Football Americano

Italiana Illusione

Illusione: /il·lu·ṣió·ne/

sostantivo femminile

1.

Proiezione in ambito immaginario di elementi che non troveranno corrispondenza nella realtà contingente.

2.

Percezione od opinione falsata da un errore dei sensi o della mente.

Nel football, come nella vita, esistono convinzioni che non hanno capacità di verificarsi. Molto spesso derivanti da dicerie o, ancora peggio, da esperienze provate da elementi diversi, capita sempre più spesso di osservare strategie perdenti alla partenza. Con annesso il peggiore dei concetti: “Le eventuali lacune saranno colmate da qualcuno o qualcos’altro.

E nulla, nel recente tempo, è stata un’illusione come il pensare di vincere servendosi di un Quarterback o Head Coach italiano.

I PRIMI ANNI DI FIDAF, LE PRIME CONFERME

Scorrendo lo storico dei campionati Fidaf, dal 2008 in poi (ovvero l’anno in cui sono confluite le società dominatrici del nostro sport) l’albo d’oro parla chiaro.

Già dal 2008, l’ultimo scudetto dei mitici Lions Bergamo che chiusero la loro streak di 13 anni di vittorie, la cabina di regia fuori e dentro al campo era affidata ad import. L’anno successivo furono i Giants ad imporsi, anche e soprattutto grazie al miglior allenatore/giocatore della recente storia, quell’Eric Marty in grado di portare il proprio team (prima gli altoatesini, poi i Warriors Bologna e l’anno successivo gli Elephants Catania) costantemente al Superbowl.

Nel 2010, la prima vittoria dei ducali Panthers, con Craddock QB e Papoccia HC. Una cavalcata trionfale, che fece da preambolo all’assoluto miracolo dell’anno successivo. E che diede il via alla più grande illusione del football made in Italy. Un QB italiano che porti sul gradino più alto del podio.

Lions – Warriors Superbowl © MUFA

TOMMASO MONARDI, DORATA ECCEZIONE.

Pochissimi addetti ai lavori si sarebbero mai aspettati una vittoria dei Panthers nel 2011. I Warriors, guidati da Vincent Argondizzo coadiuvato da Giorgio Longhi, aveva semplicemente dominato il campionato in lungo e in largo. Una perfect season annunciata, i migliori giocatori nei reparti chiave (oltre a Marty QB, una linea d’attacco avvicinata e forse superata solo dalla combo Rhinos/Seamen nel 2017) e una spregiudicatezza derivata da un ciclo di vittorie quasi impossibile da interrompere.
Il tutto in finale contro un team sì campione in carica, ma già battuto in stagione regolare e con un QB appena 21enne alla prima esperienza Senior.
Eppure, incredibilmente, il coraggio parmense unito ad una prestazione difensiva bolognese a tratti imbarazzante, permise al miracolo di compiersi. Con un risultato più simile ad una partita di basket che di football, Monardi e Papoccia distrussero i sogni di Bologna e alzarono il secondo scudetto consecutivo. Forse il più bello che si possa ricordare.
Da lì, quattro anni di dominio assoluto. Tommaso continuò a macinare record ed intorno alla compagine di Ivano Tira si creò un alone di odio diffuso, riservato solo a chi è troppo vincente per essere apprezzato.
Il 2012 e 2013 furono una formalità, nonostante i Seamen avessero già cominciato il loro percorso di crescita che li avrebbe portati poi a prendere possesso non solo della Senior, ma di tutte le categorie del nostro sport.
L’anno successivo, infatti, furono proprio i milanesi a stupire. Nel repeat dell’anno precedente, sì verificò uno dei più grandi upset che il football ricordi. Un 33-3 in favore dei Seamen contro i ducali, falcidiati dagli infortuni, ma distrutti dagli avversari sotto tutti i punti di vista.
Alcuni addetti ai lavori pensarono ad un unicum. Un crollo momentaneo dei Panthers, mettendo sul piatto quintali di alibi. Con questo spirito e forza, si prepararono ad affrontare la stagione successiva convinti di essere, nonostante tutto, la squadra da battere.
La teoria del piano inclinato, però, è infallibile.
Avete presente la teoria del piano inclinato? No? Ve la spiego. Se mettete una pallina su un piano inclinato la pallina comincia a scendere, e per quanto impercettibile sia l’inclinazione, inizia correre e correre sempre più veloce. Fermarla, è impossibile.
In una finale nella meravigliosa, calda e stracolma di zanzare cornice del Velodromo Vigorelli nel 2015, i marinai si imposero nettamente (nonostante l’infortunio immediato di uno dei suoi giocatori chiave, Gianluca Santagostino).
Qualcosa era cambiato,  definitivamente, nelle fila bianconere.

