Caffè Corretto

Caffè Corretto S01E17

Oggi c’è libero il tavolo con la presa della corrente elettrica, la fibra viaggia al massimo, il caffè macchiato e corretto davanti e quella voglia di scrivere sulle dita. Questo è il mio spazio, un porto franco, dove scrivo quello che penso, ricordando sempre che le parole sono pietre con le quali preferisco non costruire muri ma costruire strade. Non ho sei milioni di pietre, nemmeno cinquantacinquemila pietre, se mi guardo in testa ne ho poche davvero, bastano però per guardare a questo foglio digitale e poter scrivere di questo viaggio, di questo tratto di vita.
Qualche volta capita che le scagli anche le pietre, contro qualcuno, qualcosa, insomma non l’ho scritta io: “chi è senza peccato scagli la prima pietra”, la sassaiola partì e questo la dice lunga sull’animo umano.

Press Play on Tape.

I grandi giocatori non hanno bisogno di grandi allenatori mentre è vero il contrario, il “sarrismo” non esiste se non come risultato di una stagione eccezionale di una squadra mediocre. La voce che commenta la partita, dice che è morto Kobe Bryant e allora controllo se è vero, anche se a dirlo è un giornalista di professione, “uno di sky sport”.
Sara non puoi non sapere chi è Kobe Bryant e non importa più del Palio di Siena e nemmeno di quante volte l’hai corso vincendolo, ci sono atleti che sono icone pop e icone pop che sono anche atleti.
Forse hai perfino a casa una sua maglietta.
Il cordoglio del mondo dello sport e del basket, i “coccodrilli” che non sono pronti perché Kobe Bryant avrà per sempre 41 anni.
Ricordo di aver mostrato a qualcuno un tweet qualche giorno fa, padre e figlia che parlavano di basket.
Tutti i papà sono orgogliosi delle figlie femmine, qualcuno ha la fortuna di poter tramandare la sua passione a qualcuno con altrettanto talento.

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Che la figlia di Kobe si chiami Gianna come mia madre, che poi in realtà quest’ultima si chiama Giovanna ma anche questo è solo per la precisione, mi aiutava a ricordare il nome e a seguirla.
Di lei sabato, Lebron James aveva detto: “Kobe era seduto davanti alla più grande promessa del basket femminile, non potevo deluderla”, questo mentre scavalcava il suo papà nella classifica dei giocatori che hanno segnano più punti nella storia della NBA.

Otto persone sono rimaste uccise in un incidente aereo, a bordo di un S-76, un elicottero militare, da soccorso, utilizzando anche in ambito civile, nuovo, di pacco.
Tra le vittime c’è anche lei Alyssa Altobelli, l’amica di sempre di Gigi, con i suoi genitori era su quel volo.
Ci sono giocatori che attraversano i ricordi di molti, non di tutti, ma se non sei Sara è difficile che tu non abbia un ricordo legato a qualche grande campione dello sport.
Forse è vero che i grandi vanno via senza dire addio.

L’oggi è profondamente diverso da uno ieri, nel quale seduto sugli spalti, guardavo la partita tra Montesilvano e Bisceglie, prendevo appunti come spesso mi accade, per catturare idee, suggestioni, che sono uniche nel momento in cui attraversano lo spazio cosciente.
Appunti che si dividono in due momenti, prima e dopo Kobe, il Black Mamba. Con quella mentalità sportiva particolare, quella voglia di allenarsi e di sacrificare tutto per il suo sport.
Come Susanna, con la maglia numero cinque sulla schiena, la fascia da capitano, mille titoli in bacheca e mai, mai una parola fuori post.
A quale giocatore mi fa pensare Susanna? Non ci sono abbastanza storie di giocatori di futsal, non ne trovo capaci di evocare la carriera di uno dei grandi interpreti italiani di futsal.
Questa donna a chi mi fa pensare.
Steven Gerrard.


Al villaggio sperduto nella brughiera gallese. 13mila anime e da li non si vede nemmeno Anfield. Il più forte centrocampista di sempre e accanto, il primo capitano della nazionale di futsal femminile.
Parabita che di abitanti ne fa ottomila, in un posto delle Murgie che non sapevo esistesse e lo scopro pieno di storia, di un popolo come i Messapi, storia antica tra le intercapedini di quei muri che una bimba decide di trasformare nella sua porta di calcio. Il pallone, gli sguardi torvi e “le femmine a casa”, un calcio a quel retaggio antico.
Il cielo sempre troppo azzurro, le case bianche e basse, gli olivi a perdita d’occhio, dove tutti ti conoscono anche se tu non conosci nessuno. Le nuvole, quelle dei Simpson ai quali possiamo affidare i pensieri felici e poi attendere che li portino a destinazione.
Le corse prima di andare a lavorare, il lavoro in palestra quando sei troppo stanca anche per pensare. L’amore per uno sport che non sempre ti ha ricambiata ma gli amori sono così. Non si dona per ricevere o per colmare un vuoto, lo facciamo perché abbiamo un sogno e per quello vale la pena di sacrificare tanto e di soffrire molto.
Due volte ex, senza esserlo però mai davvero.
Le parole, misurate e pesanti, i sorrisi che le punteggiano e lo sguardo serio quando l’argomento si fa importante o doloroso. I passatempi inusuali, la voglia di correre incontro a qualcosa e mai lontano da qualcosa o qualcuno.
Ci vuole coraggio ad essere così.


La maglia sudata, il parrucchiere che potrebbe fare un lavoro migliore e quel numero, perché l’indossano ancora altri è incomprensibile a me e forse a tutti.
Non importa se siamo amici o no, importa quello che hai regalato a questo sport: i tuoi anni migliori. Hai preso la tua vita e l’hai spremuta dentro ad un sogno, quando di soldi si parlava raramente ed erano perfino un tabu, quando quella maglia azzurra era una chimera.
C’è chi non gioca se non la paghi, giustamente. Chi gioca e basta perché la parola che manca non sia la sua.
Susanna è una donna e poi un giocatore di futsal, chi invece è il contrario e non sono sicuro sia meglio così.
Mi alzo, raccolgo gli appunti e corro a casa.
Il traffico, le luci gialle, la foschia del mare.
Un giorno alla volta, una domenica è passata.
Raccontare di lei è il mio regalo a Susanna, al suo talento, reso più grande dal suo carattere, alla donna che ha scelto di diventare. Per aver condiviso il suo talento con noi, senza fare troppo caso alle sponde pieni di melma in questo stagno del futsal.
Chiudo la macchina, scatta la serratura.
Le parole di questo pezzo prendono forma, le rileggo nella mente mentre apro la porta di casa, il gatto bianco diversamente magro si strofina alle gambe.
Penso: “ne vale la pena, ancora per una domenica”.

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