Storie

Final Eight, 3 giorni dopo – Un racconto per Lia

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Coppa Italia, tre giorni dopo.
La prima edizione senza foto a terra con Lia è stata diversa, ma più bella delle altre. Scrivo soprattutto per lei, perché non averla accanto in questa avventura è stata l’unica nota stonata. Ci rifaremo, Gudù.

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GIORNO 1
Città Sant’Angelo, le nostre trasferte iniziano tutte da qui. La tappa intermedia è Granarolo, con le sue mucche finte al centro delle rotatorie: è il paese di Livia e Toby che ci ospitano e anche di Gino Fabbri, che con i suoi dolci fa venire voglia anche a me, che sono una da pane e mortadella accanto al caffè. Col suo cornetto ancora sbriciolato in faccia arriviamo a Cavezzo. Dove? Cavezzo. Ecco i capelli rossi di Puma, poi quelli di Calabresi. Per una volta non mi sento in minoranza. Accendo il pc e attendo il fischio d’inizio di quella che sarà la Final Eight più strana della mia vita. Il rischio è che venga fuori una trilogia della Coppa Italia con tomi di lunghezza variabile, mi costringo a scegliere solo qualche ricordo. E per chi mi conosce, sa quanto dolorosa sia questa operazione. Scegliere, dico.

QUARTI – Mi aspetta una lunga giornata, ma non immagino ancora quanto visto che tre delle quattro gare in programma finiranno ai rigori.
Boutimah e Pinto Dias stanno per preparare la prima sorpresa della competizione, a dispetto dell’abbottonato motto: “l’importante è esserci”. Nessuno è lì solo per esserci, tanto meno le beriche. Ma niente è ancora finito, finche Taty non dice che lo sia: doppietta in rimonta e rigori che decide ancora lei. Lo stesso fa Xhaxho – poco dopo – per la Lazio, eliminando uno Statte che Margarito tiene in piedi fino all’ultimo secondo con un dito rotto cui lei non dà importanza: il primo rigore lo calciano sulla mano infortunata e lei ce la mette d’istinto. Al dolore penserà dopo la Coppa, sperando che “dopo” sia il più tardi possibile, anche se il destino presenta il conto appena 40’ più tardi. Kick Off – Florentia e i cuori iniziano a vacillare davvero: Vanin si guadagna mezzo titolo di MVP, Renatinha sbaglia di un soffio il gol del ko sul 5-5.

E’ ancora tempo di rigori con Vieira che non ha pietà. Sono tutte pazze, mi dico. Pazze e bellissime. Montesilvano-Ternana sarà il colpo di grazia, ne siamo tutti certi. Ma dopo 1’21” – e sul 2-0 per le biancazzurre – lo spettacolo si sposta sugli spalti e non è quello che vorrei: l’uomo col megafono se la prende con tutti tranne che con se stesso, accanto allo striscione “Tifa senza violenza, puoi farne senza” esposto da bambini che potrebbero insegnarli tanto. Sento dire “pagliacciata” dal pulpito sbagliato. Sento dire un indecoroso “ritira la squadra” e benedico che non ci siano le telecamere di Sky. In questo momento non dovrebbe esserci neanche PMG, nessuno dovrebbe vedere. Istigazione all’odio, riconosco modi salviniani che mi sono distanti come la palestra a cui mi sono iscritta senza mai frequentarla. Poi, sul 7-2, l’uomo col megafono torna a casa e la sua voce si perde lungo la strada del rientro anticipato. Non ne sentirò la mancanza. L’unica che mi manca è Lia.

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GIORNO 2
Navigatore impostato a piedi sul PalaCattani di Faenza dopo una gita fuori porta a Bologna in cui conosco Andrea Margarito, fratello di Spider, anche lui portiere ma con la passione per la bici. Li guardo camminare davanti a me, penso ai loro percorso in qualche modo simili anche se su binari così distanti. Poi il mio treno si ferma alla stazione di Faenza. Per la Serie A è giorno libero, per l’Under 19 è il giorno. Quello in cui sentirsi grandi, quello in cui sognare ad occhi aperti con la purezza di chi nel pallone a rimbalzo controllato vede un mondo ancora incontaminato: un gol per la mamma o per l’amica del cuore, un gol per saltare in braccio al mister e dirgli grazie per aver creduto così tanto in te, anche se pesi 18 chili e la divisa ti arriva alle ginocchia e queste sembrano dover rotolar via ad ogni dribbling. Lazio e Dueville si abbracciano durante l’inno: per le vicentine è la prima finale della storia, ma sbaglia di grosso chi pensa che la loro vittoria sia tutta lì. La Lazio deve subire un gol (poi annullato) prima di svegliarsi definitivamente, poi colpisce con De Santis, Ceccobelli (che ne fa due) e Vanelli e vince lo Scudetto del Campionato Sperimentale, che si aggiunge alla sfilza di tricolori Juniores. La differenza tra la festa dell’una e quella dell’altra è che le biancocelesti hanno alzato una coppa. I sorrisi, però, sono gli stessi. Entrambi i mister finiscono sotto due litri di acqua durante le interviste, abbraccio Dal Maso e Moriconi con la stessa intensità. E’ il mio modo di dire loro grazie per questa serata che chiudo al solito posto con Mauro e Fede. Ichnusa della buonanotte, brindiamo al futuro del calcio a 5.