©Luca Nava
@MUFA

Tommaso Monardi fu, usando una frase forte, “lasciato solo”. Non più guidato ed allenato da un coach dei QB americano, le percentuali e il killer instinct del cecchino ducale cominciarono a calare. E così  malauguratamente fu per tutti gli anni successivi, fino al ritiro nel 2019 per impegni lavorativi.
Impossibile da dimenticare la semifinale persa dai Panthers in casa Giants nel 2016. Sei intercetti per il qb italiano della nazionale, in un match concluso 30-20 per Bolzano. Indubbiamente, lui e le scelte legate al suo operato furono il metronomo della sconfitta, per un campionato che, causa debacle dei Seamen, poteva essere alla loro portata.
Nei successivi ed ultimi 2 anni, il trend non cambiò. L’attacco era sterile il più delle volte, mentre la difesa doveva necessariamente giocare un paio di partite a partita per tenerla in piedi.
I Panthers non furono però gli unici a tentare questa via. E si sprecarono, nel corso degli anni, i titoli di “nuovo Monardi” per chiunque dei QB nostrani chiamati a portare questo fardello. I risultati furono, per lo più, modesti. Nicolò Scaglia con Aquile e Warriors, Fimiani con i Lions furono non solo il preambolo a stagioni di basso livello e qualità. Ma, molto spesso, hanno coinciso con il fallimento dei rispettivi progetti e le successive retrocessioni o autoretrocessioni.

SE IL QB PIANGE, IL COACH NON RIDE

Sul fronte allenatori, scorrendo i libri di storia (mai abbastanza aggiornati e comodi da trovare) la situazione non cambia.
Il 2011, sponda Warriors, fu forse l’episodio più eclatante. Per cause di “forza maggiore” il defensive coordinator guerriero Giorgio Longhi, non si presentò a Parma per il Superbowl. Il risultato fu devastante, un manipolo di giocatori dalle grandi potenzialità lasciati allo sbando, incapaci di gestire emozioni e paure e per nulla aiutati dai coach chiamati a sostituire il guru. I 76 punti subiti, record all-time per una finale italiana, non erano lo specchio del team, ma di una gestione sbagliata e di un mix di egoismo-strafottenza che costò a Bologna il ritorno alla vittoria dopo 25 anni.
I Seamen furono gli unici realmente in grado di mostrare un’apparente inversione della rotta.
Quando il predominio parmense sembrava non vedere fine, Paolo Mutti, head coach Seamen nel 2014 e 2015, riportò i Seamen sul tetto d’Italia. L’arma segreta di quegli anni (esclusa l’estrema bellezza della gestione dei marinai da parte della dirigenza milanese) era quel Johnatan Dally, QB già visto nelle fila Rhinos, che prese vere veci di coach in campo.
L’eccezione sembrava essersi compiuta. Due scudetti consecutivi, entrambi da underdogs, e il compimento di un progetto vincente ed invidiabile, iniziato solo pochi anni prima.
Nonostante le smisurate vittorie nei campionati giovanili ed i ruoli importanti nella senior, Paolo Mutti alla prima vera prova senza il supporto di un coach in campo, pagò qualche ingenuità di troppo.

© Luca Nava
© MUFA

La gestione del team non ottimale unita ad import non di livello contribuirono a far esultare i cugini Rhinos, guidati dalle sagge mani di Chris Ault.
Bisognerebbe soffermarsi su ciò che il nativo di Reno fu in grado di fare con i rinoceronti. Prendere una squadra considerata la seconda in città, tanto da influenzare i pensieri e le prestazioni dei giocatori in campo, e portarla ad una perfect season non è una cosa da tutti. Ma non è questo il luogo.
Da lì in poi, Addona, Wood e Wood bis, hanno permesso ai Seamen di tornare in cima alla lista, da cui difficilmente li vedremo scendere nel breve periodo.
Tra gli sconfitti, va segnalato il miracolo di Art Briles e dei Guelfi Firenze. Un superbowl per tutti inaspettato, ma frutto di un investimento societario importante (non tanto in termini monetari) ma che spinse un team giovane ed inesperto a costruire una credibilità e una forza tale da meritarsi il grande ballo. Perso nettamente, ma comunque combattuto.
Ah. Ovviamente, di italiani, manco l’ombra.

