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Futsal & E-Sport

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Mentre la stagione dello sport, quello classico non digitale, riparte un po’ in tutte le sue discipline, quello degli esport invece si avvia alle sue fasi finali.

Tra gli spor minori, ad ogni nuova stagione parte la medesima litania: siamo destinati a sparire, i costi sono aumentati, gli atleti non si impegnano come una volta, il calcio rovina tutto.
Tra crisi finanziarie, crisi sociali e un tessuto di praticanti che sembra sempre sul punto di collassare, l’unica disciplina che sembra continuare a crescere è quella degli esport.

I detrattori degli esport hanno cercato di analizzare quella che considerano una bolla economica, sostenuta più dagli sponsor del settore che da un reale pubblico, spettatori che nell’ambiente degli sport digitali spesso vuol dire consumatori, potenziale acquirenti.

Sul televisore da 50 pollici di fronte a me scorre “The King’s Avatar“, produzione cinese di altissima qualità proprio sul mondo degli esport, nella serie tv ci sono squadre già affermate e nuovi team che cercano di emergere.
Non potevo far a meno di pensare ai costi che ogni anno sostengono i presidenti ad esempio nel futsal femminile.
Se siete curiosi e volete vedere The King’s Avatar, qui trovate le puntate in lingua originale sottotitolate in inglese

Affrontare la Serie A femminile in una posizione di vertice non è un affare certo economico, tra costi reali e costi dichiarati, assemblare una squadra per vincere il campionato comporta certamente oneri importanti, immaginate facilmente quanto per una squadra maschile questi costi vengano decuplicati e parliamo pur sempre di dilettanti che in teoria possono ricevere un massimale di circa ventisettemila euro come rimborso spese.
Tuttavia per amor di riflessione accettiamo che sia questa davvero la cifra impiegata.

Ci sono poi le trasferte, le case in cui far abitare i giocatori durante la stagione, l’affitto dei campi, palestra, fisioterapia e una miriade di costi imprevisti. L’atleta di futsal riceve oltre al rimborso probabilmente anche dei premi, se la squadra vince mi sembra anche giusto.

Sono un sacco di soldi. Qualche società femminile fa pagare l’ingresso al palazzetto, ma di certo non parliamo di abbonamenti stile Juventus Stadium esaurito, si cerca di assegnare un valore allo spettacolo offerto sul parquet, bravi.

Ecco la prima macroscopica differenza tra atleti di esport e atleti di uno sport convenzionale.

Negli esport, l’ottanta per cento dei guadagni di un professionista arriva dai premi. Avete letto bene. Fatta eccezione per gli atleti top, per i quali la percentuale dei ricavi annuale provenienti dagli sponsor è più rilevante, per la stragrande maggioranza dei professionisti, l’unica fonte di guadagno arriva dai premi nei tornei.

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Diventa per questo fondamentale vincere, vincere con una certa frequenza, altrimenti diventa difficile sostenere nel lungo periodo l’attività agonistica.

Gli atleti degli esport tendono a vivere tutti nella stessa casa, spesso adibita anche centro di allenamento. L’investimento iniziale per un “proprietario” è quello appunto di uno stabile, un certo numero di computer/console e periferiche da gamer, una donna delle pulizie e/o cuoca, una connessione a fibra ottica con una latenza minima e via, pronti a partire.
Diciamo che al costo di un giocatore di alto livello nel femminile, negli esport è possibile assemblare una macchina che fa soldi invece di una che ve ne succhia come una idrovora impazzita.

In Italia il mercato è praticamente assente, ci sono molti giocatori “agonisti” ma nessuna organizzazione stabile e molto spesso i nostri talenti vengono reclutati da team stranieri, principalmente europei.

I nuovi giocatori poi spuntano spontaneamente sulla scena competitiva, nei piccoli tornei satellite, nelle competizioni regionali, si può attingere da un pool praticamente infinito.

L’esposizione mediatica è poi garantita dai giganti del settore digitale, Amazon con Twitch, tutti i grandi marchi dell’hardware e poi le software house che producono il gioco.

Gli ascolti fanno impallidire il calcio e sono la vera seconda forza nell’intrattenimento sportivo.

Lorenzo Daretti -Aka Trastevere 73- nuovo pilota motoGP e-sport Yamaha con Valentino Rossi

Mentre sugli schermi italici andava in onda la prima giornata del campionato di calcio di Serie A, oltre quattromila persone si collegavano per assistere alla prima semifinale di Gran Turismo Sport per la categoria “macchine sportive”, le ruote coperte praticamente. Una semifinale di un torneo, sponsorizzato da Sony e FIA.
Fate un po’ voi ma a me sembra una faccenda dannatamente seria.
Cosa incolla tanta gente agli schermi a guardare sconosciuti guidare una macchina virtuale in una competizione virtuale?
Il sottile filo che lega il protagonista della gara a colui che lo guarda, l’idea che in fondo basta impegnarsi e perché no si può accedere alla competizione. Non importa l’età che hai, sulla griglia di partenza c’è un posto per tutti, dai 14 (età minima dichiarata per partecipare a tutte le competizioni ufficiali) fino a quando non vi stronca l’infarto o l’artrite.

World Tour 2019 – New York | Nations Cup

It's time to see who will be heading to the World Finals!Another thrilling #FIAGTC Nations Cup is coming up

Pubblicato da PlayStation su Domenica 25 agosto 2019

 

Un po’ come accade nel futsal maschile dove molti degli spettatori giocano alla sera nei campetti di periferia pensando che se solo avessero voluto (ma non hanno la tecnica necessaria ndr) avrebbero potuto anche loro calcare i parquet più nobili.
Quello del futsal però è un filo labile, spesso impercettibile, fatto di volti senza storia, di giocatori noti e di uomini sconosciuti. Di città che ignorano di vincere scudetti, di giocattoli personali più che squadre sportive, di piccole invidie e di campanili molto alti.
Non è che il mondo degli esport sia esente da questi problemi, tuttavia i manager degli esport hanno tutti la medesima agenda: rendere il loro ambiente una efficiente macchina da soldi.
Come?
Costruendo storie intorno ai loro protagonisti, gestendo i drammi e le storie scomode (lo scandalo adderall al mondiale di Counter-Strike ndr) animando la passione degli spettatori verso quegli atleti che dominano il circuito professionistico, stimolando la narrativa che “se vuoi puoi farlo anche tu”.
Avvicinando gli atleti ai fans, creando quel collegamento emotivo che è alla base del tifo, indipendentemente dallo sport.
Uno storytelling potente quello che fa leva e risuona nel profondo dell’animo di tutti quelli frustrati per una vita di normalità, quasi noiosa. Un sasso grande gettato in quello che lo scorso anno è stato il secondo mercato dell’intrattenimento dopo il calcio, davanti a NFL e NBA.

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Suggestioni prese a piene mani proprio dal calcio, la narrativa epica del calcio sudamericano, argentino in particolare, la nobiltà decaduta ma sempre latente del calcio inglese, le storie di redenzione e di riscatto di quello brasiliano.
Come mai il futsal, il calcio a 5, fratello più piccolo e con un pallone che rimbalza male, non è riuscito a trasformare queste stesse storie in un volano di emozioni per il suo campionato?
Non bastano due meme, una frasetta motivazionale a creare una strategia di comunicazione. Si può provare con quella della Pravda ma non ricordo particolari successi. Forse, così la butto li, si può provare a guardare altrove, a quelli più bravi, quelli che invece di star seduti sulla poltrona a fare debiti preferiscono stare in piedi in mezzo ad un mare di soldi.

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