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We brought your shirt back

shirt back

Crisler Arena. Ann Arbor, Stati Uniti. C’è un uomo di quarantasei anni seduto nella prima fila, non potete non notarlo, è alto due metri e zero sei centimetri. È qui perché oggi presentano il nuovo capo allenatore della squadra di basket dei Michigan Wolverine.
L’uomo sul podio si avvicina al microfono prende la sua cartellina, la apre è annuncia che Juwan Howard è stato nominato responsabile del programma di basket. Quell’uomo di oltre due metri si alza, si sistema il vestito e bacia la donna al suo fianco e poi percorre i pochi metri che lo separano dal podio.
L’uomo paffuto gli lascia il microfono e sfila come per magia da quella cartellina una casacca gialla, da giocatore. Ha il numero ventitrè, il cognome è Howard e la consegna a quest’uomo altissimo.
Accompagna il gesto con una frase: “we brought your shirt back”, potrei provare a tradurla con un “ti abbiamo riportato la tua maglia” ma quella frase rappresenta qualcosa di più grande della somma di quelle parole.

shirt back

Questo uomo di quarantasei anni ora piange, come fanno i bambini felici e commossi, come fanno gli adulti quando si liberano di un peso, come fanno gli uomini che si vedono restituita la dignità e la verità su un pezzo di vita. Piange questo campione della NBA, capace di vincere due titoli con i Miami Heat, di essere nominato per un All Star Game ma soprattutto capace di raggiungere due finali del campionato di college consecutive.
Quello a cui tantissimi assistono in diretta su ESPN è un gesto che prova a sanare una ferita che ha dilaniato la storia di questo college e di questa squadra per venticinque anni.
L’immagine si sfoca, già un cameraman professionista per un attimo dimentica di essere li per lavoro e partecipa alla commozione generale.


Questa però non è solo la storia di Juwan Howard, è la storia dei Fab Five, meravigliosamente raccontata dall’omonimo documentario 30 for 30 di ESPN, quello più visto di sempre. È la storia sportiva e umana di Chris Webber, Jalen Rose, Ray Jackson e Jimmy King. Di come cinque ragazzi di colore dei bassifondi di Chicago abbiamo per sempre cambiato il basket. Se mettete i pantaloncini larghi, le calze e le scarpe di colori assurdi, se questa ormai è la normalità, lo dovete a loro.
I primi giovani atleti a rendersi conto che la carriera sportiva offre loro anche una piattaforma sociale dalla quale parlare non sono di basket. È stata una storia di una fratellanza sportiva e umana, dilaniata da uno scandalo sportivo, da un legame d’amicizia così forte che quando si rompe travolge tutto. Questa è anche una storia di titoli sportivi e maglie da gioco nascoste in cantina, di un cinque giocatori che per dieci anni sono stati banditi dal campus dell’Università del Michigan.

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Cosa c’entra questa storia con il futsal femminile? Forse nulla oppure è proprio qui che va raccontata.
Si gioca in cinque, in un palazzetto, con un pallone e il tempo effettivo.
Vorrei raccontare di cinque giocatrici che hanno cambiato il futsal, che hanno deciso di giocare insieme non per i soldi, che poi non hanno visto oppure se li hanno presi poi alla fine non hanno vinto niente. Vorrei raccontare di cinque sorelle e non di cinque persone che si sopportano appena. Vero anche che poi i Fab Five non hanno vinto niente e invece le squadre che si odiano o odiano l’allenatore alla fine vincono sempre qualcosa. Però i Fab Five hanno cambiato lo sport, anche per noi, hanno pagato per i nostri stessi peccati e sono come noi, forse non come tutti noi che siamo alti un metro e un barattolo ma insomma avete capito di cosa parlo.
Vorrei trovare cinque nomi, per poter dire ecco queste sono le vostre Fab Five, non le galacticos o chissà quale altro orrendo appellativo. Queste sono le ragazze che hanno reso lo sport che praticate, lo sport che amate.

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