©Luca Nava
@MUFA

JUNIOR + SENIOR: FATICA IN BLUE
Il tema nazionali meriterebbe righe su righe e parole su parole. Ha poco senso valutare i grandi. Le recenti vicissitudini a livello internazionale hanno tarpato le ali nel peggior momento possibile. Non sapremo mai quali sarebbero stati i risultati nel gruppo A. E questo perché, con tutta probabilità, le qualificazioni europee in programma in Ottobre ci vedranno uscire con le ossa rotte dalla sfida con l’Austria.
Dirlo non è pessimismo. E’ realismo. E’ una presa di coscienza fondamentale, per capire il nostro livello attuale. Questo non deve spingere a non partecipare, ma il nostro livello semplicemente non è lì.
Non potendo quindi valutare l’operato del coaching staff, la differenza tra Monardi e Zahradka negli ultimi 4 anni è stata abissale. Lo Zar ha dato nuova linfa all’attacco blu, nonostante un sistema offensivo difficile e oggettivamente poco comprensibile, considerato il poco tempo a disposizione per installarlo.
Sulla Under 19 invece, il discorso è completamente diverso.
In entrambe le occasioni degli ultimi 3 anni, il roster non presentava lacune così marcate come invece gli score finali recitano.
L’Europeo 2019, organizzato in pompa magna (e splendido) a Bologna, ci ha visti chiudere al penultimo posto. Qualsiasi tipo di giustificazione sarebbe mistificare la realtà. Si doveva e si poteva fare di più. Inspiegabili alcune scelte di giocatori (soprattutto tra quelli lasciati a casa) mentre dagli spalti si è potuta apprezzare una squadra che sembrava messa in piedi il giorno prima. Nonostante la settimana intensa (anche tre allenamenti al giorno) precedente agli incontri, in quel di Bazzano.
Tre schemi in attacco. Tre schemi in difesa. E la sensazione che almeno con Danimarca e Spagna il gap fosse più coaching side, che altro.
Mettendo insieme entrambe le compagini italiane, però, si può affermare con certezza una cosa. All’interno di entrambi gli staff, non solo non ci sono americani. Non sono neppure presenti i migliori allenatori nostrani. In nessun ruolo.
Zero coach Seamen. Vi basti questo.

@MUFA

FUTURO DI SCELTE

E’ difficile pensare ad un motivo valido per non farsi un bagno di umiltà. Guardando solo le nazionali, le vecchie certezze legate ad un gap legato ai giocatori, sostanzialmente non regge più.
Basti pensare al numero di italiani presenti in GFL, con risultati ed importanza da top class, per capire che il nostro roster top non merita di navigare nelle terre basse dell’Europa.
Vergani, Fanti, Carroli e Ferrari sono pezzi fondamentali del miglior team tedesco (Unicorns), mentre altri navigano nei team di mezza classifica, ma tutti all’interno del gruppo di quelli che scendono in campo con regolarità.
E, parlando con loro, il profumo di professionalità profuso dai coaching staff è mille volte superiore al nostro. Ed anche loro hanno uomini dotati di occhi,testa e gambe come le nostre.
Ed è qui che torna una massima che si tende a dimenticare. Il Football è un coaching sport. E’ il più grande coaching sport fra i team sport. E’ arrivato il momento che chi si marchi dell’onore di stare in sideline ad insegnare ai nostri ragazzi, si assuma l’onere di crescere in maniera continuativa. Imparando dai migliori.
Ed i migliori, da sempre, vivono in America. Sono tanti, spesso di livello alto, ed attendono le chiamate. Che solo personalità gonfie di ambizioni e vogliose di imparare faranno. E, soprattutto, in grado di riconoscere che, anche volendo, nel Bel Paese non ci sono i mezzi per progredire. Purtroppo, come ampiamente dimostrato, sono ancora una minuscola percentuale del nostro parco allenatori.
Il tempo scorre, il nostro sport è un hobby e non c’è un countdown. Ma le scelte, quelle giuste, possono cambiare la storia in qualsiasi momento. E attendono solo di essere prese.

Foto di copertina di Luca Nava

 

 

 

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