Futsal

Diario di Coppa 2019 [03]

coppa italia

La mattina intorno al tavolo con i baiocchi ma quelli “simili ma non uguali” i muffin che ci fanno pensare a Francesca e Gammo e poi i computer accessi, la connessione che non basta mai e i calzini quelli brutti. La doccia da fare che altrimenti puzziamo come in un bar di Caracas, che poi in un bar  di quella città dobbiamo davvero andare.
La città di Faenza e la locanda con una porzione nel piatto troppo piccola e chi mi ritrovo al tavolo. Valentia da Patu, proprio lei.

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Le dita rotte e quelle che si rompono ancora e quello che resta del pranzo e quella che c’è ancora nei sogni che non si nascondono tra le briciole del pane ma puoi seguirle per trovare la strada. Sei tu Valentina, siete voi, la parte migliore di questo sport e allo stesso tempo siete il vostro peggiore nemico. Lunedì si torna al lavoro che spesso non è la tua passione quella che invece ti fa alzare al mattino e ti fa sentire viva e vorrei che invece lo fosse almeno per un po.
C’è questo palazzetto immenso, sembra fatto apposta per il basket e il tabellone ha i centesimi di secondo perché io ricordo quello che accadde con una semifinale di Coppa Italia, a Bari l’anno scorso.
“Ma il cronometro segna 00.00”  e vai a spiegare a giocatrici inferocite che c’è vita anche dopo lo zero.

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Ma quanto sono piccole le ragazze del Dueville, piccole proprio anche se poi qualcuna è davvero un bell’atleta.
Mi vengono in mente però le tue “diversamente calcettiste”, si proprio loro. La loro storia voglio raccontarla, perché è il sogno di ogni bambina che inizia a “giocare a pallone” trovarsi qui, a giocare su un campo vero, con la scritta “Sky Sport”, come quelli che stanno in tv e alzare al cielo una Coppa in una finale scudetto. A quel sogno devi crederci prima tu, tanto forte da farci credere anche loro. “Cut the net down”, questo era il primo allenamento che Jim Valvano imponeva alla sua squadra. Se non sai chi è allora Nicola, devi studiare, si perché non si finisce mai d’imparare e se lo fai, se ci credi davvero forte allora un giorno puoi finire in una clip che rappresenta i momenti migliori del millennio.
Per vincere bisogna allenarsi a vincere, credere a quel gesto di trionfo che giustifica tutte le rinunce, tutti i sacrifici. L’unico modo per farlo e provare si anche provare ad alzare la coppa, per gioco per prova, per vedere l’effetto che fa.

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Suona l’inno d’italia e le ragazze del Dueville sorridono come se le avessero regalato un sogno, come se ora tutta la loro fatica avesse un senso poi vince la Lazio alla fine come negli ultimi due anni di fila. A quel sorriso mi sono commosso, un po’ perché c’era l’inno nazionale, un po’ perché quel sorriso da bambine felici l’avevo anche io con un biglietto di Wembley in mano.
Alla testa del gruppo biancoceleste e che conosce da sempre c’è Cecilia che è anche il capitano della squadra che domani si gioca l’accesso alla finale. Le ragazze della Lazio hanno un compito da assolvere, quelle neroverdi inseguono un sogno. Al gol annullato al Dueville sfido qualsiasi appassionato a non aver pensato al Leicester. Ma spesso…troppo spesso lo sport se ne frega dei sogni come quelli della Sampdoria di Vialli e Mancini quella sera a Wembley.

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Come a una festa delle medie alla quale non sei stata invitata e le interviste del dopopartita e ci sono sorrisi per tutti e non capisco perché alcuni non riescono ad essere felici anche quando vincono che avranno da essere incazzati non è dato comprenderlo, ma loro sono “uomini di sport” che le virgolette ci stanno proprio bene.
Torniamo a “casa” che poi è un posto relativo e dove poggi quel giorno il borsone, dove metti il cuore sul comodino e dove decidi di restare qualche minuto per capire cosa succede intorno.

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Il buio, le coperte, la stanchezza e “chi me l’ha fatto fare” e le storie da raccontare e quelle che mi sono sicuramente perso e “possiamo farcela?” e se non hai dubbi non troverai mai niente e non c’è più tempo però, la notte s’è quasi presa tutto il suo tempo e tra un po’ l’alba ci riporta un po’ di sole.

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