Storie

Un buco a Centrocampo

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Fa un caldo che nemmeno nei peggiori bar di Caracas ammesso che non sia proprio qui Caracas e noi non siamo seduti nell’ennesimo bar malfamato.
“Sicura che vogliamo proprio andare? Non è meglio una frittura di pesce e una birra gelata?”
Non sono riuscito a fare filone nemmeno una volta, Federica non collabora.
Quindi siamo qui in questo spazio ancora sospeso tra il finale di stagione e il quasi finale di stagione, in mezzo a troppi rumori, perché questa non è certo musica e un chiasso da fine anno scolastico.
C’è RaiSport a trasmettere l’incontro nell’ormai noto slot “ora che non c’è niente di meglio in tv tanto state al mare e state andando a fare aperitivo” con il consueto commentatore tecnico e spero un giorno che a Beppe sia affidato quel ruolo e non solo da bordo campo nelle finali maschili.

Allenatori giustamente obbligati a giacca e cravatta. C’è una coppa senza le orecchie, che strizza l’occhio al vaso da fiori. Un vaso da fiori brutto e poi però a chi importa davvero se quando lo alzi sei campione d’Italia. Campione d’Italia, non un torneo a caso, non una roba di cartone e pixel inventata a caso per tirare su due soldi.

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Io odio i saluti e forse ci saranno e forse no. Se ci saranno però, li odio fin d’ora.
Ieri Alex Morgan ne rifilava personalmente 4 alle povere ragazze della Thailandia, le sue compagne di squadra arricchivano il bottino portando il conto dei gol in doppia cifra. Oggi sarà un giorno così in cui si può essere felici comunque vada e forse no. Un giorno per capire che per arrivare dove la ragazza americana con il numero tredici si trova oggi, c’è anche stato un momento per le lacrime, uno nel quale le hanno detto: “non sei abbastanza brava per giocare” e ora alla fine non lo pensa più nessuno.
Cerco qualcuno che come Alex pensa “forse non sono la miglior giocatrice al mondo, ma lo voglio di più della ragazza alla mia sinistra e di quella alla mia destra”. Non la trovo in campo e chiedo a Federica: “ma dov’è, tu la vedi?” e non sarà mai più bello di così, di questo istante quando tutto è possibile ma lo è anche il contrario di tutto.
Prima è tutto giallo, poi diventa tutto bianco ma i visi restano seri, un filo corrucciati come quando hai un compito in classe e anche se hai studiato ti preoccupi perché solo gli scemi non si preoccupano mai.

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Il rumore delle trombe “cinesi” perché l’hanno detto loro, fanno quasi il loro dovere e forse cantare “vinceremo il tricolore” con solo la squadra avversaria in campo non è una buona idea, soprattutto quando si stanno ancora scaldando. Alla fine però avete ragione voi che potete stare a torso nudo, inchino e applausi.
Non è che non faccia caldo c’è proprio quell’aria torrida di estate nel Negev e penso a Ginger che passa dal bianco al rosso peperone e uova così, senza passare da uno stadio intermedio.
C’è chi ha promesso di esserci anche se mangiare gli arrosticini a pranzo è una follia, la pecora si ripropone ed è quasi letale.
C’è Marco, la sua reflex nata per girare i film quelli veri e la sua follia. Ci ha seguito in questo sogno di raccontare il futsal femminile direttamente dalla linea laterale, tra pallonate, parole di troppo, calci da poco e giocate da campioni.
La tua prima finale avrebbe meritato un finale più emozionante ma oggi una squadra s’è cucita lo scudetto sul petto, l’altra ha preso in mano le valige che forse erano già pronte da un po’ e qualcuno da casa s’è cucinato comunque un pezzo di fegato e spero gli sia andato anche per traverso.

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C’è chi vuol vincere, chi preferisce avere ragione e chi s’è fermato in quel guado che alla fine puoi riempire solo di lacrime. C’è che forse avevi pareggiato ma la sirena suona e poi alla fine sembra giusto così. Per ottenere qualcosa devi lottare, più di tutti gli altri, come Alex Morgan quando aveva tredici anni.
Ci sono quelli che aspettano seduti in una loggia e quelli che invece inveiscono dal loggione.
C’è chi cerca aiuto con lo sguardo, chi lo cerca con un grido disperato e chi si tiene la testa tra le mani mentre le avversarie festeggiano meritatamente a casa tua.
C’è chi non voleva abbastanza questo titolo, chi s’è levato un peso e chi s’è cucito il suo quarto scudetto anche se il primo è un po’ come quello della Pro Vercelli.

