorpreso e conquistato: Erika Ferrara, la mia pupilla, giovane e talentuosa calcettista, espressione perfetta della dinamicità ed intraprendenza delle Marche e Sofia Vieirà, persona squisita e di una educazione difficile da trovare oggigiorno.”

Molto spesso, le ragazze e la dirigenza del Città di Falconara, trascorrono le serate che seguono le partite di campionato, attorno al tavolo dell’Orange, per festeggiare una vittoria o per trovare consolazione dopo una sconfitta.
“Avere a cena le ragazze del CdF dopo le partite è per me motivo di orgoglio. Non ne faccio una questione economica, ma di relazioni. Siamo diventati una grande famiglia e condividere con loro i momenti e i sentimenti che accompagnano le gare è un segno di fiducia riposta non solo nella qualità di quello che offriamo come ristorazione, ma soprattutto nella mia persona, considerata parte integrante della squadra. Averle qui dopo una partita è come accogliere i propri figli al termine di una lunga giornata di lavoro, preparando per loro la cena e sedendo alla stessa tavola per ascoltarne i racconti”.

Il coronavirus però ha cambiato tutto. Niente partite, niente cene, niente lavoro. Un deserto economico e relazionale.
“Questo periodo è molto difficile e ci stiamo trovando in una difficoltà mai affrontata prima. Purtroppo lo Stato non ha dato ancora nessuna indicazione per quanto riguarda la riapertura del nostro settore e le prospettive per il futuro sono davvero buie.

E’ una situazione di disagio nella quale siamo messi costantemente alla prova. Pur non lavorando, bisogna far fronte a spese come affitti, utenze e forniture. Una tribolazione continua. Il mancato incasso, oramai da due mesi, ci sta mettendo in ginocchio come categoria. Personalmente sto riuscendo a fronteggiare la difficoltà lavorando su ordinazione e con servizio a domicilio gratuito, ma molte realtà di questa categoria andranno in contro ad una probabile chiusura.

Speriamo di riuscire a trovare le giuste forze anche se riuscirò a mantenere attivi tutti e tre i miei ristoranti. Di questo, purtroppo, ne fanno le spese i dipendenti. Con il lavoro fermo mi trovo purtroppo nella condizione di dover operare dei tagli al personale. Una decisione necessaria ma che crea disagio ed imbarazzo perché i miei non sono dipendenti ma persone di famiglia e chi è venuto almeno una volta nei nostri locali può darne testimonianza.
Riaprire al pubblico, tornare ad accogliere quanti vorranno trascorrere una serata fuori a cena, sarà molto difficile.”

 

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