Storie

Sono già triste

triste

È arrivato quel periodo dell’anno, fine stagione.
Playoff e troppi chilometri e quelle partite che dovrebbero andare in un modo e poi invece finiscono in direzione opposta, in quelle piene di frasi scontate e di giocate molto meno scontate.
C’è chi programma il prossimo anno e io invece mi preoccupo già di quello che potrebbe anche non succedere mai.
Non sono bravo con gli addii, nemmeno con quelli delle cose che funzionano ancora e io vorrei che fossero ancora utilizzabili anche se vetuste e polverose. Ho giocato allo stesso videogame per oltre dodici anni e ci gioco ancora.
Sugli spalti di un palazzetto mentre curavo la trasmissione in streaming di una partita, ho realizzato che forse l’anno prossimo non ci sarà lei. Probabile poi che invece ci sarà ma io preferisco prepararmi prima, una sorta di cinismo ninchilista che mi prepara all’inevitabile delusione. Delusione che non potrebbe realizzarsi ma nel dubbio è sempre meglio pensare al peggio.

“Lei non è forte, rende forti le squadre in cui gioca”

Devo davvero aggiungere altro?
Probabilmente no ma se proprio devo, perché ho scritto giusto cento parole, rimpiango di non aver tenuto il reggiseno che volevo lanciare alla mai avvenuta presentazione di Fernando Torres alla Juventus anche se poi mi sa che per colpa tua il reggiseno è di almeno due taglie più grandi.

triste

“Pensa tutte le partite che mi sono perso per non averla vista giocare prima”
“Prima non sapevi nemmeno che esistesse…”
“Ecco peggio pensa all’ignoranza quanto è dannosa, stanno meglio quelli che non sanno di non sapere…”

“Almeno l’hai vista giocare per un anno intero dal vivo”
“Pensa a tutto quello che ho perso quando era giovane e forte davvero…”

Questo scambio, con forme diverse è andato in scena almeno una decina di volte negli ultimi mesi e si, non mi hanno convinto del contrario e non credo di riusciranno.
Un po’ come quando scopri a 25 anni quanto sono buone le fragole con la panna e cerchi di recuperare gli anni perduti mangiando tutte quelle che pensi di aver perso, in un solo anno.
Già un anno, dura poco un anno.
Pensi di avere tanto tempo e invece vola via così, tra impegni già presi, brutte giornate di pioggia e gradi di separazione.
Come quelli che misurano la distanza tra gli spalti e il campo, hanno una distanza diversa da quella che posso misurare con un metro e quando ho iniziato a scrivere di sport, di questo sport, l’ho fatto con in testa le parole di quelli ho sempre ammirato, quelli capaci di raccontarvi quello che non tutti riescono a vedere o a notare.
Anche il più semplice dei tifosi distingue un bel dribbling, una chiusura difensiva, un portiere di movimento ben fatto da quei movimenti che fanno finire il punteggio della partita in doppia cifra.
Io cerco di prestare attenzione ai piccoli gesti, a tutto quello che avviene nella periferia dell’azione, in panchina, quando la palla non è in gioco, dopo un gol subito, in una pausa.
La differenza tra un giocatore normale e un campione è nella quantità e qualità dei neuroni collegati direttamente con il cuore.

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Viaggiando verso sud e anche se mancano cinquanta chilometri sostituisco Federica alla guida e ogni tanto lei mi chiede: “va tutto bene? Si, – rispondo – pensavo a una cosa che voglio scrivere”.
Pensavo a quell’allenatore per il quale mi farei spezzare una gamba pur di non deluderlo, perché di brave persone c’è bisogno e non solo nello sport e perché mi dispiace che sia sua la colpa se io gioco di merda e perdiamo.
Le occasioni che perdiamo e quelle che non prendiamo per paura e poi ci resta il rimpianto.
Le partite che dovrebbero essere e invece non sono, quando non funziona niente eppure funzionava tutto fino a ieri.
C’erano circa quattrocento spettatori online a guardare quello che è stato poi un manifesto di quanto sia meraviglioso questo sport al femminile, quanta classe, corsa, tecnica e tattica ci sia in un quarto di finale scudetto.

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Quello che non avete visto guardando la partita sono quel posto vuoto nelle fotografie di famiglie, i sogni e i dubbi sul futuro, quei “io so perdere” e solo perché non hai mai “perso” davvero. Una vita in un borsone, sempre in viaggio e mai in vacanza davvero, perché non si va mai in vacanza dai propri sogni.
Non vedete i divani consunti, le sedie spaiate, le case che non sono “casa”, però poi ci sono dentro le persone che amiamo e allora va bene così. Dalla tv non si vedono gli accordi disattesi, non si distinguono le lacrime finte da quelle vere, i soldi che non bastano mai ma allora forse dovresti imparare a spenderli. Si vedono le maglie baciate che forse è meglio non farlo. Non vedete le bugie, quelle ripetute sperando diventino una verità, le case senza riscaldamento e la scuola da cambiare per finire l’anno.
Casello autostradale, le quattro del mattino. La macchina di Silvia al solito posto come il mio gatto bianco che non è grasso è il bianco che ingrassa. È felice di vedermi anche se ormai l’alba fa capolino da sotto le nuvole e ho quasi beccato un camioncino della nettezza urbana che si ferma senza segnalare.
“Mi vuoi bene?” e lui anche se non capisce fa fortissimo le fusa e si per te che sei dietro un balcone del Gamestop la risposta è ancora: “si, lo fa di proposito”.
Sono così stanco che non ho sonno, allora vado alla finestra e da qui si vede la pineta e poi il mare.

triste

Piove forte oggi, forte come in una giornata di Novembre, come sugli spalti di uno stadio affacciato sul mare, con la salsedine sulla faccia e nel cuore. A gridare forte e contro vento, intorno quelli che come me ci credono che non è già tutto deciso.
Grazie per i ricordi, perché se non ci dovessimo incontrare mai più saranno loro a tenerci legati.

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