Final Eight

Diario di Coppa 2019 [04]

Le mattine senza senso che forse è ancora notte e se il confine lo tracciano le risate, i capelli rossi e le visite all’una e mezzo del mattino forse è davvero difficile distinguere quando arriva l’alba. Birre aperte dal giorno prima che fanno davvero schifo e non dovrei berle nemmeno da ubriaco e ora non lo sono. Orrendi programmi sullo schermo vicino al divano e pezzi di vita che s’infrangono davanti a un ciuffo.
La voce di Buffa che è anche buffa e il rumore del gatto che s’arrampica sugli specchi e le spiegazioni che sono anche delusioni. Le reprimende di tua zia che ha un po’ più anni di te e io però te lo ripeto che lei non è la donna giusta, la conosco bene.
Forse lei non è la donna giusta nemmeno per se stessa, difficile che s’incastri da qualche parte senza lasciar cadere un pezzo di se.
I gradoni del palazzetto mi colgono sempre impreparato e per salire in “picconaia” per seguire le semifinali femminili sembra di essere uno sherpa sul costone orientale del Nanga Parbat.

Non ho mai capito cosa si urlano gli allenatori come se chi è in campo riuscisse a comprendere un ordine urlato nel mezzo della battaglia. Il timeout è una conquista di civiltà che permette all’allenatore di parlare alla squadra ammesso che questa abbia voglia di ascoltarlo.
Giochi male e meriti di uscire e non esiste la favola di “uscire a testa alta” con buona pace di Federica. Domani durante la finale una squadra uscirà dal palazzetto campione, l’altra uscirà e basta. Se vogliamo il lieto fine, quello non lo regala nessuno e non lo puoi comprare nemmeno in un barrio o in una favelas non importa quanti soldi hai.

I rigori svogliati, quelli che giocano male come se già indossassero la maglia del prossimo anno e quelli che quando giocano hanno ancora le dita ficcate nel naso. Allora finisce che chi ci crede di più vince perché se non hai niente da perdere è più facile vincere.
A salvarci arrivano i bambini, che salutano con tutte e due le mani i genitori sugli spalti. Eyes of the Tiger, e il campo quello vero, le scritte luminose con gli sponsor e per fortuna ci sono loro e voi “grandi” laggiù per favore almeno guardando loro lasciateci sognare, lasciateli rincorrere un pallone sognando di essere il loro campione preferito sulla figurina. Qualcuno è così piccolo che ti cade un dente da latte dopo una parata e corri a centro campo per portala al tuo mister.

 

Andiamo a pranzo, una trattoria che ci cucina alle tre del pomeriggio e alle cinque siamo al tiramisù e al sorbetto e va bene così, perché intorno al tavolo ci sono tanti sorrisi anche se qualcuno fatico a comprenderlo e odio le parole sospese.
Casa AGS resta vuota e al buio, con i cappucci in testa e il viso illuminato dallo schermo dovremmo fare proprio questo, cercare un sentiero meno battuto e provare a lasciare un segno.
Come diceva quel tipo che aveva ammazzato un sacco di boeri e poi aveva fondato un movimento giovanile, un tipo BP, che è anche la sigla di un colosso petrolifero, guarda tu i casi della vita. Roberta dorme sul divano e si ha un nome bello e ha sempre una storia da raccontare e lo fa senza usare le parole accompagnandole con la luce degli occhi.

“Sai Nonna s’è rotta il cazzo e ha deciso di salutarci tutti” e che nonna meravigliosa avevi se ti ha lasciato un ricordo così. Così c’è un pezzo della spiaggia di Agadir nel suo racconto o quell’incontro di mezz’ora davanti ad un gate dell’aeroporto di Formentera.
Arriva la notte e il divano ti chiama per farti riposare un po’ prima di spegnere questa lunga giornata e russare forte forte sul cuscino del letto.

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