eSport

La mia banda suona il rock S01E03

banda

Prendiamo un aereo Nicola, destinazione Madrid.
No, niente Real Madrid, siamo diretti nel tempo del basket castilliano, Palacio Vistalegre.
No, non andiamo a guardare una partita di basket, ti porto a conoscere Lee “Faker” Sang-hyeok.
Oggi si giocano i quarti di finale della League of Legends World Championship e tutte le persone che vedi in fila all’ingresso sono qui per lui.
Dobbiamo far appello al nostro animo agile per saltare tutti i cosplayer, la torma di fan assordanti che continuano a gridare: “Faker, Faker” e accompagnano il loro canto con quei maledetti e rumorosi bastoncini gonfiabili. Non ti stupire per tutti questi giornalisti, questa è una “roba” seria.

Chi è questo Faker?
Un ragazzo coreano, 23 anni, della Corea del Sud. “The Unkillable Demon King” oppure “iIl Michael Jordan dei video games” o semplicemente “God”.
Già, umilmente Dio, se vuoi puoi chiamarlo così.
Guarda ora lungo la prima fila sotto il palco, lo vedi quel vecchio signore che cerca disperatamente un posto da dove possa vedere. Si quello con la giacca e sotto una maglietta assurda con un cartone che rappresenta Faker. Carina la maglietta vero? Una testone con le cuffie da gamer e un sorriso furbo, somiglia a Faker e forse è persino più bello.
Ecco quello è suo padre.
Lee Kyung-jun ricorda ancora esattamente ogni istante di quel giorno in cui il figlio così dal nulla, mentre erano a cena disse: “Voglio diventare un pro gamer”.
“Ero letteralmente incapace di pensare, di avvolgere una idea intorno alle sue parole”, così ha raccontato in una recente intervista ad ESPN.
Si ESPN, il colosso dell’intrattenimento sportivo. No, non è Sportitalia e nemmeno Teleroma 56 anche se la seconda è sicuramente meglio della prima.
Quel giorno è successo qualcosa che non è che capiti spesso in quella parte del mondo.
Il signor Lee Kyung-jun ha detto a suo figlio che aveva bisogno di un mese per prendere la sua decisione.
Il ragazzino aveva una possibilità, forse.
“Ci ho pensato molto, c’erano tanti fattori da considerare. Se non gli avessi concesso il permesso di fare quello che sembrava desiderare tanto, avrei lasciato che in lui crescessero dei rimorsi.
Non volevo un giorno, essere io la ragione della sua insoddisfazione nella vita.
Dopo un mese sono tornato da lui e ho chiesto: vuoi farlo ancora? Mi ha risposto di si.
Ho soltanto aggiunto: niente sconfitte e lavora sodo.”

In sette anni da professionista di League of Legends Faker non ne ha perse molte di gare.
Nel suo primo anno da professionista ha vinto il titolo in Corea del Sud militando nel leggendario SK Telecom T1, ecco tipo il Barcellona del gaming in Asia. L’anno dopo era a Los Angeles per vincere da rookie e a soli 17 anni il suo primo mondiale.
Il suo palmares non si è fermato li, in questo momento nella sua bacheca ci sono: 3 titoli mondiali, 8 titoli nazionali e una miriade di titoli di MPV dei campionati nazionali e perfino delle finali mondiali.
Come spesso accade il momento della sua carriera che il papà di Faker ricorda meglio, non è una vittoria.
2017.
In Cina, precisamente a Shanghai si disputano le semifinali del mondiale.
Faker e gli SKT vanno sotto 1-2 in una serie al meglio delle cinque gare. La folla inneggia ai loro avversari, la squadra di casa, i Royal Never Give Up. Stadio esaurito, un fracasso infernale e in qualche modo Faker trova il modo di portare la sua squadra in finale, praticamente da solo.
La storia però non si ripete nella serie successiva, in quella che assegna il titolo mondiale.
Lo Stadio Nazionale di Pechino è letteralmente stracolmo, tanto che devono sistemare degli schermi all’esterno.
Avversari degli SKT sono i Samsung Galaxy.
Questi ultimi hanno però, hanno fatto i compiti a casa. Neutralizzano Faker andando avanti due a zero.
Lo marcano praticamente a uomo, decidendo di raddoppiarlo sulla mappa e giocarsi il resto della partita in inferiorità numerica.
La strategia funziona e costringe Faker a prendere dei rischi in gara 3 anche solo per tenere viva la serie.
La sua strategia non paga, viene addirittura isolato e cancellato dalla mappa.
Mentre gli avversari festeggiano riunendosi nel centro della mappa, le telecamere impietose riprendono Faker.
Distrutto, con in viso stampata la delusione di non aver vinto il terzo titolo mondiale consecutivo.
“Questa è la prova volta che l’ho visto piangere”. Così racconta Kyung-jun, un momento difficile anche per un padre.

L’anno successivo la SKT va in “rebuilding mode” e per la prima volta nella sua carriera Faker non sta vincendo la maggior parte dei suo incontri. La situazione, come sempre accade in questi casi, peggiora. A nulla servono i cambiamenti nell’organico, in uno di questi Faker si ritrova addirittura in panchina. La squadre tenta qualsiasi mossa nel tentativo di impedire che la nave affondi, invano.
Una stagione maledetta. Nessuna finale, nessuna.
L’inizio della qualificazioni per il mondiale in Corea del Sud portano miglioramenti nella condotta di gare, l’inadeguatezza della rosa ha disposizione è palese.
Gli SKT falliscono la qualificazione.
Le critiche non si fanno attendere ed è lui il maggior indiziato, 23 anni sono tanti per un pro gamer e in molti lo danno per finito.
Quando ad inizio 2019 dal palco di Berlino ripartiva la sua caccia al titolo mondiale, per lui non si è trattato di ottenere la sua vendetta sportiva contro i Samsung Galaxy e nemmeno di tornare a vincere due titoli nazionali consecutivi con i rinnovati SKT.
Questo è un viaggio che lui stesso ha definito: “chasing my ghost”, vuole inseguire il suo fantasma. Dimostrare che è ancora il giocatore che era, solo due anni fa.
Non importa se vincerà ora il suo quarto titolo mondiale, fino a quando Faker non sentirà dentro di essere tornato “quel” giocatore, si sentirà incompleto.

Comments

Click to comment

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Più Letti

To Top