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Vincere è generalmente quella capacità di mutare l’inevitabile, di adattarsi ad una situazione sfavorevole e capovolgerne l’esito. Chiedete al Milan come si può andare negli spogliatoi sicuri di aver battuto il Liverpool e poi osservare Steven Gerrard alzare la Coppa dei Campioni.
Vincere per me, è voltarsi verso la panchina e trovare una parola, un gesto capace di farmi andare oltre quel muro contro il quale sto massacrando la mia prestazione sportiva. Se dovessi fare tutto da solo allora, ha ragione Pozzecco.
Vincere è lavorare sulle proprie abilità, qualsiasi esse siano. Vincere è correre storta, calciare peggio ma fare un gol in finale, dare sicurezza alla squadra anche per soli tre minuti a partita. Vincere è essere italiana, di una epoca diversa da questa eppure giocare sei finali negli ultimi otto anni.
Arriva poi la birra gelata, i coriandoli, i tifosi in festa, la notte che s’allunga tra le parole e una canzone che s’avvolge su se stessa e vorrei convincermi che la prossima stagione sarà migliore di questa.
C’è chi porta via uno scudetto che non sarà come quello dei maschi, non sarà su skysport ma alla fine è un titolo e c’è chi passa una vita ad inseguirlo e poi invece magari lo vince Nanà.

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Non ho voglia di andare a casa, per una volta che non è così lontana. Guardo ancora giù verso il parquet con i coriandoli, le luci s’abbassano come se ci fosse un tramonto e mi fermo qui ancora un po’ sul limitare di questa birra gelata, penso ai momenti belli, passati troppo in fretta, alle persone incontrate, a quelle dimenticate e quelle che non vorrei scordare e perdere. Bevo la mia birra e guardo ancora verso il basso. È quasi finita la nafta e poche luci illuminano i visi stanchi di Federica e Silvia ma noi siamo ancora qui, quelli del “sitarello x”.
Sedetevi qui con me, prendete questa birra, alla fine abbiamo noi e non è nemmeno facile trovarci, andare avanti e raccontare che dopo tutto qualsiasi cosa accada, ho diviso la mia birra con voi.
Guardate con me questa stagione che finisce nonostante le case sportive e quelle vere che sono sempre troppo piccole o troppo affollate. Le fritture per procura e le procure fritte, i messaggi vocali, i giornali quelli veri e quelli finti, quelli che non sapete con chi avete a che fare e quelli che invece lo sappiamo benissimo e “bau bau”. La Spagna dove non piove mai ma per cinque giorni becchiamo anche l’arca di Noè parcheggiata fuori dall’albergo, i viaggi e tutti questi chilometri e Louis che ci sta sempre bene anche sulla locandina. John Frog, Frog di Torino e tutti quelli che per fortuna che ci sono.
Abbracci ed è davvero finita.

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Ginger sbaglia ristorante ma non sbaglia mai il marcatore, finisce di torturare il blocco note di Windows e ci segue con la sua panda a metano alla quale hanno vietato la circolazione in quanto omologata ormai come calesse.
C’è Donat-Cattin, l’IRA che in realtà è il Provisional IRA, il braccio armato degli irredentisti irlandesi ma ci vuole uno slancio di sobrietà di cui la notte è priva, per spiegarne agli astanti la differenza. Derry e il Bogside, le pallosissime canzoni dei Cranberries tipo Zombie e poi ti sei già sposata ma ogni volta che racconti la storia a me fa ridere come la prima volta. Ci sono poi quelli che pensano che al calcio si giochi con i piedi e sono gli stessi convinti che si usino le mani per giocare a scacchi.
C’è Ginger, il tassista ottantenne e racconta ancora qualcosa dai.
Bloody Sunday.
Scorrono i titoli di coda su questa stagione e al netto delle minacce, delle mancate squalifiche, delle diffide e delle bugie c’è un po’ di nostalgia.

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Quella per le storie, quelle che ti fanno tornare sugli spalti a guardare una partita. Ci sono ma sembra non si possano raccontare, che val la pena nasconderle sotto uno zerbino di ovvietà tipo “giochiamo una partita alla volta, questo avversario merita rispetto” e non diciamo che l’ultima volta l’hai battuto 22 a 0 su un parquet di gomma in un vecchio “pallone” logoro e strappato.
C’è una foto che rimbalza sui social, ci sono due allenatori e un profeta del calcio.
Eccomi seduto sui gradoni con mia sorella, all’Adriatico io e poi al Curi lei. “Ma che bell’uomo” e le storie di vita, di Prevert e dell’unico profeta dell’Adriatico. Le nazionali senza filtro, il cappotto di cammello, seguire Maradona a uomo mi crea un buco a centrocampo e in porta io ho un optional.
Potrei andare avanti per ore, perché non ricordiamo i risultati ma le storie e le emozioni che quei risultati ci hanno trasmesso e con chi le abbiamo condivise.
Mentre voi guardate il tabellone io continuo a cercare una storia così, senza quell’attaccamento romantico questo sport è uno sport qualunque.

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Foto dal web

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