Calcio

Le due facce della moneta

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Davanti alla pagina bianca dietro una finestra di Sesto Fiorentino, fuori nevica, le strade si imbiancano, penso al campo innevato di Milano e ai gol delle rossonere nella giornata di campionato appena trascorsa. La quattordicesima.

Settimana scorsa tutti gridavano al momento nero per la squadra di Carolina Morace, sconfitta con un sonoro 4 a 0 in casa della Fiorentina. Una settimana sei in crisi, sei giorni dopo rifili quattro gol in cinque minuti, a un avversario rispettabilissimo come il Sassuolo.
Avete capito bene, cinque minuti!
Dal quinto al decimo del primo tempo e la partita era praticamente già finita. Quale miglior risposta potrebbe esistere? Penso. Come passare una spugna sulla lavagna e puff… quale crisi scusate?!

Bellissimo, penso ancora, ho sempre trovato elettrizzante ed affascinante il momento del riscatto, della rivincita, quell’istante in cui rispondi sul campo alle critiche e a tutte le cose che hai letto e sentito e che hai magari ingoiato. È il bello dello sport, nessuna vittoria è definitiva, e da ogni sconfitta ti puoi riscattare. Accumuli rabbia ed energia e lavori ancora più forte aspettando il momento in cui potrai mettere a tacere tutti con le uniche cose che contano: i fatti.

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Foto Pagina FB AC Milan

Per questa empatia innata che ho nel gioire di un riscatto, anche altrui, non ho potuto, pur rosicando fino in fondo alle viscere, sentire, quanto meno come delle piccole e lontanissime scintille, la gioia che hanno provato le giocatrici del Chievo Valpo mentre godevano in maniera spropositata e rabbiosa dopo ogni gol che ci rifilavano sabato scorso. Non riesco nemmeno veramente ad arrabbiarmi con Silvia Fuselli che a fine partita mi ride, o meglio sorride, in faccia quasi inconsciamente, come se non riuscisse a trattenere lo stupore e l’incredulità per quel risultato, o forse, per quanto bene mi conosce, semplicemente riusciva già a sentire quanto stavo rosicando e la cosa la divertiva.
In ogni caso, comprendo il suo sguardo, non riesco a ridere certo, la mando a qual paese e la saluto con un abbraccio, ma dentro sono felice per lei, per loro, perché oltre l’amarezza, lo so già che lo hanno meritato.

Buddhastyle.

Con il mio Florentia siamo impegnate, appunto, sul campo delle Veronesi, 7 punti in classifica e nessun risultato utile nelle ultime otto gare. Otto gare, penso. Ci presentiamo rimaneggiate, quattro giocatrici titolari assenti, ma se aspiri ad essere una “grande” non puoi nasconderti dietro alle assenze, come diceva sempre Tore Arca storico allenatore della Torres pluriscudettata:

“io penso a chi c’è non a chi non c’è… a undici ci arriviamo.”

Questa era la risposta a giornalisti, giocatrici, dirigenti, quando si parlava di defezioni importanti che potevano spostare gli equilibri: “A undici ci arriviamo”. Non una parola in più. E lo diceva anche a noi, continuamente, in campo e in spogliatoio, e c’era un dettaglio non di poco conto che faceva la differenza…ci credeva davvero. Tore ci credeva veramente e lo trasmetteva. Con lui non esistevano alibi. Mai. Siamo state fortunate a crescere con questi principi, con questa mentalità, penso, che ti entra dentro e ti si incolla addosso anche se, alla lunga diventa quasi una condanna, perché non ti accontenti mai, perché non giustifichi mai, perché continui a pensare che anche se scendi in campo in nove, non sei giustificata a fare una figuraccia. Facciamo una figuraccia a Verona.

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Foto Florentia CF

Il Valpo vuole uscire dalla crisi e si vede. Si vede e si sente. Corrono, lottano, sono assatanate, perdiamo in voglia, perdiamo in carattere, perdiamo in agonismo, perdiamo contrasti, perdiamo duelli singoli, perdiamo, e basta. Subiamo cinque reti, alla fine siamo intontite quasi, aspettiamo soltanto che la partita finisca, fischio finale, chi resuscita e chi precipita nel baratro.

Il Chievo esce dalla crisi, noi ci finiamo dentro fino al collo. Stavolta non basta nemmeno il Budhastyle. È crisi?! Ma è poi così un male? O fa parte del gioco? Milan Docet.
Ecco magari non protrarla per otto giornate sarebbe cosa buona certo, penso. Ma la stessa etimologia della parola crisi indica la vera natura del termine.
La crisi è una moneta con due facce, da una parte c’è il pericolo dall’altra l’opportunità. Da che parte girare la moneta lo decidi tu, penso.

Nello sport come in ogni altro ambito della vita, quando si parla di crisi si tende ad inquadrarla con un’accezione puramente negativa, come qualcosa di indesiderato che dovrebbe essere evitato, ma la crisi non va evitata, va attraversata e superata. La crisi è solo un sintomo, penso, e i sintomi ci aiutano ad andare fino alle cause, perché è da lì che le cose si cambiano.
I sintomi sono soltanto segnali. Se ti si accende la spia dell’olio nella macchina non pensi alla spia, non parli della spia, ma vai a mettere l’olio. Tendiamo troppo spesso a confondere i sintomi con le cause e questo non ci permette di crescere, di evolverci, di guarire.

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Foto Florentia CF

Una volta ho letto che

“bisognerebbe pensare al problema per il 3% del tempo e il restante 97% alla soluzione”.

Quelle cose scontate ma che nessuno fa, penso. La crisi è un momento, una fase, può essere un burrone o può essere un ponte. E, penso che, se scegli di vederla come un ponte allora diventa un’occasione di riflessione, di valutazione, e si trasforma nella base per un miglioramento, per una svolta, ed è allora che capisci di quanto fosse necessaria, vitale, ed è allora che avviene la rinascita. Può essere un processo immediato, come una scintilla che si accende, o un percorso molto più lungo e tortuoso, magari anche mesi, magari anche otto giornate.
Allora se la mettiamo così va bene, siamo in crisi, possiamo e dobbiamo non vergognarci di dirlo, di ammetterlo, purché sia il ponte verso una versione migliore di noi, purché sia la nostra occasione di osservare i sintomi per estirparne le cause, per togliere il superfluo, per cercare con ogni forza, come ha fatto il Valpo, insieme, rabbiosamente, il nostro riscatto, magari, però, vi prego, con tempi più brevi visto da qui alla fine della stagione otto giornate noi non ce le abbiamo a disposizione.

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