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Piove, guarda come piove, guarda come viene giù

Piove

Ultimo giorno, ultimi giri d’orologio.

Vorrei fare subito il check-in, solo per avere l’impressione di tornare già a casa, non è proprio vero almeno per ora.
Un muro d’acqua cade dal cielo, con il fragore dei lampi.
Questa è la Costa del Sol, davvero.
Dodici giorni di pioggia all’anno, noi ne abbiamo presi quattro sulla testa e nelle ossa. Ora capisco il senso dei cartelli “rischio di alluvione” tutt’intorno la città, si è  già allagato tutto.
Abbiamo il raccattapalle, che in realtà è Federica, oggi anche di questo ci siamo occupati. Piove NEL palazzetto e quindi ci sono dei ragazzini come nel tennis che scattano in avanti per asciugare il parquet blu. Per la seconda partita ci sposteremo in un impianto a pochi metri da qui, credo per dare il tempo all’organizzazione di tappare i buchi nel tetto.
“You and me”, tariffa scontatissima con il tuo numero del cuore, 15 anni dopo e anche le video-chiamate.

Scriviamo anche in spagnolo e per l’organizzazione del torneo, noi che non sappiamo fare il nostro lavoro, non sappiamo di comunicazione e non sappiamo semplicemente. Votiamo per il miglior giocatore, rivelazione del torneo e sarà il presidente federale a leggere le nostre parole. Non c’è nemmeno la diretta questa mattina, il centro commerciale dove ci rifugiamo per mangiare non ha posti a sedere e c’è tutta San Javier qui dentro o almeno sembra così.

Il Benfica si scalda per la finale che assegna la medaglia di bronzo e il cucchiaio di legno. C’è stato tempo per asciugarsi le lacrime e poi la pioggia le nasconde bene. Non c’è più pressione e forse la testa è già al campionato lusitano, il giorno di Pasqua si assegna un pezzo di titolo portoghese femminile.

Alla fine del primo tempo Fifò lascia andare la gamba, rompe la base del palo e pallone s’arresta in rete. Lenin e Pietro il Grande vanno al riposo sotto di un gol anche se non ho idea se c’era un gol di differenza almeno adesso. Ines la prende benissimo e ora vorrei capire anche il portoghese perché qualcosa sulla panchina lusitana è accaduto e non credo sia uno scambio di auguri anticipati. Vola la pettorina e il gesto all’indirizzo dell’allenatore, quello è internazionale.

L’odore di prosciutto tagliato fresco, che attraversa i corridoi e arriva in sala stampa, piove ancora forte fuori e le russe non mollano ancora, sarà l’aria del Baltico che t’indurisce e quindi sei dura a morire, sportivamente.

Arriva terzo il Benfica e si svuotano gli spalti e poi si riempiono di nuovo, stavolta in ogni ordine di posti e non è un modo di dire c’è perfino gente sulla balaustra.Il rumore cambia tutto, il fracasso ha un ritmo, più forte quando la squadra di casa attacca e poi all’improvviso il silenzio quando le avversarie sfiorano il gol. Fa un rumore strano lo sport ma puoi ascoltarlo solo dal vivo, in tv manca il frastuono.

“Papà devi vedere giocare Vanin. Lei è come, no a pà…lei è un sacco di giocatori insieme e alla fine però è semplicemente lei. Si, Generale è una donna, ma forte così non hai mai visto nemmeno un uomo.” All’intervallo la Kick Off va sotto di un gol, 2 a 1. Quanto sarebbe più facile da spiegare questo sport se potessi dire che oggi giocava il Milan contro l’Albacete?

Un pensiero a caso prima di entrare nel girone infernale di ogni stadio o palazzetto durante un intervallo: il cesso. I bagni pubblici si riempiono come gli spalti, solo sono molto più piccoli, in questo caso peculiare più puliti.

Prendono a pallonate la porta le bianconere ma non succede niente, anzi il Roldan allunga, deve essere un periodo sfortunato questo se indossi la maglia di quel colore.
Niente lieto fine, solo il fastidioso rosicchiare dei castori.
Non è questo però che voglio associare a questa trasferta, la prima tutti e tre insieme.
Il fischiare del vento, il freddo della prima notte che non immaginavo certe temperature in questo periodo dell’anno.
Gli occhi di Antonella, che non sai mai se ti prende sul serio oppure pensa ad altro. Il sorriso di Carol e la bicicletta tentata sotto di un gol in una finale, com’è che ho sentito dire: “falla quando stai perdendo in una finale”, ecco l’ha fatto. Debora, in piedi nello spogliatoio con l’espressione che hanno i bambini quando gli fai fare quello che gli piace ma prima non potevano. Il modo in cui Sofia si siede su una poltrona, come se fosse un trono ma nell’istante successivo quel trono non c’è più, si commuove quando vede la mamma e non s’aspettava una sorpresa così. Quel parlare serio, come se le parole pesassero centinaia di chili o come se le dovesse trovare con attenzione. Filomena, l’inquilina abusiva e i suoi video, l’accento quasi saraceno e la sua incredulità quando scopre che no, non abbiamo computer da migliaia di euro, ma dovremmo.
Angelica che copre il ruolo più scomodo del mondo, perché gli errori quando ci sono li vedono tutti e sono spesso letali, pensa l’hai scelto tu di giocare li.


