Futsal

Ma oggi c’è lo streaming?

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Qualche giorno fa, discorrendo di streaming mi è stata posta la domanda: “ma tu che piattaforma sceglieresti?” e mi sono ritrovato a rispondere: “mi dispiace amico ma l’ultima volta che ho aiutato qualcuno con lo streaming me lo sono ritrovato autoproclamato Imperatore dello Streaming Sportivo”.
La risposta a quella domanda però continuava a tornarmi alla mente, non tanto per la risposta secca che avrei dato, quanto per quello che è lo “stato” dello streaming nei due sport che ho seguito e seguo ancora.
Correva l’anno 2015 e dopo aver fatto qualche prova collegando una reflex canon al mio portatile su un campo di periferia durante una partita di terza categoria, trasmettevo le finali di Football Americano al Vigorelli di Milano.
Quattro anni sono tecnologicamente una distanza di tempo abissale, in termini di innovazione e di costi per l’hardware. Cambiano le piattaforme, quella che allora non ci permise di trasmettere lo sport ora ha un canale apposito, le grandi aziende del settore hanno creato una linea di prodotti più adatta al mercato sempre in fermento dei webcaster e così via.
Partiamo però dal principio. Sarà un viaggio non breve ma credo interessante.
Sapete chi è Mark Cuban?

È il proprietario dei Dallas Mavericks, la squadra di NBA.
Sapete come ha comprato la squadra per 285 milioni di dollari, il 4 Gennaio del 2000?
Vendendo Audionet poi diventata Broadcast.com nel 1999 a Yahoo per 5.7 miliardi di dollari.
Finanziata e fondata nel 1993 da Cuban e due suoi ex compagni di scuola alla Indiana University.
Sapete cosa trasmetteva Audionet?
Le partite di basket universitario degli Indiana Hoosiers, le radiocronache. Con un modem ISDM e un solo server, l’equivalente odierno di raccontare una partita facendo dei disegni come può realizzarli un bambino di cinque anni.

Se state leggendo e pensate: “queste cose succedono solo negli Stati Uniti” allora ho una storia italiana da raccontarvi.
Il calendario indica: dieci novembre del 2008, già, undici anni fa.
Nasceva Supertennis, webtv prima e poi canale televisivo. Undici anni fa il full hd o il 4k non erano nemmeno dei formati sperimentali e allora il canale televisivo fortemente voluto da FIT trametteva a 576i, un po’ più del televisore con il tubo catodico. Mi rendo conto che i millennials non hanno idea di cosa sia un tubo catodico, ma questa è certamente un’altra storia.
La Federazione Italiana Tennis (FIT) decideva di scommettere su un suo prodotto, produrre e riprodurre incontri di tennis supportando l’evento “partita” con una serie di programmi d’approfondimento estremamente mirati. Al momento ne condiamo 22 che spaziano dagli incontri regionali al padel fino agli incontri per lo slam.
Nel primo anno di trasmissione per 24 ore, il 2011, il canale ha registrato una media spettatori annua di 0,03 per cento. Sei anni dopo era allo 0,14. Uno sforzo federale che nel 2012 ha portato la TV ad aprire il suo canale in HD, poi divenuto unico canale e nel quale è impegnata la società editrice Sportcast, partecipata al 100 per 100 dalla FIT.

La crescita di ascolti è stata esponenziale, tanto da permettere al canale di trasmettere in esclusiva molti eventi che prima erano appannaggio di network globali, come le Next Generation ATP Finals, gli incontri di Davis sia maschile che femminile, i principali incontri del torneo WTA. Si le “femmine” così per ricordarlo ad alcuni commentatori nostrani che non considerano lo sport al femminile un vero sport.
Uno sforzo in termini di mezzi che va un po’ oltre lo streaming casereccio fatto con lo smartphone o il tablet, del “basta che si vede” se poi in realtà non si distinguono i giocatori e si sente il presidente di turno urlare e inveire contro l’arbitro.
Pensate mentre curavamo la webtv “federale” del football americano c’è anche successo che impazzisse un commentatore e si allontanasse dalla postazione urlando l’impossibile al direttore di gara.
Proprio quell’avventura sportiva e imprenditoriale ha dimostrato che con una buona organizzazione e una direzione di lega lungimirante si possa fare un prodotto all’altezza di player come PMG, presenti a trasmettere la finale di prima divisione di football americano a Parma. Proprio in quell’occasione con il responsabile di FidafTV commentavamo: “possiamo farlo anche noi”.
Perché eravamo sicuri di poterlo fare?
Perché studiamo, ci aggiorniamo e abbiamo un progetto.
Perché abbiamo raggiunto 1,5 milioni di spettatori per un campionato che va da Marzo a Luglio e che non riempie a parte rari casi mai le tribune, perché abbiamo un canale classic per trasmettere le partite “dei vecchi” e perché se avessimo anche una redazione sportiva di appassionati preparati saremmo come SuperTennis.

Ecco, “redazione sportiva di appassionati preparati”, il futsal italiano ha dei giornalisti sportivi molto preparati, un prodotto sul campo che al netto della massima retribuzione possibile per un atleta tra i dilettati, mette in campo mediamente 150 mila euro l’anno.
Però non so nemmeno che faccia hanno i giocatori, molte delle partite sono trasmesse in qualità “minecraft” per tutta una serie di problemi strutturali e gestionali. Provate a trasmettere dal palazzetto di Chieti sfruttando solo una connessione mobile, cercare un buon segnale equivale ad affidarsi ad un rabdomante.

Inutile incaricare i grandi player del mercato dell’intrattenimento televisivo per i grandi eventi, se al centro dello spettacolo sportivo non ci sono gli atleti. Se non conosciamo che faccia hanno, a parte Ricardo Filipe da Silva Braga e non permettiamo quindi ai giovani praticanti di identificarsi e trovare degli idoli, se la conoscenza resta chiusa all’interno della cerchia degli addetti ai lavori.
Se restiamo prigionieri dell’algoritmo social, se non studiamo progetti di successo, quelli che gli esperti indicano come “case study” se non abbiamo il coraggio di innovare, ma siamo più impegnati a coprire gli impicci e chiudere recinti, lo spettacolo del futsal non sarà mai tale.
Non perché non lo sia effettivamente ma semplicemente perché: “se nessuno lo sa, non esiste”, un po’ come: “che rumore fa l’albero che cade in una foresta se non c’è nessuno ad ascoltarlo?”
Badate bene, non c’è bisogno di spendere cifre esorbitanti, c’è bisogno di spenderle bene. Proprio il prodotto FIDAFTV dimostra che una comunicazione efficace a costi di produzione contenuti è possibile.
Che ne so io di queste cose?
Che ne sappiamo noi di AGS?
Forse nulla.
Siamo però quelli che hanno preso “futsal time” il piccolo sitarello x di Silvia, poi un blog dove si scriveva di Federica e delle sue partite di football americano femminile e abbiamo creato un punto d’informazione da diecimila visite settimanali. Siamo gli stessi che sono sopravvissuti alla nuclearizzazione della pagina Facebook e l’hanno trasformata in un punto d’incontro per centomila persone al mese.
Siamo quelli che forse non ne capiscono nulla, ma invece forse si.

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