Football Americano

Intorno a Varese

“Tra quanto potete essere qui?”
La voce ha un inconfondibile accento marchigiano, la richiesta quindi sarà insensata, come sempre.
Noi accettiamo la sfida come quasi sempre.
Piove forte, così forte che non riusciamo a vedere la strada, non siamo nemmeno partiti e ho già voglia di fare “filone”.
Avanziamo in direzione ostinata e contraria al senso comune delle cose, verso un torneo di flag football, che è tipo il football americano ma più pacifico, invece di placcare l’avversario strappi una bandierina.
Il campo è più piccolo, le partite più veloci e insomma alla fine è anche bello da vedere e facile da comprendere.

C’è questo torneo internazionale di flag, in un “posto” Olona, che è un fiume che c’è da questi parti e alla fine tutti i paesi si chiamano con un prefisso che ha come suffisso il nome del fiume.
Un ritorno al passato, al football americano per il quale è nato anygivensunday.it e all’interno del quale ha fatto tutti gli errori possibili e ha imparato un sacco di lezioni, che è l’unica cosa che puoi fare quando perdi.

Arriviamo a Varese e s’intrecciano i ricordi del presente a quelli del passato. Qui c’è la Scuola Europea di Varese, c’è chi ha appena ripreso la scuola e quest’anno qualcuno prenderà il BAC. Non si tratta di una malattia ma di un titolo di studio, di quelli che hanno in pochi perché alla fine il prezzo da pagare per tanti è troppo alto.
“Noi pochi, noi fortunati, noi manipolo di fratelli”, scrivo a mia sorella e ad un paio di ex compagni di scuola, Uccle o Mol, cambia poco, noi siamo quelli della Scuola Europea.

L’odore della moquette, i corridoi lunghi illuminati di silenzio, quel pezzo di una base militare, di alloggi lungo la linea di volo e l’odore delle tute di volo, quelle di mio padre. L’immaginazione s’attacca alla realtà quando trova un pezzo di cuore disposto a fare da ponte.
“Auorora aurum in ore habet”; ideo homines horis matutinis cum sollertia ad negotia animum intendunt, quia matutino tempore magnas.
“Il mattino ha l’oro in bocca” è un vecchio proverbio latino, più complesso di così perché voglio ancora capire dopo quasi tre secoli che avevano i latini da fare all’alba che non poteva essere sbrigato in tarda mattinata.
Il mondo del flag football è un ecosistema sportivo a se stante, vivace, indirizzato ai giovani, in cui tutti si conoscono anche a livello internazionale.
Vive d’estate, di belle giornate e di successi internazionali, di Campionati Europei e perfino Mondiali, dove l’Italia spesso femminile vince e non sfigura.
Siamo qui per raccontare in diretta alcune partite, ci occupiamo della regia e delle riprese.
Ci sentiamo come degli chef che entrano in una cucina che non è la loro, gli ingredienti ci sono ma noi facciamo fatica a trovare anche solo le posate.

Siamo dei visi senza storie mentre qui tutti hanno delle storie.
Due voci al commento, il Commissioner del Flag e una giocatrice della nazionale. Ascolto distrattamente perché trasmettere su Facebook in diretta è il male assoluto, in termini di prodotto e di resa tecnica, ci adattiamo e portiamo a casa il risultato, con un pragmatismo che farebbe felice Osvaldo Bagnoli.
All’improvviso al microfono vedo sempre lei, la giocatrice di flag ma ascolto la mia zia inglese, forse Margaret aveva un accento più lineare come se non fosse di Liverpool ma cresciuta nelle campagne di Windsor.
Lei la maestra di Gallarate, la ragazza e non la mia vecchia zia che poi si è vecchia ma per lei vale il concetto di “diversamente giovane”, insegna in un asilo dove si parla solo in inglese, quindi per inglesi deduco senza approfondire.
Commenta anche l’incontro di due squadre straniere con il responsabile della squadra austriaca e finalmente presto attenzione. Sarà perché mi raccontano qualcosa, sarà perché finalmente comunicano con me l’emozione di battersi in questo sport e per questo sport, sarà perché questa narrativa risuona nei cuori e nella testa di tutti quelli che si cimentano in una nicchia sportiva.

Foto © Irene Leite

C’è una enorme porchetta che gira sulla brace, la birra giusta e fredda, l’ambiente di una festa dentro ad una festa.
Indico verso il campo, c’è quel bimbo con la maglia di Tom Brady ed è lui la parte migliore di tutti noi, di quelli che giocano perché giocare è come respirare, fanno la piscia al volo sotto gli spalti e poi tornano correndo verso il centro del campo dove hanno lasciato le scarpe. Lui sogna di essere grande e noi sogniamo di tornare bambini e vorrei fermarmi li in mezzo al campo, sedermi in terra e farmi raccontare da lui com’è questo mondo che vede intorno a se.

La stanchezza, il ridere perché in fondo sono finite le lacrime e nel bozzolo di una coperta mentre io impreco contro questo clima torrido è quello che siamo, quello che vorremmo essere e quel pezzo di vita che percorriamo insieme.
Le interviste in spagnolo che per me è la lingua del futsal, come il portoghese è quella del calcio e invece questo ragazzo di Barcellona mi racconta del flag in Spagna che è un po’ come una pizza senza ananas negli Stati Uniti.
Atleti che crescono, prospetti che si formano ma sono per me volti senza nome, nomi senza storia.
C’è uno spettacolo da raccontare, vite da esplorare.
Tra poche ore saremo di nuovo al campo, letteralmente tra una manciata di giri d’orologio.
Il punteggio sul tabellone rappresenta l’intreccio di pezzi di vita, odora di lacrime e puzza di sudore e sangue. Quei numeri sono la somma di sconfitte e vittorie, sono il battito del cuore di un giocatore e poi di quello dei suoi compagni.
Uno sport che non è capace di raccontare le storie dei suoi protagonisti, non esiste, semplicemente.

Foto di copertina © Robby Marcellini

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