Nel mezzo del campo c’è chi festeggia , chi si ferma per le foto che poi non finiscono mai.
Domani partenza alle 4 del mattino, non so nemmeno se vale la pena andare a dormire.
Non vale la pena infatti. Restiamo in giro ancora un po’, una chiacchiera e un sorriso e scopri i cuori dentro ai giocatori, scopri i sogni, le paure e puoi guardare da vicino gli occhi.
Debora è davvero divertente, ma proprio spassosa, balla come una Spice Girl, ha la battuta pronta e il cervello sveglio e veloce.
Adrieli ha il più brutto tatuaggio della luna che abbia mai visto, ha promesso che lo farà correggere, confido in un cover up da un tatuatore più bravo delle ultime due volte.

Rivincita a biliardo Benfica – Kick Off, lusitane schierano una coppia migliore ma Carol dimostra di essere a suo agio intorno al tappeto verde e si arriva all’ultima palla decisiva. Passa il Benfica e l’urlo alla palla che s’imbuca è uguale a quello di un gol in Champions League.

C’è chi balla e chi mette camice improponibili, c’è chi beve e finisce in lacrime sul divano, un po’ come una festa delle medie in cui però quasi tutti sono “forti a pallone”.

Non importa se sei arrivata prima o ultima questa sera, qui e adesso nel mezzo di questa notte troppo breve, sono vestite quasi da donne, profumate e posso stupirmi visto che a parte rare eccezioni nel dopo partita “profumo” non è la parola che associo ai dopo partita. Festeggiano i primi passi internazionali di un movimento femminile, tollerato nei casi più fortunati, ricettacolo di abrasi cerebrali in quelli decisamente meno fortunati.

A noi talvolta confidano i loro sogni e ci sentiamo responsabili, a voi hanno affidato il loro sogno più grande e si ritrovano trattate così male proprio da quelli che dovrebbero credere in loro, non vi fate schifo nemmeno un po’? Però fate schifo a noi e noi, non siamo soli.
Saverio da Rotterdam mattatore della festa ma dobbiamo portare Filomena a dormire.

“Aiuto”, un rantolo dal bagno e siamo trasportati in una festa universitaria nella quale fortunatamente non ci siamo mai incontrati prima. Ti vestiamo e poi ti accompagniamo non si sa bene dove e perché.
“Scusa posso fare la doccia” e poi ecco quella distesa sul pavimento, una bambola rotta che fa un tonfo sordo quando cade.

I lampi per strada, il benzinaio allagato, i canestri e la voce del navigatore.
Odio più i ritorni delle partenze, perché a parte al Monopoli, tornare al punto di partenza non offre nessun vantaggio.
Il treno ci riporta però mio malgrado verso casa, ovunque essa sia davvero, non ho nemmeno la forza di accendere il computer, c’è un tizio che gioca con la Switch e l’avevo detto a Federica che quello è il perfetto compagno di viaggio.

Sfiniti ma senza fine, un viaggio dentro a delle emozioni, dentro a quello che siamo e quello che non dovremmo essere. L’orologio indica che oggi è il giorno di Pasqua, ci sono due uova di pasqua della Kinder, migliaia di cavi che ricaricano “cose” in fretta però non c’è niente capace di ricaricare me così in fretta.
Avrei voluto riportare a casa il pallone della finale, una maglia indossata mentre vincevano EWT, non coppa ma torneo. Preferisco la Coppa è il titolo dell’autobiografia di Carlo Ancelotti e noi ci siamo andati più vicini di tutti a toccarla. Dovrebbero farlo sempre uguale questo trofeo così da essere riconoscibile, sempre. Anche da quelli che pensano di mangiarsi la coppa e finiscono a mangiare solo quella che possono affettare.
Rimarrà uno spazio vuoto da riempire sul muro con tante maglie da gioco, quello che speravamo di riempire oggi ma sarà per la prossima volta, per la prossima squadra.
Quelle maglie lì sul muro sono come le tappe di un viaggio. Hanno vinto due scudetti, due coppe italia e una supercoppa, una ha vinto un triplete, una il titolo di football americano femminile, una ha giocato anche un europeo di calcio a 11, una ha esordito in nazionale. Manca l’EWT, si European Women’s Tournament.
Tre edizioni, due finali con squadre italiane, siamo li ad un passo dall’essere le più forti, davvero un passo.

Campionato, playoff, finali, estate, futsalmercato, estate, tornei estivi, estate, futsalmercato.
Basta parlare o scrivere di spazio rosa come se le donne di questo sport debbano essere tenute in un recinto come una specie da proteggere mentre invece si cantano le gesta della serie c maschile.
Come la pallavolo e il basket, il calcio a 5 femminile è meno lontano dal suo corrispettivo al maschile di quanto lo sia il calcio, così per dirne una.
Nuovi progetti e nuove idee, quelle vecchie che hanno funzionato e quelle che dovevano funzionare ma non l’hanno fatto.
La valigia sempre pronta, perché odio partire ma se voglio arrivare da qualche parte non posso farne a meno.

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