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GIORNO 3
9 ore dopo siamo di nuovo al PalaCattani, serviti e riveriti da amici che ci portano da mangiare e da bere neanche fossimo ai lavori forzati (a proposito, nella parte giorno 1 ringrazio Fincato e Cerato). Forse abbiamo il viso provato, ma tra la tribuna stampa e il metabolismo veloce, oggi sceglierei la prima.
Basta rigori, ci diciamo dopo la scorpacciata di giovedì. E il dio del futsal ci punirà. Salinis senza Pato e Martin, dentro Azevedo e Taina Santos; Chilelli punta sullo stesso modulo anti-Statte e funziona, con la difesa che parte da una straordinaria Tirelli (è qui che vince il premio di miglior portiere) e l’attacco che si affida ai break di Beita e Pinheiro. Proprio la portoghese illude, ma Taty la riacciuffa. Nulla di fatto. Non volevamo i rigori? Eccoli. Siclari e Taty sbattono contro il palo e la sfortuna, per la Lazio e quattro delle sue neo-campionesse Under 19 il sogno continua.

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Una tra Montesilvano e Kick Off sognerà con loro e sono le all blacks a crederci di più. Finale anticipata è un termine abusato, ma cadere nel clichè è obbligatorio davanti ad un batti e ribatti che si chiude con il 3-3 di Amparo ad una manciata di secondi dalla sirena. Ci risiamo. Le telecamere si spostano di nuovo su una sola porta: Sestari si veste da Mammarella e ne para tre su sette (uno finisce a lato), ma non basta per il Montesilvano che ora dovrà scucirsi la coccarda dal petto. A 7 anni di distanza da Pesaro, la squadra di Russo è ad un passo dall’impresa.

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GIORNO 4
Sono nota per i miei ritardi. Ma stavolta esagero. Nelle scarpe ho un chilo di sabbia di Ravenna e in tasca qualche conchiglia particolarmente colorata. Scendo direttamente sul parquet dove Lazio e Kick Off si giocheranno tutto nel ritorno in finale che è già un premio all’impegno, ma non accontenta nessuno: né le Aquilotte che a questa Final Eight sono arrivate in extremis per poi ritagliarsi un posto da protagoniste, né la Kick Off che dopo 4 mesi in testa alla classifica sente che adesso è tutto ciò che ha. Gli spalti si riempiono: saremo più di 4000, c’è anche Sky ma non per le donne. Se a loro basta, ne parleremo noi ancora per molti giorni.

Atz e socie partono col piede schiacciato forte sull’acceleratore, la Lazio alza il solito muro per 15’, fino all’incursione di Nona che apre una crepa destinata a diventare voragine. Non tanto per il gol, quanto per il concomitante “rosso” a Chilelli, che le biancocelesti continuano a cercare invano con lo sguardo sulle tribune. La panchina cerca tutte le soluzioni possibili, ma la finale – in buona sostanza – termina lì.

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Trova spazio Plevano, Sangiovanni dedica il gol alla guerriera che nessuno dimentica, Perruzza esulta con capriola e guadagna una citazione che le invidierò a vita: quella della pagina “L’abruzzese fuorisede”. Lo spavento per l’infortunio di Vieira dura solo un attimo: la portoghese stringe i denti e le dita in un nastro e va avanti. Vuole essere in campo quando suonerà la sirena, perché è una vita che l’aspetta mentre qualcun altro non aspetta altro che andarsene e lo rivela involontariamente ad un microfono aperto. Vanin – l’ex “miuda” (piccola, n.d.c.) – abbraccia Russo sovrastandolo, Atz alza la Coppa per la seconda volta con lo stesso bellissimo sorriso che avevo visto a Pesaro. Il solito “siamo noi, siamo noi…” viene sostituito dalla canzone-rito delle neo-campionesse: “Tu si a fine do munno” di Angelo Famao. Qui è tutto bellissimo, ma adesso Lia mi manca ancora di più.

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